Capitolo 3
L'alba del giorno dopo
Il suono del telefono risvegliò Gerard dal suo sonno. Si era addormentato tardi, decidendo di fumare l'ultima sigaretta prima di andare a dormire. Il televisore era acceso, il sonoro al minimo... Sullo schermo scorrevano i titoli di borsa e la faccia dell'anchorman di turno sovrastava la notizia stessa che stava leggendo.
- pronto?- rispose lui, sbadigliando. Tutto purchè quel trillo infernale cessasse.
- Gerry! congratulazioni! finalmente ce l'hai fatta!- L'uomo ascoltava confuso l'uomo che gli parlava all'altro capo della cornetta.
"Ma chi è?"
Chiuse il telefono e tornò a stendersi nel letto. Si accorse che aveva ancora addosso i vestiti della sera prima. Il telefono lo reclamò di nuovo. Gerard sospirò, e mettendosi in piedi alzò nuovamente la cornetta.
-Pronto?- domandò ancora, poco più lucido di prima. Fu la valanga di espressioni colorite che udì a risvegliarlo completamente quella mattina, meglio di un buon caffè, ma meno saporito.
-Elliott, perchè mi hai chiamato così presto? sono solo le...- fece vagare lo sguardo alla ricerca di un orologio, poi ricordò di averne uno, e anche molto bello al polso,- le dieci?!- esclamò, meravigliatosi della quantità di sonno che aveva avuto quella sera.
-Dai, che lo sai!Rebecca! Le hai chiesto di sposarla, no? Come è andata? cosa ti ha risposto? cosa ha detto quando ha visto l'anello?-
Gerard roteò gli occhi, ridendo al suo manager che dall'altro capo del filo attendeva notizie.
- Sei peggio di una donna, te lo hanno mai detto?- scherzò, sedendosi e tirando fuori una sigaretta dal pacchetto che aveva sul comodino vicino.
- Si, me l'hanno detto tante volte. E ora spara!- gli rispose, sarcastico, la curiosità impaziente nella sua voce.
L'uomo accese la sigaretta e aspirò profondamente, socchiudendo gli occhi mentre un brivido dovuto alla nicotina gli correva nel sangue, rilassandolo.
-E' scappata via...- sospirò.
- Rebecca?-
-No, la cameriera.-
- e che c'entra?-
-Le ho chiesto di sposarmi.-
-A Rebecca?-
-No, alla cameriera...-
-E cosa diavolo c'entra la cameriera?! - ormai la discussione era fuori da ogni logica.
-Ho sbagliato... mi sono confuso, ho pensato che fosse Rebecca e le ho chiesto di sposarmi.- ormai Gerard era pronto a tutto, ma non a quella risata fragorosa che gli scoppiò nell'orecchio. Allontanò la cornetta infastidito da quel rumore. Ma riusciva comunque a sentire le parole dell'amico-manager al telefono. Ansimava per le risate.
- Non ci posso credere...e lei che ti ha risposto?-
- Te l'ho detto, è scappata via.-
- Dovevi fare proprio paura...-
- Affatto!- gli disse l'uomo spegnendo la sigaretta sul posacenere nel comodino. Poi ripensò al volto della donna e sentì un vivo colpo allo stomaco.
- Dovevi vedere la sua faccia..piangeva...-
- Molte tue fan piangono quando ti vedono, caro mio. Cosa gli fai tu alle donne?-
-Non così, era proprio disperata...sembrava che le avessi ucciso qualcuno davanti...quegli occhi...- e scosse la testa, cercando di togliersi dalla testa quello sguardo.
All'altro capo del filo, la voce tacque per un momento, poi con tono serio, si rivolse senza alcuna espressione ironica all'uomo che, seduto sul letto, pensava seriamente di accendersi un'altra sigaretta.
- Se le cose stanno così, ti consiglio di correre e chiederle scusa al più presto. Non puoi mai sapere cosa può combinare una donna, e per carità, non far sapere nulla a Rebecca. Da quello che ho capito non le hai chiesto di sposarla, e ti consiglio di risolvere tutto prima di incasinarti ulteriormente.-
Gerard annuì, e produsse un mugoliò di approvazione mentre teneva luna nuova sigaretta già sulle labbra.
- E per l'amor del cielo, Gerry, togliti quella sigaretta dalle labbra! Il fumo di quella che ti sei fumato prima sta attraversando la cornetta e appestando la mia stanza!- e fece alcuni finti colpi di tosse, prima di ridere, seguito a ruota dal suo interlocutore.
-Vestiti e vai a comprarti un bel caffè, poi torna in quel ristorante prima che la tua camerierina decida di farsi un pò di pubblicità raccontando alla stampa la tua bella trovata!-
- Si,- rispose l'attore, riprendendo la sigaretta tra le dita. -Ci sentiamo più tardi. Oggi sono libero, vero?-
-A-ha...lo sei fino a martedi, poi dovremo partire per un paio di settimane. Qualche giorno a Los Angeles e poi Europa. Solo due giorni in Giappone e uno a Taiwan.-
-Capisco. Allora ci sentiamo- e posando l'apparecchio, portò la sigaretta nuovamente alle labbra, mentre si sbottonava la camicia con cui aveva dormito. Il fisico era decisamente scolpito, merito dell'allenamento intensivo fatto per il suo ultimo film, e gettando la camicia sul letto sfatto, aprì la finestra. Una brezza gelida lo sferzò improvvisa, facendolo rabbrividire; percepì un odore strano, stagnante...si affacciò un attimo .
Aveva piovuto.
Richiuse la finestra e si diresse nella stanza da bagno, aprendo il rubinetto. Si fissò un attimo allo specchio, poi immerse il viso nell'acqua e la riemerse pochi istanti dopo, scuotendo un poco il capo. Gocciolava, l'acqua gli scivolava sul corpo, trattenendosi a tratti sulla leggera peluria del suo petto. Agguantò un asciugamano e si asciugò il volto con irruenza. Quando si sentì soddisfatto getto l'asciugamano bianco in un angolo e si diede una sistemata.
Pochi minuti dopo era perfetto nei suoi jeans casual e il suo maglione scuro che metteva in risalto ogni tensione dei suoi muscoli allenati. Indossò un paio di trainers e uscì. Nonostante il freddo, il clima era mitigato dal pallido sole che quella mattina aveva sostituito le nuvole in cielo.
"E ora un caffè..." si disse, incamminandosi lungo le vie sempre affollate di città.
****
-Dov'è Vee?-
Una ragazza molto alta, vestita con una minigonna rosa nonostante il freddo invernale e un bel maglioncino scollato era in piedi davanti al bancone del pub del ristorante. Parlava con un uomo di mezz'età, che teneva lo sguardo fisso su di lei, la stessa espressione interrogativa sul volto.
- Eliza, non lo so. So solo che ha finito il suo turno ed è andata via, lasciando tutte le sue cose nell'armadietto.- La ragazza lo osservò insistentemente. Sapeva che diceva la verità, ma la sua amica non era tornata a casa dalla notte prima, e se aveva lasciato le sue cose nello spogliatoio c'era sicuramente un motivo serio.
-Se vuoi, puoi chiedere a Morris o a Jen, loro l'hanno vista per ultimi, ne sono certo.-
Lei seguì il suo consiglio. Parlare con la giovane receptionist fu inutile; non le seppe dire nulla, e non la vide nemmeno uscire. Morris invece non fece altro che metterle una terribile ansia addosso con le sue parole, un senso di irreparabile che le stringeva le ossa.
-La tua amica era uscita per consegnare il conto ad un tavolo e quando è rientrata correva come una forsennata, le lacrime che bagnavano quelle sue belle guancie mi spezzavano il cuore. E' scappata via un'ora prima della fine del turno, e non dire al capo che l'ho coperta... sarebbero cavoli amari per me e per te-.
Piangeva...piangeva..Vee piangeva? perchè? cosa è successo? Chi l'ha fatta piangere? Me la pagherà cara!
La giovane donna sentiva tutto il peso di una colpa invisibile sulle spalle, un groppo alla gola...aveva passato tutta la mattina a cercarla, Vee non aveva il cellulare (incredibile ma vero!) e aveva dovuto attendere l'apertura del ristorante per chiedere informazioni ai suoi colleghi.
A chi avrebbe potuto chiedere adesso?
Proprio in quel momento udì una voce machile domandare a Jen:- Scusi, conosce per caso la cameriera che ha servito il mio tavolo ieri sera?Alta più o meno così, occhi e capelli castani... è scappata via all'improvviso e...- non potè terminare la frase; la donna gli aveva afferrato le spalle ora lo fissava negli occhi, un grido furioso e preoccupato nello sguardo di lei.
-Dov'è Vee?-
L'uomo la fissò, spiazzato. Chi era quella donna? Vee? chi era Vee?
-Rispondi! Dov'è Vee? Cosa le hai fatto? Perchè piangeva?- Eliza aveva ormai gli occhi fuori dalle orbite dalla rabbia. E aveva trovato un modo per sfogarsi. Eccolo lì, il bastardo che aveva fatto piangere la sua migliore amica. Come aveva fatto? Vee non piangeva mai, era questo che la rendeva diversa da tutte le altre donne che aveva conosciuto.
- Cosa è successo ieri sera?-
Lui la osservava confuso, ma decise di prendere la situazione in mano e di rispondere alle domande della donna che aveva davanti. Almeno per togliersi le mani di lei che gli stringevano il maglione e che gli procurava, strano a dirsi, un leggero dolore.
- Vee è il nome della cameriera, esatto? ed è anche sua amica, giusto? se è così vorrei chiederle scusa perchè ieri notte c'è stato un malinteso fra noi...-
-Che genere di malinteso?- lei lo aveva lasciato quando lui aveva pronunciato il nome dell'amica. Non sembrava una cattiva persona, e non capiva cosa potesse averle fatto quell'uomo con i capelli castani e gli occhi verdi.
-Vede, ieri sera ero in compagnia della mia ...signora, ma per errore mi sono...- si interruppe per un momento, imbarazzato- mi sono dichiarato per sbaglio alla sua amica e le ho chiesto di sposarmi. Lo so che può sembrare assurdo, lei mi stava consegnando il conto e io, senza neanche fare caso che fosse lei...- smise di parlare quando vide la donna mutare così velocemente espressione davanti a lui. Il sangue pareva avesse smesso di scorrere attraverso il suo corpo, lo sguardo era atterrito mentre le labbra pronunciavano parole confuse...
Vee..ha chiesto di sposarla... oh, mio Dio...
Lei gli diede uno schiaffo deciso, la paura ora le faceva tremare la voce. - Tu non sai cosa hai fatto...-
e corse nello spogliatoio, scomparendo alla sua vista.
Cosa aveva fatto? era stato solo un banale equivoco, dopotutto! nulla di così serio... ma allora perchè quella paura nella voce di lei? perchè ora i brividi gli correvano lungo la schiena?
La vide riapparire all'improvviso, un mazzo di chiavi in mano, un casco nell'altra. Correva come un'ossessa, il furore negli occhi.
La seguì. E la vide pochi metri più in là, in un vicolo, mentre tentava di far partire una moto. I tacchi le impedivano di premere il tasto dell'accensione con la giusta pressione. Imprecò in una lingua a lui sconosciuta.
-Faccio io- si offrì, scansandola gentilmente. Lei lo fissava ancora con disprezzo, ma ora l'afflizione aveva il dominio del suo cuore. Ringraziò comunque quell'estraneo e lo esortò a venire con sè. Gli sarebbe stato utile se avesse trovato Vee.
Lui accettò. Capì che se non l'avesse fatto, non sarebbe mai uscito da quella situazione così paradossale.
-Grazie,...- rimase in sospeso - signor...-
-il mio nome è Gerard, ma puoi chiamarmi Gerry.-
-Bene, Gerry. Ora andiamo a casa nostra, e spera per il tuo bene che Vee sia tornata o te la farò pagare cara...-
Tutti i suoni furono inghiottiti dal turbinio del motore, mentre due persone in sella alla moto nera sfrecciavano lungo la strada.
****
Aveva camminato a lungo...anzi, le sue gambe avevano trascinato il resto del suo corpo. Ora, immobile, i suoi occhi rivivevano vividi sogni, ma lei non dormiva affatto. Aveva piovuto quella notte, percepito le gocce di pioggia caderle addosso, scivolare sul suo viso unendosi al pianto, mentre era rimasta in ginocchio davanti alla sua lapide...Non credeva che sarebbe mai successo..mai di nuovo. Ora tutta la felicità del mondo, un tempo sua, le scorreva davanti agli occhi della mente, immagini colorate e vive, suoni e parole come allegre poesie di vita...tutto si interruppe all'improvviso, in una notte...l'oscurità aveva annebbiato lo sguardo, e gli occhi già pieni di lacrime avevano ricominciato a produrne di nuove, crudeli. Fu solo l'avvertire il calore tiepido del giorno a comunicarle che era ora di andare via e di smettere di piangere. Fissò la lapide per momenti interminabili.
-Devo andare a casa , amore mio...Scusami se to ho disturbato così...-, si rialzò, tenendo gli occhi e il cuore sulla lapide grigia.
Recava incisa poche parole.
"David Miller, marito adorato" e due date; la più recente risaliva a circa tre anni prima.
****
- E' tornata?- domandò la donna all'amica che le aveva aperto la porta dell'appartamento. La ragazza scosse il capo, i capelli morbidi seguivano quell'ondeggiare. Anche lei aveva un' aria preoccupata, mentre convinceva Eliza ad entrare e osservava con occhi sorpresi l'affascinante estraneo che si era portata in casa l'amica. Poi il volto di lui le tornò alla mente.
- Ma tu sei Gerard Butler- disse sorpresa, - Sei quel gran ...ehm... bravo attore che ha recitato nel Fantasma dell'opera. Ho amato quel film, ma mi sei piaciuto di più in Dear Frankie. Sai, piangevo come una fontana alla fine!- Gli sciorinò una gran sfilza di complimenti che l'uomo accettò non senza imbarazzo, ma anche con una sottile soddisfazione, benchè si sentisse fuori luogo in quella situazione.
La donna, che fino a quel momento non gli aveva staccato gli occhi di dosso, ora si rivolgeva un poco confusa all'amica bionda che nel frattempo aveva provato a chiamare qualche amico per avere notizie.
- Eliza,- bisbigliò lei, avvicinandosi alla donna e lasciando solo Gerard a contemplare la stanza,- Coma mai ti sei portata dietro questo fusto?-
-E' lui che ha fatto scappare Vee questa notte- rispose lei, senza preoccuparsi di abbassare il volume della voce.
- Cosa ha fatto di male?
-Le ha chiesto di sposarla...-
Leda lanciò ancora uno sguardo all'uomo che si guardava intorno perplesso. I loro occhi si incrociarono e lui sorrise gentile. Lei si rivolse di nuovo all'amica, sempre sottovoce.
- Ha accettato, vero?-
Chi, guardando l'uomo che sostava in piedi in quella stanza avrebbe rifiutato qualunque proposta fatta dalle sue labbra? Era alto, affascinante, intelligente, bel fisico, occhi stupendi e voce sensuale come poche altre; inoltre era ricco. L'uomo dei sogni, a detta di Leda.
Eliza scrollò la testa, un cenno di rifiuto.
- Non puoi capire, Leda, non puoi-
-Allora prova a spiegarmi. Non mi dici nulla e non so perchè essere preoccupata...-
-Dopo. Ora devo andare a cercarla. Non so dove possa essere andata in quelle condizioni, e spero che non sia successo nulla di grave...- Trafisse Gerard con uno sguardo furente, dopo di chè gli intimò di seguirla. Sarebbero andati insieme a cercarla.
Lui la seguì verso l'ingresso, perplesso dallo sguardo grave della donna.
"Ma che diavolo ho fatto di così grave? E pensare che ero solo venuto per scusarmi..." incrociò lo sguardo rabbuiato di lei, era devastata dalla preoccupazione e divorata dalla rabbia e dal senso di colpa. Per poco non tremò.
"Mi sa che qui ci lascio le penne..."
Erano già davanti alla porta; la donna, dopo essersi cambiata le scarpe con un paio più comode strinse il pomello della porta, decisa ad uscire seguita dall'attore. Aprì la porta.
Non si mossero.
Una ragazza dai capelli castani, tutti lasciati sciolti sulle spalle, in disordine, una camicia bianca umida e pantaloni neri sporchi di fango teneva la mano sulla maniglia.
- Vee!- esclamò Eliza, restando un primo momento immobile a quella vista. Cosa era successo?
-Ahh.... Eliza...scusami per ieri...-sussurrò la donna, restando in piedi davanti alla porta, lo sguardo sul pavimento, - sono andata via prima dal lavoro... non volevo farti passare dei guai...-, sollevò gli occhi, ed Eliza trasalì. Aveva gli occhi rossi, gonfi di pianto, ma non una lacrima scorreva adesso su quel viso cinereo; la donna, in tutta la sua altezza, ebbe un tremito, gli occhi chiari ghiacciati dall'orrore...quegli occhi...non di nuovo...Vee...
La ragazza sulla soglia della porta ancora parlava.
- Non volevo...- ma non potè proseguire. Alla vista dell'uomo che Eliza aveva alle spalle, Vee aveva spalancato gli occhi, portandosi una mano sul petto, ed era caduta per terra, priva di sensi.
-Vee!!- Gridarono all'unisono Eliza e Leda, che nel frattempo era accorsa al sentire pronunciare il nome della ragazza, e la vide cadere a terra.
L'uomo, che alla vista della ragazza era rimasto senza fiato, nel momento in cui incrociò il suo sguardo si sentì bruciare da qualcosa che gli risalì lungo lo stomaco fino al petto e al viso. Un'emozione senza nome. Che divenne un panico soffocato quando la ragazza cadde a terra senza coscienza.
- E' bollente!- sentenziò la ragazza di colore mentre le poggiava una mano sulla fronte, e inorridì sfiorando gli abiti di lei. Bagnati e freddi.
- E' rimasta sotto la pioggia tutta la notte!!Dobbiamo portarla in camera e cambiarle i vestiti! Forza Eliza, Aiutami a tirarla su!-, ma la donna, paralizzata alla vista della sua amica esanime sul pavimento era rimasta come pietrificata, rivivendo un passato orrore nella sua mente.
- Faccio io!- si offrì prontamente Gerard, sollevando subito la ragazza dal pavimento. Gli abiti bagnati di lei erano gelati, e la rendevano pesante. Il voltò di Vee scivolò di poco sotto il mento dell'uomo, che non potè trattenere un gemito soffocato. Scottava a contatto con la sua pelle.
Domandò dove potesse portarla, e Leda, con in mano la situazione, gli chiese di portarla prima in camera sua. Sempre con la ragazza in braccio, corse su per le scale che lo condusserò in una strana stanza da letto, tutta decorata con lustrini e abiti da scena appesi con grucce alla parete. Leda era visibilmente nervosa, tanto che non si preoccupò di far uscire l'uomo mentre spogliava la ragazza per farle indossare abiti asciutti e pesanti, anzi, gli chiese aiuto più di una volta, per reggerla affinchè potesse infilarle una camicia da notte. L'uomo l'aiutò, con imbarazzo decisamente malcelato sul volto. Vee, (ormai si era abituato, in quel breve lasso di tempo, a conoscerla con quel nome) era abbastanza alta e ben fatta, nonostante fosse davvero magra, aveva una struttura che le dava un'aria agile, da atleta. I polsi che lui le aveva retto, per permettere alla sua amica di vestirla gli scivolarono a tratti dalle mani robuste e lui, timoroso di stringerli più forte, quasi si potessero spezzare tra le sue dita, si costrinse, esortato dalla giovane afroamericana, a tenerla reggendola con le mani strette sopra la vita, e nonostante voltasse spesso lo sguardo, si sorprese nel constatare quanto fosse morbida e liscia la pelle della giovane sconosciuta.
Leda fissava l'amica mentre la spogliava per vestirla; era dimagrita abbastanza in quel periodo, forse a causa degli studi e degli impegni vari, ma aveva un aspetto migliore rispetto a quando l'aveva incontrata per la prima volta, tre anni prima...Nonostante avesse un bellissimo sorriso, allora il suo corpo era deperito come dopo una lunga malattia. Per qualche secondo la sua attenzione fu attirata dagli strani segni che aveva sul corpo all'altezza dei fianchi, sulle ginocchia e sulla schiena, segni di qualche incidente passato...o violenza. Cicatrici che non aveva mai visto.
Ma la preoccupazione per la febbre dell'amica superò la curiosità per il suo fisico e una volta vestita con una pesante camicia da notte bianca, ordinò letteralmente al suo affascinante aiutante di trasportala nella stanza affianco a quella. Lui la sollevò e constatò che in realtà era molto, molto più leggera di quanto non si aspettasse. Gli sembrava di reggere in braccio una piuma. La porta si aprì e l'uomo potè dare un'occhiata alla stanza prima di adagiare la ragazza a letto. Le pareti azzurre erano prive di alcunchè, solo un poster di un circo europeo appeso accanto al letto, un uomo ed una donna che si destreggiavano sul trapezio raffigurati nella foto del manifesto; poi una libreria, accanto ad una scrivania, entrambe piene di libri di vario genere, soprattutto scolastici ed universitari. Su un ripiano accanto al letto una macchina fotografica piuttosto vecchia e tre foto incorniciate.
"I suoi genitori", suppose vedendo due persone adulte con una bambina in braccio, una foto ingiallita. Una raffigurante le tre donne che abitavano l'appartamento, l'ultima un uomo giovane, gli occhi azzurri, corti capelli neri e un'aria seria ed intelligente. Sorrideva felice.
- Stendila qui, Gerry- disse Leda, sollevando le coperte del letto. L'attore respirò un piacevole profumo di pulito al sollevarsi delle lenzuola, bianche come la vestaglia della donna che aveva in braccio. La distese sul letto con delicatezza, sentendosi stranamente rammaricato a quel distacco. La ricoprì con le coperte mentre Eliza entrava nella stanza correndo, stravolta. Si avvicinò alla ragazza e la sollevò prendendola disperatamente per le spalle.
-Vee!Vee! Svegliati ti prego... ti prego...- Poi dovette lasciarla andare sotto l'insistenza dell'amica che non capiva cosa sconvolgesse così tanto la donna, che ora singhiozzava violentemente. Il suo sguardo infine cadde su Gerard che si vide letteralmente spinto al muro da una donna poco più bassa di lui, ma che aveva una forza quasi stupefacente.
-Se non si sveglierà, sarà tutta colpa tua! Ti ucciderò, maledetto!-
"Cielo, ma che sta succedendo? Questa è pazza!" pensava mentre con gli occhi chiedeva aiuto alla sua ammiratrice minuta.
- senta, signorina, io non ho ancora capito che è successo, mi sono ritrovato qui solo perchè pensavo che avrei potuto chiedere scusa di persona alla sua amica...è stato un malinteso, nulla di più...-
-Bastardo! tu l'hai gettata di nuovo nell'abisso della depressione! Tre anni fa ne stava quasi per morire e ora pensavo finalmente che stesse bene, arrivi tu, tu...- lo stava colpendo sul petto con pugni decisi ma privi di forza... piangeva adesso, cadendo in ginocchio davanti all'uomo e davanti all'amica che ora la stringeva forte.
-Andrà tutto bene, vedrai...- le sussurrava carezzandole la schiena mentre il corpo della donna tremava scosso dai singhiozzi.
-E' colpa mia, capisci? Se fossi andata io a lavorare ieri sera...invece mi sono fatta distrarre da un uomo e ho lasciato la mia amica a rivivere un incubo...-
-Ma tu sai che non è colpa tua...- disse Leda decisa, poi lo sguardo dispiaciuto si rivolse a Gerard che aveva fissato quella scena immobile, la confusione in mente;
- e neanche del Signor Butler. Poteva capitare a tutti, è stato solo un malinteso...come poteva sapere?... se avesse chiesto a me di sposarlo, non ci avrei pensato due volte!..- e rise debolmente cercando di tirare su col morale le persone che erano presenti in quella stanza.
- Hai ragione- Sospirò la donna, tirandosi su e asciugandosi le lacrime; si voltò e chiese scusa a quell'uomo che aveva trattato così brutalmente, per poi sedersi sul letto e sfiorare la pelle pallida della ragazza che giaceva addormentata.
-Come sta? domandò l'uomo, sorpreso dalla sua intraprendenza e preoccupazione nei riguardi di una sconosciuta.
- Ha la febbre...Devo andare a comprare la medicina giù in farmacia. Leda, potresti cucinare qualcosa per quando si risveglierà?- la donna annuì, lasciando la stanza. Aveva anche bisogno di un caffè.
Eliza era sola con Gerard in quella stanza, l'uomo che aveva odiato ingiustamente per una colpa di cui si era reso reo senza conoscerne il perchè. Si sentì in colpa nei suoi confronti; lui era stato gentile, l'aveva seguita nonostante i suoi modi rudi, aveva portato Vee in camera mentre lei non era riuscita neanche a sostenerne la vista...decise che si sarebbe fidata di lui, per un pò...
- Gerry...ehm...potresti...- e fissava il letto dell'amica senza trovare le parole adatte.
-Si- disse lui, i suoi occhi verdi brillavano di comprensione,- resterò qui fino al tuo ritorno-
I loro sguardi si incrociarono. Entrambi sentivano il senso di colpa alleviarsi lentamente, un pò di sollievo per la prima volta in quella lunga mattinata.
- Grazie-
- Non c'è di che-.
****
Apri gli occhi.
Apri gli occhi.
Lui è con te adesso...non devi fare altro che....aprire gli occhi.
Lei aprì gli occhi, ascoltando quella voce che le parlava nella testa. Le parve di vedere una sagoma conosciuta accanto a lei, seduta accanto al suo letto. Tese la mano. Lui esitò, poi gliela strinse; era calda e rassicurante. Lei la strinse a sua volta, tremando all'idea che fosse tutta un'illusione. La sua vista era sfocata...
"Maledizione...maledizione...voglio vederti...devo vederti..." e la sua volontà combattè contro quel desiderio di addormentarsi e sprofondare nel riposo. Si sforzò, tanto da riuscire a muoversi e sollevare un pò la testa e le spalle. Gli occhi erano aperti ma lei vedeva solo sagome e ombre.
- non fare sforzi, hai ancora la febbre...- le disse una voce, la voce dell'ombra seduta accanto a sè. Era dolce e rilassante, e lei riconobbe quella voce, prima un pò delusa, ma poi quasi entusiasta...
- Gerard... sei tu...l'uomo del ristorante...sei qui...-e ricadde a letto, credeva di fissarlo con i suoi occhi tremanti, che scoprì essere chiusi da un pò. Strinse la stretta su quella mano grande e confortante.
- Non mi lasciare...ti prego, non mi lasciare sola...-
non udì alcuna risposta, la disperazione si faceva strada nella sua anima, poi quella stessa voce le sussurrò qualcosa con dolcezza.
-Grazie..- sussurrò, prima di riaddormentarsi, un lieve sorriso sulle labbra, mentre la sua mano ancora stringeva quella dell'uomo che l'aveva chiesta in sposa.
****
Era rimasto solo in quella stanza. Sospirò, chiedendosi più di una volta cosa diavolo ci facesse lui in quel posto, con quelle persone...poi il suo volto incrociò quello addormentato della ragazza che aveva conoscito, in senso lato, la notte prima. Provò una strana sensazione di calore salirgli allo stomaco mentre scostava una ciocca di capelli da quel viso ancora così giovane...
"Avrà almeno vent'anni" disse tra sè e sè osservandola attentamente, "ma così sembra una bambina"..
Il suo viso era pallido e le labbra appena dischiuse le permettevano di respirare leggermente, quasi senza alcun rumore...si voltò un momento dall'altra parte...Che stava succedendo? in uno sguardo rivide tutta la serata precedente, e il suo alone di fascino lo avvolgeva totalmente in quella stanza...doveva andarsene da lì...doveva fare qualcosa, almeno fumarsi una sigaretta e scrollarsi quella sensazione di dosso..
Poi lei sospirò nel sonno. Lui si voltò e vide che aveva gli occhi aperti. Un'ondata di sollievo lo sommerse piacevolmente.Ora lei guardava verso di lui, come percependo la sua presenza. Gli tese la mano. La vide, la mano piccola e tremante, e la prese con la sua. Era calda, leggermente sudata per la febbre...buon segno. Sudare era segno che la febbre stava diminuendo. Lei parve tentare di alzarsi, gli occhi persi nella direzione dell'uomo che contemplava quei pozzi scuri con un'attrazione particolare.
- non fare sforzi, hai ancora la febbre...- le disse, tentando di calmarla passandole una mano sulla fronte. Scottava ancora.
lei chiuse gli occhi, cosa che permise all'uomo di respirare. Chissà perchè aveva trattenuto il respiro fino a quel momento...
- Gerard... - sussurrò lei, facendolo trasalire per la sorpresa. L'aveva riconosciuto?
-Sei tu...l'uomo del ristorante...sei qui...-proseguì lei debolmente, mentre la stretta della sua mano si faceva impercettibilmente più decisa.
Lui annuì senza parlare. Una strana emozione stava prendendo il sopravvento su di lui.
- Non mi lasciare...ti prego, non mi lasciare sola...- lo implorò lei, sciogliendo tutti quei muri invisibili che le persone creano attorno al proprio cuore per difendersi dagli altri.
Gerard rimase attonito a quelle parole...Gli aveva chiesto di restare? anche se era ridotta così per colpa sua...Sarebbe riuscito a lasciarla? Sarebbe riuscito a rimanere sordo a quell'invocazione?
- Non vado da nessuna parte...riposa adesso-.
- Grazie...-
Aveva deciso.