Capitolo 33
Il chirurgo
Poggiò la cornetta e si alzò con fatica dal divano.
Si trascinò con tutte le sue forze a tavola per la cena, ma mangiò poco, senza alcuna voglia.
- Stai bene, Vee?-
- Si, Leda...sono solo un po' stanca -
- Sicura?-
Eliza le tastò la fronte col palmo della mano, ma si sorprese di trovarla insolitamente fredda.
Le rassicurò che stava bene e che le sarebbe bastata una dormita per riprendersi.
Decise di mandare giù qualche boccone, un contentino.
Il telefono squillò.
Vee fece per alzarsi, ma fu anticipata dalla amica di colore che si diresse nel salotto con tutta la calma possibile e rispose.
- E' per te, Vee- e attese pazientemente che la ragazza raggiungesse l'apparecchio.
Vee lanciò un'occhiata curiosa a Leda, chiedendole silenziosamente chi fosse.
- Una bambina...-
La ragazza comprese e impugnò la cornetta con un sorriso.
- Martyne, che succede?...si...non devi avere paura!...no...si...arrivo subito...-
Ripose la cornetta con un sospiro, prima di avviarsi stancamente al piano di sopra.
Ridiscese poco dopo con una borsa nera nella quale aveva riposto degli abiti di ricambio e un lettore cd con il copione che avrebbe dovuto ripassare.
Telefonò ancora, per richiedere un taxì al più presto e decise di aspettarlo fuori.
Si diresse verso la porta d'ingresso, ed era ormai sul punto di uscire quando Eliza la richiamò, preoccupata.
- Dove credi di andare?-
- Mimì mi ha chiamato, ha bisogno di me...-
- Vee, tu hai bisogno di te! Da quanto tempo non dormi?-
- Dormirò in ospedale...- rispose debolmente lei, e decise di spiegarsi meglio.
- Domani mattina presto arriverà il chirurgo da Chicago. Sarà operata in giornata ma prima il medico vuole incontrarmi, non posso mancare-
Prima che potessero farle altre domande, Vee augurò loro la buonanotte, confermando il suo buono stato di salute e si avviò, notandò che la vettura richiesta era arrivata prima del previsto.
Probabilmente era già nei paraggi.
Attese che le due amiche chiudessero la porta prima di prendere un bel respiro profondo.
Non stava bene per niente, e nonostante tutto le aveva rassicurate del contrario.
Aveva mentito.
Eppure, per quanto stanca, non le era mai capitato di crollare in quel modo.
Doveva darsi una calmata, o Gerard non l'avrebbe trovata intera come si aspettava.
Dentro di sè rise all'immagine di Gerard che la ricomponeva come un puzzle, cercando i pezzi quà e là.
Si sedette, sprofondando nel sedile posteriore.
- All'ospedale Santa Caterina...-
e si vide riflessa sullo specchietto retrovisore.
Era pallida, smunta, e tastando l'ampia maglietta rossa che indossava, si accorse con disappunto che era dimagrita ancora...eppure mangiava regolarmente, e si concedeva anche dei dolci, ogni tanto, ad insaputa di sua nonna.
E poi si lamentava che i costumi le stessero larghi...la sarta del Majestic le aveva quasi urlato contro quando, stringendo il corsetto più che poteva, Vee le aveva detto
- Ancora, così potrebbe scivolare..-
Probabilmente la colpa di quel suo aspetto e del suo stato di salute era da attribuire allo stile di vita frenetico che aveva adottato quando aveva accettato il contratto con Mr. Webber.
Si alzava ogni mattina prima delle sei per prendere la metro e arrivare in tempo alle prove, poi durante il pomeriggio, si recava dal musicista e lui le impartiva lezioni di canto, suonando il pianoforte e cantando con lei.
A forza di guardarlo suonare, aveva imparato anche lei a strimpellare quelle musiche sul piano, ma non sapeva leggere la musica, solo copiare gli scatti delle dita più esperte del compositore quasi sessantenne sulla tastiera.
Naturalmente doveva passare dai nonni e allenarsi almeno un'ora; non l'avrebbero perdonata se, ora che non studiava, non si fosse fatta viva ogni tanto...
E Martyne...dovevano operarla...si sentiva così sollevata quando Vee dormiva con lei, come poteva lasciarla sola, quando pure sua madre non era presente per lavoro?
La nuova stagione teatrale si sarebbe aperta i primi di ottobre, anche se Mr. Webber aveva comunicato al secondo cast qualcosa riguardo ad un progetto a parte, e Patrick, Howard e lei dovevano essere pronti per settembre.
Doveva impegnarsi.
Ancora esitava in alcune scene...non riusciva a non piangere nella scena del cimitero...e soprattutto tremava all'idea di baciare i suoi colleghi.
Non che Howard e Patrick fossero brutti, per carità, anzi, più di una volta si era ritrovata ad osservare come il trucco sul loro volto fosse cattivo ed ingiusto con loro, per come sminuiva la loro bellezza naturale...Howard diventava uno spaventapasseri impomatato che all'occasione si trasformava in una sorta di Freddy Krueger col frac e Patrick sembrava il fidanzato perfetto di Barbie...eppure nel film faceva la sua figura...
nonostante la differenza di età, erano diventati suoi amici, quasi fratelli, si divertiva a lavorare con loro ed entrambi la spronavano e la confortavano quando si sentiva giù, soprattutto Patrick ( che si divertiva a vederla arrossire parlandole di un certo attore con cui aveva lavorato in passato); tutti avevano espresso pareri entusiasti quando l'avevano sentita cantare al provino, non solo i due protagonisti, ma anche il resto del cast, soprattutto la signora che interpretava la primadonna, Carlotta.
Anne aveva lavorato al Metropolitan Opera, sapeva giudicare una voce particolare, quando la udiva.
Si era sempre esercitata nel ruolo di Christine, anche se quel ruolo non era tanto esaltante per lei.
Il regista era rimasto perplesso quando Vee gli aveva confessato che avrebbe preferito interpretare Meg Giry: avere ancora una madre, anche se nella finzione scenica le avrebbe dato una strana, particolare sensazione, e il personaggio interpretato da Lisa trasmetteva la stessa autorità e fermezza che tanto aveva amato e temuto in passato, anche se la donna, come suo genitore, non sarebbe stata credibile. Non si somigliavano per niente, dai capelli al colore degli occhi.
Nulla.
Comunque sentirli cantare durante le prove le piaceva, principalmente avrebbe potuto dire di aver accettato quel lavoro solo per ascoltare il musical quando le pareva...erano bravi e avevano tutti delle voci stupende, soprattutto Howard, il fantasma che duettava con lei.
Ma Vee non amava nessuno dei due colleghi...perchè mai avrebbe dovuto baciarli?
Il regista era riuscita a convincerla solo in parte che era solo scena, finzione, e lei aveva compreso, ma non era riuscita a capacitarsene.
Al circo non le era mai capitato di dover baciare qualcuno...
Durante il recital era riuscita ad evitare quel ruolo e in seguito aveva rifiutato di prestarsi a tanto, sapendo che Kate era innamorata del suo partner.
Patrick l'aveva assicurata che per baciare una persona non era necessario amarla.
Ci era rimasta di stucco.
- Davvero?-
- Prendi me, per esempio...io ho già una persona speciale nella mia vita, sono sposato, eppure ogni sera bacio altre donne sullo stage, e magari anche loro sono fidanzate o sposate; questione di pratica e di mentalità...-
- Che vuoi dire?- aveva chiesto, non comprendendo appieno le sue parole.
- Non sei tu che baci me, in questo caso, ma è Christine che bacia Raoul: noi siamo strumenti dei sentimenti che loro vivono, ma questo non vuol dire che io ti ami...o che tu sia realmente contesa tra me e Howard...fuori da qui siamo persone come altre, e abbiamo i nostri affetti...anche tu hai qualcuno di importante, no?- e le lanciò uno sguardo eloquente.
Lui sapeva benissimo chi fosse quel "qualcuno di importante".
- Si- aveva risposto lei, arrossendo, senza riuscire a mascherare il proprio imbarazzo.
- Perfetto! E chi meglio di un attore può comprendere il nostro lavoro?- le chiese, ironico.
Era sobbalzata, appena aveva sentito il suo collega parlare in quel modo.
Non aveva mai detto che era un attore...
Lui sapeva!
Patrick sapeva!
Come aveva fatto a saperlo?
Non glielo chiese mai direttamente.
Solo, dal giorno dopo, parlarono di " lui " con naturalezza, e Patrick la confortava e la rassicurava sempre quando Vee vedeva alcune foto spiacevoli sulle riviste.
Ma la faccenda del bacio l'aveva lasciata perplessa e confusa.
Sapeva che Gerard avrebbe compreso se lei avesse dovuto baciare i suoi colleghi per lo spettacolo...
Guardando i suoi film, solo all'inizio i suoi film avevano risvegliato in lei la gelosia, poi aveva ragionato su quello che era il mestiere dell'attore e, lentamente, guardandoli nuovamente si rese conto che era diventato l'ultimo sentimento che affiorava nella sua mente, anche se lo aveva visto avvinghiato a più di una bella donna...
Probabilmente lui avrebbe pure lodato la sua interpretazione, per quanto lei stessa la ritenesse insufficiente...ma era Vee a non sentirsi in pace con se stessa.
" Baciare un altro.." si sentì un verme nei confronti di Gerard..e anche di David...cielo, tradirli in quel modo, e così apertamente!
Ci aveva messo due settimane a baciare Patrick nella scena della lira, e quasi un mese intero per Howard.
Lui le ricordava un altro uomo, più caro al suo cuore, anche se avevano in comune solo l'altezza.
Il suo collega infatti era più vecchio, già quarantenne, nonostante portasse benissimo la sua età, e aveva grandi occhi scuri, esattamente come i propri, e i capelli erano corti e neri.
Per esigenze di copione, non l'aveva mai visto con la barba, e non poteva sapere come il suo volto variasse epressione.
Lo stesso discorso si poteva fare per Patrick, dopotutto.
Patrick era capace di turbare il suo animo solo con la sua presenza.
Il suo sorriso...era simile a quello di David...così vivace e birbante.
La prima volta che lo incontrò non potè fare a meno di notarlo, salvo poi negarlo anche a sè stessa...lavorandoci insieme, era finita per abituarsi lentamente alla sua risata cristallina, giorno dopo giorno, e le prove in scena li avevano fatti ridere insieme più di una volta.
La loro scena preferita era Il ballo in maschera. Durante le prove avevano dato libero sfogo alla fantasia e Vee aveva pure eseguito un paio di salti e tuffi che non erano dispiaciuti alla coreografa.
Come si divertivano!
Lui sembrava un bambino, sempre sorridente e di buon umore, ma il suo sguardo solare nascondeva l'animosità di un professionista che non si concedeva alcun riposo se non prima era soddisfatto del proprio operato.
Per questo aveva tanto insistito affinche si allenasse a baciarlo, fino a ridursi in brandelli le labbra, se necessario.
" Ho spappolato quelle della mia collega sul set, non mi farò di certo degli scrupoli con te!" le aveva detto, e aveva mantenuto la parola.
Nonostante sapesse bene che era per lavoro, il senso di colpa la attanagliava, crudele, così come la meraviglia per un gesto così intimo ed importante ed il suo divenire semplice movimento meccanico sulla scena.
Pregò l'autista di svegliarla una volta arrivati a destinazione e si affacciò alle porte del sonno senza varcarne la soglia, ringraziando il cielo che quelle sue labbra avessero già conosciuto l'amore...donare il primo bacio di una vita ad una persona, senza amarla, sarebbe stato molto triste...
*****
La mattina dopo, Vee si svegliò in un letto non suo.
Lei e Martyne avevano dormito insieme e quando, al momento della visita del mattino, William si era trovato con quei due angeli abbracciati, aveva deciso di lasciarle dormire ancora un pò, salvo poi ritornare e chiamare la bambina per una visita particolare.
Il chirurgo era arrivato.
" Che ore sono?" fu il primo pensiero che ebbe Vee nell'uscire dal dormiveglia. Guardò la piccola sveglia poggiata sul comodino con uno sguardo pieno di orrore.
Le nove.
Imprecò nello scoprire che era così tardi.
Si alzò e si svestì velocemente, entrando nel bagno della camera per lavarsi velocemente; uscì quasi completamente svestita e iniziò a frugare nella sua borsa.
La sua tuta da fitness nera attendeva solo di essere indossata.
Riuscì a mettersi solo i pantaloni quando qualcuno bussò alla porta.
Lei non rispose, troppo impegnata a cercare di tirare fuori la maglietta blu che aveva nel fagotto senza far cadere il resto del contenuto.
- Vee, stai ancora- l'uomo in piedi davanti ala porta rimase in silenzio, meravigliato dalla visione che aveva innanzi.
La sua pelle era bianca e sembrava così vellutata...la ragazza frugava con noncuranza nella sua borsa, e si voltò appena quando udì la voce di William che la chiamava.
Gli fece un cenno e riprese il suo tentativo.
Il medico si voltò poco dopo, rimproverandosi di essere rimasto a guardare così a lungo.
- V-Vee, non dovresti farti vedere così...così...potrebbe entrare chiunque..-
- Ma qui ci sei solo tu, Bill. E tu sei un dottore, giusto? Che problema c'è?-
Il medico non rispose, mordendosi l'interno della bocca.
Vee non lo considerava più che un dottore...solo questo...
Si voltò per parlarle ancora quando Vee fu per indossare la sua maglietta, che era riuscita a recuperare solo buttando tutto il contenuto sul letto.
Corrugò la fronte nel notare degli strani segni sulla base della schiena e sui fianchi.
Non li aveva mai notati prima; in effetti non aveva mai visto la ragazza con magliette aderenti o che lasciassero scoperte più parti del suo corpo. Si avvicinò e la trattenne da rivestirsi per un momento.
- Vee, perchè non indossi mai delle magliette della tua misura?- la sua voce era seria e grave.
- Non mi piacciono- rispose lei, asciutta, ma il suo sguardo la inquietò.
Fu per mettersi di nuovo la maglietta quando lui le prese il polso e la fece voltare, indicando i segni che aveva visto con le dita.
- E questi cosa sono?-
c'erano lividi di diverso genere, alcuni recenti, ma poco preoccupanti, sicuramente dovuti al lavoro che faceva.
Erano le cicatrici più profonde ad innervosirlo. Erano tracce antiche, ormai bianche e da lontano nessuno le avrebbe notate o ci avrebbe fatto caso.
Nessuno tranne lui...e David.
Loro erano medici, e davanti a cicatrici di quel genere non avrebbero esitato a chiamare la polizia.
- Non sono nulla!- reagì Vee con livore, sfuggendo la sua stretta.
" Cosa vuoi, William?"
Il medico la squadrò, tentando di nascondere il suo dispiacere con la rabbia che gli stava montando.
Chi aveva potuto farle del male a quel modo?
Per rimanere impressi così a lungo dovevano essere stati inflitti con frequenza...e violenza.
La ragazza si rivestì velocemente e gli chiese dove fossero Martyne e il chirurgo.
Non le rispose.
- Chi ti ha picchiato?- chiese concisamente, in tono definitivo,
- Tuo nonno? Tua nonna? Chi?-
Vee gli diede uno schiaffo, infuriata.
" Ma come!!!"
- Come osi insinuare che i miei nonni...loro non farebbero mai una cosa del genere!-
William non parlò, consciò di avere assistito ad una reazione tipica dei bambini che subivano violenze...
Negare.
Negare per nascondere.
Negare per proteggere.
Fino in fondo.
- Chi ti ha fatto questo, Vee? Chi ti ha odiato tanto?-
La ragazza, ormai sulla porta, si voltò, fissandolo gelida.
Lui rabbrividì.
- Se ho questi segni, è solo colpa mia- sentenziò, la voce si era fatta acuta ma manteneva il volume impercettibile,
- Mia madre non mi odiava, chiaro? Lei mi voleva bene, CHIARO?-
sputò l'ultima domanda e si incamminò verso l'ambulatorio, lasciando l'uomo che aveva ascoltato le sue parole a riflettere dolorosamente su ciò che la ragazza gli aveva appena rivelato.
*****
" Quello stupido!"
la mente della ragazza partoriva insulti di ogni tipo contro "quello stupido" che aveva osato offendere così i suoi nonni e la memoria di sua madre.
Attraversò il lungo corridoio asettico che divideva il reparto pediatria dall'ambulatorio per le visite e, giunta a pochi passi vide la signora Crewes, seduta in attesa.
La osservò con gentilezza.
Era così tesa, si mordeva il labbro in attesa che sua figlia uscisse.
" Nessuna madre odia il proprio bambino..."
e si avvicinò, salutandola cordialmente e sedendosi accanto a lei.
La signora le disse che l'intervento sarebbe stato quel pomeriggio, e Vee non potè fare a meno di analizzare la porta lignea dello studio medico.
Si era ripromessa di accompagnare Martyne, e invece si era addormentata.
E che bel risveglio le aveva concesso William, rivangando il suo passato!
Lei stessa non pensava più a quelle cicatrici, anche se da qualche parte del suo subconscio la volontà di nasconderle faceva sì che indossasse sempre abiti e maglioni larghi...che coprissero tutto.
Era ancora persa in questi pensieri quando la porta si aprì.
Martyne uscì saltellando, contenta che tutto fosse andato bene e che il dottore che la doveva operare fosse simpaticissimo.
Abbracciò la mamma e dopo aver dato un bacio a Vee, le disse che il chirurgo voleva incontrarla, se possibile.
Non se lo fece ripetere due volte.
Entrò nell'ambulatorio, cercando di sfoggiare il suo miglior sorriso e presentandosi, ma le parole le morirono in gola quando osservò meglio la figura imponente che si era alzata per darle il benvenuto.
- L-lei...- balbettò la ragazza, incapace di rivolgergli qualsivoglia parola.
Era un uomo maturo, qualcuno più maligno avrebbe utilizzato la parola anziano ed infatti i corti capelli brizzolati, e il volto solcato da rughe più o meno naturali davano un'immagine di un uomo segnato dagli anni, e dai dispiaceri.
- E' passato molto tempo...Vianne- pronunciò quel nome con la memoria di una persona cara a bruciargli nel cuore già trafitto da mille piaghe ma ancora in piedi.
- Si...- concordò lei, annuendo senza staccargli gli occhi di dosso, le lacrime le pizzicavano gli occhi ma le trattenne, respirando a fondo.
- Un'eternità, signore...-
- Andiamo a prendere un caffè? Abbiamo molto di cui parlare- e accennò un sorriso, avvicinandosi a lei e porgendole il braccio.
- Si...- sorrise appena, porgendogli il suo.
Era molto più alto di lei, e la proteggeva con la sua ombra.
- Con piacere...signor Miller- e si incamminarono uno di fianco all'altro, in totale silenzio.