Capitolo 35
Un bacio
L'intervento fu un successo.
Martyne uscì dalla sala operatoria con delle pesanti bende che ricoprivano interamente il suo volto, parte del collo e la spalla sinistra.
Vee non credette possibile vedere la sua piccola Mimì così tranquilla al suo risveglio, nonostante avesse solo due aperture per gli occhi e il naso.
Rimase tutto il pomeriggio con lei, salutando il signor Miller che sarebbe partito quel pomeriggio per tornare a casa.
Garantì che sarebbe ritornato il mese dopo per una visita di controllo e chiese se l'avrebbe rivista per quel giorno.
- No...io devo partire per lavoro...tornerò a novembre...-
Si scambiarono i numeri di telefono e il medico le diede un biglietto con l'indirizzo della sua famiglia a Chicago.
- Mia moglie sarebbe...le farebbe piacere vederti...anche Ester e Miriam non ti hanno di menticato-
- Neanche io ho dimenticato loro- ammise lei, stringendogli la mano,
- Forse un giorno verrò...-
Il pomeriggio passò tranquillamente, e quella sera Eliza e Leda vennero a visitare la piccola paziente.
Nessuna delle due volle ammettere di essere in pensiero per Vee più che altro.
La sera prima sembrava a pezzi, e ora invece stava bene, tranquilla...con un'espressione di pace profonda che traspariva dal suo volto.
Si rifugiarono in corridoio per parlare.
- Oggi ho rivisto il signor Miller...-
Non raccontò loro nulla, solo che avevano preso un caffè, sorridendo pacata ma felice come non lo era mai stata.
- Ragazze, potete stare un attimo con Mimì e la signora Crewes. Devo parlare con una persona-
e si incamminò verso l'ambulatorio, a passo lento.
****
Bussò prima di entrare e fu accolta da uno sguardo imbarazzato.
Si dispiacque che William la stesse accogliendo in quel modo, ma dopotutto era colpa sua. Da quando in qua gli interessava tanto la sua salute?
Non era mica una sua paziente...
" Era solo preoccupato per me...e io l'ho picchiato..."
- William...mi dispiace...non avrei dovuto darti quello schiaffo-
- No, me lo sono meritato- disse lui, chinando il volto e continuando ad analizzare alcuni fascicoli apparentemente voluminosi.
- Sono stato troppo insistente, e non ne avevo il diritto-
- Hai ragione...- dovette ammettere lei, tradendo il suo pensiero,
- Non ne avevi diritto...- poi gli sorrise comprensiva, vedendo la sua testa chinata sul tavolo, impegnato in chissà quale noiosa lettura.
- Sai, anche David...- esordì lei, provocando in William una rapida reazione: sollevò repentinamente lo sguardo su Vee, aspettando con impazienza e timore ogni singola parola avesse pronunciato riguardo al collega scomparso.
- Anche lui reagì allo tuo stesso modo...buffo, non trovi? Dopotutto eravate amici...avrei dovuto aspettarmelo da te-
Il medico rimase in silenzio, osservandola mentre si sedeva innanzi a lui, poggiando i gomiti sulla scrivania ed lanciando finte occhiate interessate ai documenti che il medico firmava senza sosta.
Cosa si erano detti lei e il signor Miller per essere così tranquilla adesso?
Anche il chirurgo se ne era andato con una espressione sollevata sul volto, ma William non aveva osato chiedergli nulla.
- Bill, stasera usciamo, dunque...- disse lei in tono neutro, osservando una carta che recava impresso il nome di Martyne.
Era il foglio delle sue dimissioni, con la data di novembre. Sospirò grata, nel sapere che per i primi di quel mese sarebbe potuta tornare a casa, ma si dispiacque allo stesso tempo.
La signora Barbara le aveva detto che sarebbero rimasti in città solo fino al giorno del compleanno della bambina, poi sarebbero partiti per Los Angeles, dove la madre della signora era riuscita a procurare un buon lavoro per la figlia e una sistemazione per la nipote.
- Eh?- Il medico si schiarì la voce e affrontò la sua espressione malinconica mentre leggiucchiava quà e là fra le sue carte.
- Non ti ricordi?- chiese lei, sorpresa. Vee non dimenticava mai nulla.
- Ti devo una cena. Stasera offro io-
- Ma non devi restare con la paziente?- domandò lui, avvertendo la propria gola prosciugarsi e lo stomaco intorcigliarsi...
Non era pronto...
Vee fece cenno di no col capo.
- Sua madre rimarrà con lei, non voglio essere di troppo. Eppoi sai che non mi piace avere debiti...a meno che tu non voglia fare un altro giorno...-
- No- si affrettò lui, sistemando malamente le ultime carte che aveva finito di esaminare,
- Stasera va benissimo...-
Si diedero appuntamento davanti a casa della ragazza per le nove.
- Jeans o gonna?-
il medico rimase perplesso.
" A te sta bene tutto..."
Le disse di indossare qualcosa di formale, e lei acconsentì pacatamente, portandosi una ciocca di capelli dietro l'orecchio.
Abito formale era sinonimo di noia per lei, da quando suo marito l'aveva convinta ad indossare un abito di quel genere per far visita ai suoi genitori.
" Cielo, mi porterà in uno di quei ristoranti super costosi dove non mangerò nulla e finirò per morire di sonno...farò bene a mangiare qualcosa prima..."
-Allora a più tardi...vado a casa a farmi una doccia-
Si congedò con aria distesa, canticchiando una delle canzoni che aveva imparato a teatro mentre usciva dall'ambulatorio.
Salutò La signora Crewes e Martyne, che si era svegliata, e tornò a casa con le sue amiche, avvertendole che quella sera avrebbe avuto un impegno da rispettare.
*****
- Gerard!-
Il telefono aveva squillato come un indemoniato tutto il pomeriggio e adesso che Vee aveva risposto, l'attore non se la sarebbe lasciata sfuggire.
" Volevi venire in Inghilterra e non dirmi nulla, vero?" sorrise fra sè e sè, ascoltando la voce della ragazza che gli raccontava come la sua piccola Mimì aveva affrontato con coraggio l'operazione.
L'unica cosa che tralasciò volutamente fu il nome del chirurgo e il loro rapporto.
Quello era un argomento chiuso, una pagina della sua vita che apparteneva solo a lei, e a nessun altro.
Gli descrisse tutto, anche i particolari che Gerard avrebbe preferito che tralasciasse, ma fu lieto di udire tanto entusiasmo.
Vee gli aveva parlato, una delle sere prima della sua partenza, di tutti i bambini che accudiva e visitava in ospedale.
Una trentina...
Eppure con questa Mimì aveva un rapporto speciale...chissà perchè...
Da quello che aveva capito Martyne Crewes era la bambina che aveva intravisto al recital della casa di riposo, e che lo aveva impressionato per il suo aspetto.
Come dimenticare quella specie di enorme cicatrice tumefatta che devastava il volto di quell'angelo?
Sarebbe stata tanto carina se non fosse stata tanto sfortunata...
Ma non era stata troppo sfortunata, dopotutto.
Vee era sempre rimasta al suo fianco, amandola come una sorella, come una madre...ne parlava sempre con tanto affetto, che se non avesse saputo che era figlia unica, avrebbe detto che la bambina era parte della sua famiglia.
- Il chirurgo è venuto da Chicago? Allora deve essere stato costoso...- realizzò Gerard, sfregandosi il mento ruvido. Era da qualche giorno ormai che non si radeva.
- Non me lo ricordare- scherzò lei, sbuffando in una risata infantile e graziosa,
- Mi sono sentita un verme a chiedere tutti quei soldi al signor Webber...se ci penso adesso, vorrei sprofondare sottoterra-
Gerard sgranò gli occhi, senza più ascoltare.
- Hai pagato tu? Perchè?-
Vee rispose subito, senza darsi il tempo di riflettere.
- Volevo che Mimì tornasse a vivere con sua madre, che male c'è?-
L'attore rimase in silenzio, non una parola nè un respiro giunsero all'altro capo della linea.
Quella ragazza era troppo generosa.
O ingenua.
Buttare via il suo denaro, il suo compenso, per permettere ad un' estranea di essere felice.
Il legame tra loro doveva essere più profondo di quello che potesse immaginare.
E amò ancora di più quella ragazza, la sua bontà innata e genuina, il suo desiderio di essere utile senza ricevere nulla in cambio se non un sorriso.
- Non c'è davvero nulla di male...anzi-
decretò pochi secondi dopo, rispondendo al richiamo della ragazza che si domandava se non fosse caduta la linea.
Vee non lo vide sorridere dall'altra parte dell'oceano, nè lo sentì domandarsi se anche lui avrebbe fatto una cosa del genere per un amico.
-Ora devo uscire...Wlliam arriverà tra poco-
Il suo sorriso si spense, lasciando posto ad una smorfia incredula e seccata.
" Ma questo che vuole?-
- Esci con lui?-
- Solo una cena di cortesia...ha organizzato tutto...la sala operatoria, gli assistenti, il ricovero...Gerard, è solo una cena-
Attese una risposta, che non arrivò.
" Perchè non dici nulla?" iniziò a pensare lei, mordendosi l'interno della bocca.
- Se è solo una cena di cortesia...- disse infine lui, in un tono mesto che lei non aveva mai udito nella sua voce.
- Oh, Gerard...- pronunciò il suo nome come una carezza,
- Non sarai mica geloso?- e trattenne un sospirò impaziente. Sapeva che non avrebbe risposto.
Eppure non ne aveva motivo...
- Non essere geloso di me. Io ti amo, Gerard...amo solo te, e finche mi vorrai, non amerò nessun altro-
" Non potrei più amare nessun altro...mai più..."
L'attore avvampò per quella dichiarazione così infiammata pronunciata in tono così dolce, per confortarlo.
Si sentì uno stupido...
Quella mattina Patrick glielo aveva pure detto che Vee pensava sempre a lui, eppure sentirglielo dire era così...diverso.
Si sarebbe potuto fidare di lei...
Si fidava di lei...
Era del resto del mondo che non si fidava per niente.
La sua Vee...sola a New York, con tutti quei mosconi che le ronzavano attorno...
Come aveva fatto a restare libera e sola per tutto quel tempo?
Possibile che nessuno avesse notato quell' angelo che s'incamminava ogni giorno per le sue strade, respirandone il profumo, tingendone l'aria di nostalgia e amore?
Si ritenne fortunato all'improvviso, e sorrise gentilmente, grato che nessuno lo potesse vedere nella hall dell'albergo.
- Ti amo...-
Quanto avrebbe voluto baciarla, e magari proseguire il discorso in un luogo più appartato.
Certe notti si svegliava di soprassalto con la sua immagine negli occhi, la sensazione di averla accanto e perderla al suo risveglio...
In quei casi, non arrivava alla fine del giorno senza che un collega, il regista, o anche il barista che gli serviva il caffè nel bar non gli facesse notare, con tono preoccupato, che
- Sembri frustrato, Gerry...-
Quando glielo chiedeva sua madre, poi, era una tragedia.
Lei riusciva a percepirlo dalla sua voce al telefono che qualcosa non andava, e lui tentava sempre di glissare l'argomento, chiedendo informazioni sui suoi nipotini e i fratelli che vivevano a Londra, o si ritrovava a risponderle con frasi fatte
- Sono solo stanco...- era la sua preferita.
Gli dispiaceva mentire a sua madre, per non dire che ogni volta lei riusciva a smascherarlo e Gerard era costretto a chiudere la conversazione adducendo la scusa del lavoro.
Ma cosa avrebbe dovuto dirle?
Cosa avrebbe potuto dirle?
- Sai mamma, sono a pezzi perchè ogni notte sogno di fare l'amore con una donna che sta a più di mille chilometri da qui...- ?
Non glielo avrebbe detto neanche morto ammazzato, nonostante il peso di quella verità lo ferisse.
- Ora vado...ma tornerò presto. Potrei chiamarti, se ti va, se non ti disturbo...-
propose lei, sperando che lui accettasse, ma subito la questione del fuso orario tra New York e Londra la fece riflettere.
- Devi riposare...da te è già mezzanotte...-
- No, chiamami...risponderò assolutamente- la convinse lui.
Avrebbe potuto sentire ancora la sua voce, e sapere come era andata la sua...cena.
Sarebbe rimasto in pensiero fino a quel momento.
- Va bene...a più tardi allora...- gli disse con dolcezza, prendendo consapevolezza che avrebbe dovuto distaccarsi dal telefono ed andare a prepararsi.
- Si. Divertiti...- disse lui, cercando di essere contento per lei.
" Ma non troppo, mi raccomando"
****
- Vee, stasera non torno a casa. Esco con Joseph-
Eliza le chiarì subito la situazione.
Il suo ragazzo si faceva vedere solo una volta ogni tanto in città, sempre impegnato per lavoro.
Le aveva promesso che un giorno sarebbero andati via insieme, almeno per un viaggio, una vacanza, ma Eliza non lo aveva mai preso sul serio.
Che stupida si riteneva...vivere negli Stati Uniti e innamorarsi di un tedesco come lei. Avrebbe fatto meno fatica standosene a casa. Uscivano, anzi, si vedevano saltuariamente da due anni ormai, e ogni volta si divertivano insieme.
L'ultima volta che si erano visti...Vee era scomparsa.
Come dimenticarlo? Aveva convinto Vee a sostituirla al lavoro per uscire con lui, ed era successo di tutto.
Questa volta sarebbe andata al suo appuntamento più tranquilla.
Era in ferie.
- Va bene, Liz. Divertiti e salutami Joey!- le disse Vee, mettendosi le scarpe.
Tutte e tre le ragazze erano riunite in camera sua per vestirsi e prepararsi ad uscire.
- Beate voi, ragazze- sospirò Leda, dipingendosi le labbra di porpora, - andate a divertirvi mentre per me c'è solo lavoro, lavoro, lavoro...-
Vee le diede un bacio leggero sulla guancia, prendendola un poco in giro.
- Vuoi fare cambio? Io esco solo per ricambiare un favore, penso di tornare presto a casa...-
Leda rise.
- Anche io...sarò qui per le due -
Vee le assicurò che l'avrebbe trovata addormentata nel suo letto da un pezzo per quell'ora, dopodichè scese rapidamente le scale, nel sentire il suono del campanello.
- Ci vediamo, ragazze!- gridò, prima di scomparire, chiudendo la porta dietro di sè.
****
Vee si divertì esattamente come Gerard le aveva augurato.
Non troppo.
William l'aveva invitata in un ristorante elegante, ed era rimasto soddisfatto nel vederla vestita elegantemente, con un abito nero abbastanza sobrio ma che aveva una seducente trasparenza sul decolletè che attirava l'attenzione.
Aveva raccolto i capelli in cima alla testa, fermandoli con la piccola stella che Gerard le aveva regalato.
Ormai la utilizzava in ogni occasione possibile ed immaginabile, anche per andare da Sir Andrew ed esercitarsi, dai suoi nonni o dalla signora Monroe alla casa di riposo.
- E' davvero un gioiello incantevole...- le aveva detto la signora un giorno, ammirandolo bene tra le sue dita.
- E' il mio amuleto...me lo ha regalato...l'uomo di cui mi sono innamorata...- aveva chiarito, arrossendo terrribilmente nel vedere il sorrisino malizioso sul volto della sua antica tutrice.
- Allora dovresti conservarlo in un luogo sicuro, dove nessuno lo possa vedere -
- No, signora...voglio che tutti lo vedano, che sappiano che sono felice come non credevo di poterlo esserlo più -
****
Ordinarono poco, ma trovarono argomenti su cui parlare.
I bambini, soprattutto, ma anche le ultime vicissitudini delle loro vite.
- Il prossimo mese andrò a Londra per lavoro...sarà il primo viaggio che farò da quando sono venuta a vivere qui negli Stati Uniti-
- Starai via per molto?- aveva chiesto lui, smettendo di bere e fissandola, incredibilmente interessato.
Gli spiegò che avrebbe lavorato in Inghilterra per poco più di un mese, ma che in seguito avrebbe chiesto un permesso di uno o due giorni per un altro viaggio all'estero, prima di tornare a New York e proseguire con la stagione teatrale.
Il dottore le chiese dove sarebbe andata, passandosi una mano tra i capelli ben pettinati.
Lei sorrise, lasciando che il suo sguardo si perdesse nel vuoto per qualche secondo.
- A trovare i miei genitori...-
La cena finì presto.
Troppo presto per il medico.
Avrebbe dovuto organizzarsi meglio e fare in modo che la serata potesse essere divertente, ed invece...
Ma dove portarla?
Dove poteva essere piacevole spendere un pò di tempo con lei?
Dove portarla per poterla trattenere ancora in sua compagnia?
Vee notò la sua espressione stranamente sconsolata mentre risalivano in macchina.
" Ti sei annoiato più di me, vero?"
Non erano neanche le undici.
Si sentì cattiva.
Da un lato l'idea di poter tornare a casa presto e telefonare a Gerard la esaltava, ma piantare in asso William che aveva fatto di tutto per aiutarla sarebbe stato un colpo basso.
Non da lei.
Decise di consolarlo un pò, magari facendogli conoscere un altro bel posto dove avrebbe potuto portare la sua ragazza, se ne aveva una, alla sua prossima uscita.
Ne aveva sentite storie di infermiere che avrebbero pagato per una serata con il dottore.
- Bill, hai ancora un'ora prima che Cenerentola vada a dormire...ti porto io in un bel posto-
E lo guidò fino ad un pub, poco lontano da casa sua.
Moonlight blues.
Sembrava un locale appartato, un night club di moda.
" Come conosce questo posto?"
si domandò William, mentre lei gli teneva la mano e lo conduceva all'interno.
Salutò con confidenza la guardia di colore che sostava all'ingresso, impedendo ai perditempo e agli squattrinati di entrare.
- E' un amico...- lo presentò, ed entrarono entrambi, attraversando il piccolo corridoio interno, foderato di velluto blu.
William si sentì subito fuori luogo.
Era troppo elegante nel suo completo nero, ma Vee lo mise subito a suo agio, sorridendogli al suo solito e invitandolo a sedersi.
- Vee!-
Una voce conosciuta richiamò la loro attenzione.
Era Leda.
Si salutarono amabilmente, nonostante si fossero lasciate a casa meno di tre ore prima, poi lei chiese il perchè della loro venuta.
- Ti ho portato un nuovo cliente!- esclamò Vee, lanciando uno sguardo sorridente all'amico che sedeva, guardandosi attorno.
- E mi chiedevo come se la passasse miss lavoro-lavoro-lavoro!-
Risero.
Leda assicurò loro che per quella sera non avrebbero pagato nulla.
- Dobbiamo molto al signor dottore!- scherzò la cantante, chiamandolo come lo aveva sentito chiamare da tutti i bambini dell'ospedale.
Leda aveva compreso il debito di gratitudine che Vee aveva nei suoi confronti e cercò di aiutarla, almeno in parte, a colmarlo.
Il tempo passò velocemente. William si rese conto di quanto fosse accogliente il locale, e la musica era suonata e cantanta da professionisti, che la gente presente non mancava di applaudire ad ogni brano.
Ma la cosa più importante era che la ragazza sembrava sentirsi finalmente a suo agio, sicuramente più di lui.
Vee ricevette un'altra visita presso il tavolo dove lei e il medico si erano seduti, conversando poco e ascoltanto la musica.
Un ragazzo giovane, di colore, che assomigliava molto alla cantante che si stava esibendo in quel momento sul palco.
La colse con un bacio sulla guancia, di sorpresa.
Il medico lo squadrò, pronto a stenderlo per la sua impertinenza.
Neanche lui aveva mai osato tanto...non con lei.
Ma appena Vee lo vide, esclamò il suo nome e gli diede il cinque.
- Jamal! Che ci fai qui?-
Il ragazzo le regalò un sorriso sonoro.
- Part-time, baby! E' questo chi è? Il tuo boy?-
e scroccò uno sguardo irriverente a William.
Gli sembrava un damerino impomatato.
- No, J.J. siamo solo amici-
- Lo so, bella! Perchè tu stai con me!- scherzò lui, baciandole la mano, lei gli sorrideva gentile.
Non lo vedeva da quando si era laureata, e il suo spirito era un balsamo contro la noia.
" Stai alla larga, moccioso"
William desiderò ardentemente fulminare quel ragazzino con lo sguardo, e questa volontà parve trasparire, visto che il fratello di Leda si avvicinò a Vee e le sussurrò:
- Sei sicura che siete solo amici?-
- Si, J.J.- rispose tranquillamente, per poi voltarsi verso il dottore.
- Non è così, Bill?-
Lui annuì silenziosamente, e una punta di delusione gli invase l'animo.
- Solo un amico...- disse in tono secco.
-Allora, AMICO- esordì il ragazzo, prendendo la mano della ragazza, -non ti seccherai se rapisco la tua bella un momento per una cosa, vero?-
Vee gli assicurò che sarebbe tornata subito e lo pregò di ordinare quello che preferiva in sua assenza.
La osservò allontanarsi e parlare con un'altro uomo, un bianco sulla quarantina.
Lo notò subito perchè in tutto il locale solo lui stesso, Vee e quell'emerito sconosciuto erano gli unici "bianchi".
Quello era uno dei motivi per cui si sentiva fuori luogo a rimanere da solo, circondato da estranei che probabilmente non avevano una buona opinione di lui solo perchè il colore della sua pelle era troppo chiaro per i loro gusti.
Il sorriso entusiasta che vide apparire poco dopo sul suo viso dai tratti latini lo incantò e si domandò cosa potessero averle detto quei due uomini per renderla tanto contenta.
La ragazza tornò di corsa al tavolo e sussurrò qualcosa all'orecchio dell'uomo, che fremette per quei sospiri inattesi.
- Perdonami Bill, ma c'è una cosa che devo fare- e gli diede un bacio rapido sulla guancia, pregandolo di avere pazienza, e si dileguò con il ragazzo e il signore distinto.
" Cosa può essere successo?"
si chieserò contemporaneamente William e Leda, che avevano visto scomparire i loro cari dietro le quinte.
La cantante terminò la sua canzone quando il fratello entrò in scena, salutando il pubblico accolto da applausi.
- Salve signore e signori- salutò, raccogliendo saluti e gridolini divertiti quà e là tra il pubblico,
- Ormai è quasi mezzanotte e vorremmo far riposare la nostra ugola d'oro-
Ci fu un boato, tra chi protestava e chi era pronto ad andarsene.
- Ma sei impazzito, J.J? Vuoi farmi licenziare?- bisbigliò Leda al fratello, continuando a sorridere al pubblico.
- Stasera al massimo verrai promossa- garantì lui, sottovoce, prima di rivolgersi nuovamente alla gente.
- Solo per una canzone, amici, una sola canzone che io e la nuova stella di Broadway vorremmo dedicare a voi tutti-
Il pubblico avrebbe preferito continuare a lamentarsi col ragazzo, ma l'ingresso della giovane Vee fece cadere il silenzio in sala, lasciando tutti a fissarla ammirati.
Alla luce dei riflettori quell'abito sembrava trasparente.
Lei arrossì.
Prese il microfono in mano e pronunciò poche parole.
- Signori...solo una canzone-
Le sue labbra sembravano ancora più rosse sotto quelle luci così dirette, e la maggior parte del pubblico maschile non potè fare a meno di notarlo e altri a dirlo senza alcuna remora.
Alcuni si dissero che il proprietario era fortunato ad avere delle bellezze come quelle sul palco a lavorare per lui.
-Leda, siediti qui davanti- la invitò il fratello, aiutandola a scendere dal palco.
Leda non capì cosa avesse in mente suo fratello, ma lo seguì e si accomodò al primo tavolo, quello ai piedi del piccolo palchetto dove si esibiva da più di tre anni, ormai.
-Maestro!- esclamò il ragazzo, poi fece un cenno e fece partire la musica.
Lui fu il primo a cantare.
La sua voce non era cambiata per nulla.
Morbida e robusta allo stesso tempo.
Moon so
bright, night so fine
Keep your heart here with mine
Life's a dream we are dreaming
Vee gli sorrise, per poi lanciare uno sguardo al pubblico.
Race the
moon, catch the wind
Ride the night to the end
Seize the day, stand up for the light
Intonarono il ritornello insieme, lanciandosi uno sguardo fraterno e divertito.
I want to
spend my lifetime loving you
If that is all in life I ever do
William la osservò. Come era bella...oddio, non riuscì a togliersi dalla mente che lei era stata la moglie di David, e che David era morto. Come avrebbe potuto farsi avanti? Come dichiararle ciò che provava per lei?
Heroes rise,
heroes fall
Rise again, win it all
Vee riprese, alzando il tono della sua voce e stupendosi di trovarla così chiara ed alta. Ecco a cosa erano valsi tutte le ore di esercizio con Sir Andrew. Cantando sempre le stesse canzoni non aveva fatto caso a come fosse migliorata la propria vocalità.
In your
heart, can't you feel the glory?
Through our joy, through our pain
We can move worlds again
Take my hand, dance with me
e
dopo l'ultima strofa si presero la mano ed insieme indicarono un angolo vicino
al bancone. In piedi vi era un uomo, in cui tutti riconobbero il proprietario
del pub. Come non riconoscerlo? L'unico bianco a possedere un club Jazz. Tutti
lo videro incamminarsi verso il tavolo in prima fila, dove sedeva Leda, sola.
I want to
spend my lifetime loving you
If that is all in life I ever do
I will want nothing else to see me through
If I can spend my lifetime loving you
Le voci dei giovani si univano
con grande empatia, e rispecchiavano l'immagine dei due. Forte e pieno di vita
lui, fragile ed eterea lei. Ad un certo punto il loro canto divenne
solo un sussurro ed l' uomo fece la sua entrata in scena, inginocchiandosi ai
piedi della ragazza di
colore.
Leda lo fissò
confusa.
- Teddy! Che stai facendo?- e si portò una mano in fronte, vedendo che tutti la
stavano fissando e che le luci dei riflettori si erano concentrate su di
loro.
Era
imbarazzatissima.
Essere al centro dell'attenzione per una canzone ben cantata era diverso da ...quello.
- Una volta mi dicesti che questa era la tua canzone preferita- e tirò fuori dalla tasca un cofanetto blu. - Vorrei che potesse diventare anche la mia preferita...insegnami ad amare questa canzone così come amo te- Leda non fu più capace di parlare, immobile davanti a quell'uomo dagli occhi ramati e dai capelli brizzolati che apriva quella preziosa custodia davanti ai suoi occhi.
Though we
know we will never come again
Where there is love, life begins
Over and over again
Save the night, save the day
Save the love, come what may
Love is worth everything we pay
- Vuoi sposarmi?- le propose lui, sorridendole, teso come una corda di violino.
Più di una persona osservava la scena con curiosità crescente.Tra questi anche William, che aveva conosciuto, tanto tempo prima una persona che aveva fatto una proposta identica ad una donna...no, ad una ragazza.
Ricordare quella felicità spezzata fu come un pugno nello stomaco, ancora più doloroso perchè, dopo quattro anni, lui poteva essere in quel luogo con la stessa ragazza che aveva perso quella gioia.
Leda lo fissò per qualche secondo, ancora sconvolta. -Si...- sussurrò, accarezzandogli il volto commossa, - Ommioddio, si!!!- e gli saltò al collo, abbracciandolo stretto senza dargli modo di tirarsi su per abbracciarla a sua volta.
I riflettori rimasero puntati sulla coppia che si era appena stretta sotto lo sguardo e il plauso del pubblico che invocava a gran richiesta un bacio dei due nuovi fidanzati.
I giovani, sul piccolo palco si scambiarono uno sorriso trionfante, anche se una grande malinconia si impossessò della ragazza per un attimo. Ripresero a cantare con più intensità, lasciando che la loro canzone fosse la colonna sonora di quell'amore rivelato.
I want to spend my lifetime loving you
If that is all in life I ever do
I want to spend my lifetime loving you
If that is all in life I ever do
I will want nothing else to see me through
If I can spend my life time loving you...
*****