Capitolo 23

Il risveglio

 

- No llorar mas, querida...-

 

Vee non osò aprire gli occhi.

Possibile che avesse sognato tutto?

Possibile che il calore che aveva avvertito quella notte fosse stato solo un sogno, illusione?

Possibile che davvero avesse sognato quell'uomo stringerla a sè per tutta la notte?

Furono i suoi sensi ad avvertirla che non si ingannava.

Percepì il suo calore riscaldarle il volto.

Avvertì il suo respiro.

Rischiò, e sollevò lentamente le palpebre, permettendo alle sue pupille scure di affacciarsi sullo spazio circostante. Non vide altro.

Era addormentato.

La avvolgeva appena con le sue braccia forti e robuste, e il suo petto era stato il cuscino tanto confortevole sul quale aveva poggiato la testa per tutta la notte.

Sorrise.

Arrossì anche.

Ti amo...aveva detto davvero quelle parole...le aveva dette ancora...aveva un'altro amore che le faceva vibrare il petto...cantare l'anima...vivere.

E anche lui glielo aveva detto.

Poteva sperare che anche lui provasse anche un poco di quel sentimento che lei percepiva scorrerle nella mente.

Si accucciò ancora di più accanto a quell'uomo che amava e sperò che nessuno interrompesse quel momento.

Come era dolce.

Teneva le labbra rosee leggermente socchiuse, la pelle liscia e i capelli teneramente arruffati.

Sembrava un bambino.

Si sollevò, poggiando il mento sulla sua spalla.

Vederlo dormire era piacevole.

C'era una pace profonda in tutto questo.

Accarezzò appena il suo volto, e scansò la mano nel vedere che Gerard reagiva al suo tocco.

Lo vide rigirarsi appena nel suo spazio.

Vee accennò un sorriso.

Era bellissimo.

Gli fu grata.

La notte scorsa non era riuscita a smettere di piangere...come se tutte le lacrime trattenute nella sua vita avessero deciso di scorrere proprio quella sera.

 

Aveva deciso di restare con lui, di concedersi a lui...e l'unica cosa che era riuscita a fare era piangere.

Si era addormentata con la sua voce che mormorava una vecchia canzone solo per le sue orecchie, le sue labbra sulla fronte e le dita tra i capelli.

Era stato un gentiluomo, l'aveva trattata davvero con gentilezza, e l'aveva cullata dolcemente fino a farla addormentare.

Quell'uomo aveva scacciato il dolore standole solo vicino.

Eppure non credeva che avrebbe semplicemente dormito quella notte.

Probabilmente lo aveva deluso moltissimo...era un uomo, sicuramente avrebbe voluto continuare il " discorso" che avevano iniziato...però si era fermato per ascoltarla, per consolarla, e questo non l'avrebbe dimenticato mai.

Quelle ore di sonno erano state più dolci di mille notti d'amore.

Diede uno sguardo all'orologio sul comodino.

Le dieci.

Era tardi.

Aveva già un appuntamento, e non voleva fare tardi.

Scivolò delicatamente fuori dal letto, sfiorando le valigie che tanto avevano fatto irritare l'attore, la sera prima.

Rimase ad esaminarle per un attimo e sospirò.

Gerard sarebbe partito tra poche ore, e sarebbe stato via sei mesi, impegnato in riprese e combattimenti.

Lo aveva avuto accanto solo per tre giorni, così brevi, eppure così intensi, così speciali...e tutti suoi.

Quell'uomo aveva visto la sua anima e non aveva avuto paura del suo dolore.

Cercò il bagno e si fece una rapida doccia, dopodichè recuperò il suo maglione e lo indossò lentamente, ricordandosi con quali mani se lo era sfilato di dosso.

Fu colta dall'imbarazzo nel constatare come era stata intraprendente la sera prima...

Si diresse nell'angolo cucina che aveva visto la sera prima e mise a bollire dell'acqua.

Rientrò nella stanza da letto e si sorprese nel trovare l'uomo che adorava ancora addormentato.

" Sei un pigrone, Gerard? Non l'avrei mai sospettato..."

Rise silenziosamente.

Gli diede un bacio sulla guancia e gli lasciò un biglietto sul comodino accanto al letto, sotto una tazza di caffè caldo che aveva preparato in un minuto.

" Vorrei tanto restare, ma"

aveva fatto una promessa ai suoi bambini.

Erano la sua famiglia, e lei aveva promesso di essere sempre presente per loro.

Gerard avrebbe compreso.

Attraversando il piccolo ingresso dell'appartamento vide una ragazza, riflessa nello specchio.

Non si riconobbe.

Non si era vista tante volte allo specchio in quel periodo, ma sapeva che aspetto aveva, e non ricordò di essere mai sembrata così...carina.

Le parve di essere ritornata indietro nel tempo.

I capelli mossi e lunghi erano leggermente spettinati, le guance rosee come non le aveva da tanto, gli occhi schiariti e lucenti, leggermente arrossati dopo una notte di pianto...le sue labbra erano un poco livide, forse per la selvaggia irruenza dei suoi baci, ma erano rosse e tonde come non credeva possibile.

" Sono davvero io?"

Fece una breve smorfia allo specchio e quella mimata risposta non tardò ad arrivare.

Si stupì non poco che quello fosse davvero il suo riflesso.

Poi lanciò uno sguardo alla stanza da letto e all'uomo che dormiva.

- Grazie...- sussurrò dolcemente, guardandolo ancora una volta.

- Grazie di essere entrato nella mia vita..."

Aprì la porta ed uscì, facendo attenzione a richiuderla il meno rumorosamente possibile dietro di sè.

 

*****

 

-Vee, sei più bella del solito, oggi-

 

Aveva osservato l'infermiera di turno quella mattina, mentre la ragazza si riposava un poco.

Teneva il suo bicchiere d'acqua in mano, la fronte leggermente sudata.

Aveva giocato con i bambini fino all'ora di pranzo, e nonostante fosse un'atleta, trenta bambini erano tanti.

Sheryl McDonald la ammirava nel suo camice bianco.

L'aveva vista spesso in quelle vesti, negli ultimi tre anni e sapeva quanto qualunque abito, anche il più insulso, il più largo, il più sgualcito, le donasse in maniera a volte incredibile, ma ora c'era qualcosa di diverso.

Il volto della ragazza che aveva davanti brillava come non succedeva da quasi quattro anni.

La signora parve illuminarsi all'idea che le balenò in mente.

Possibile che finalmente...

- Dimmi, non è che per caso ti sei innamorata?-

A Vee l'acqua  andò di traverso, lasciandola a tossire e a lanciare sguardi d'aiuto alla signora che, coi sui cinquanta anni sulle spalle, comprese cosa significasse quella reazione.

Non le fece neanche riprendere del tutto il fiato.

- Sono contenta per te, bambina mia! Posso sapere chi è?-

La signora aveva in mente un possibile candidato.

Vee accennò un piccolo sorriso.

-Ecco..non lo conosce signora...-

-Non è per caso il dottor Street?- domandò, senza preoccuparsi di nascondere la sua sorpresa.

Il dottore aspettava sempre con malcelata impazienza le occasioni in cui Vee veniva a fare visita ai bambini, e quando arrivava si rinchiudeva nel suo ufficio, e la fissarla dalla finestra mentre giocava in cortile con loro, e in inverno passeggiava nervosamente lungo il corridoio del reparto, lanciando rapidi sguardi alla saletta dove i bambini si riunivano con lei.

Cambiava atteggiamento, diventando scontroso ed irritabile, solo quando Vee era in giro; per il resto del tempo era la persona più amabile del mondo, un ragazzino, quasi, anche se i suoi trentadue anni si affacciavano ormai sul suo volto, a volte ancora più rapidamente, soprattutto quando lavorava.

Era un bell'uomo, benestante, un ottimo partito, sicuramente.

I suoi occhi neri avevano fatto trepidare più di una giovane infermiera nel loro reparto... e anche qualche bella mamma.

- William?- ripetè Vee, riprendendo a respirare. La signora annuì.

- William è solo un amico, signora. Un buon amico ma nient'altro...e non credo che sia interessato a me-

" Sarà..."

- Allora chi è?-

- E' un segreto...glielo dirò, ma non oggi...lui sta partendo, va in Scozia...quando tornerà, glielo presenterò - e sorrise amabile, con la sua solita espressione malinconica.

Non avrebbe detto nulla di più.

L'infermiera comprese.

- Spero solo che sia alla tua altezza-

- Sono io che devo impegnarmi per essere alla sua...-

- Vee!- Una voce infantile la chiamò, al che entrambe le donne davanti al distributore si voltarono.

Una bambina di almeno sette, otto anni sostava in piedi, scalza, nel corridoio dell'ospedale, il volto in una smorfia imbronciata. Il suo volto, i suoi capelli corti a boccoli dorati avrebbero fatto la felicità di qualunque pubblicitario, se non fosse stato per la triste cicatrice che aveva sulla guancia e la fronte sinistra.

- Martyne, che fai qua? Hai mangiato?-

- Pensavo che fossi andata via...-le disse, senza rispondere alle sue domande.

Vee la rassicurò della sua presenza, ma dovette anche comunicarle che di lì a poco sarebbe dovuta andare via. Gli orari delle visite erano di norma molto rigidi.

La bambina le prese la mano e la strinse con fermezza.

- Resta ancora un pò, fino a che non ci addormentiamo...-

Come poteva rifiutare? Martyne era la sua bambina speciale...aveva appena sette anni, ed era adorabile,vivace ed intelligente. Scrutando nei suoi occhi chiari, più di una volta aveva visto il riflesso della sua stessa tristezza. La morte di David aveva lasciato cicatrici diverse ad entrambe.

- E' l'ora del sonnellino, vero?-chiese, senza ottenere alcuna risposta. Martyne, impaziente di condurla con sè, la strattonava e la trascinava per il camice bianco preso in prestito dall'infermieria.

Vee lanciò uno sguardo alla signora Sheryl.

L'infermiera annuì.

Erano già le due.

I bambini avevano già mangiato e ora dovevano riposare.

- Allora vi canterò la ninna nanna prima di andare...-

- Andiamo!- disse la bambina, -gli altri ci aspettano-

- Si, Mimì...-, la prese in braccio, sollevandola dal pavimento freddo, ed insieme si diressero verso il reparto pediatrico dell'ospedale.

 

*****

 

Era ora di pranzo, ma Gerard ancora stava dormendo.

Ascoltare il pianto della ragazza quella notte lo aveva stordito e spossato, ma mai quanto la sensazione di averla accanto a sè mentre dormiva...

Che calore...

Che mite conforto...l'aveva cullata, aveva anche cantato, sperando che le lacrime si addormentassero insieme alla loro  proprietaria...

Aveva permesso che si spegnesse, piangendo tutta la pena che si era tenuta dentro per chissà quanto tempo.

L'aveva accarezzata, stretta a sè, baciata e quando si era addormentata era rimasto per ore a fissarla, ascoltando il suono del suo respiro e rimpiangendo, di tanto in tanto, quei momenti in cui era sveglia e tremava di piacere a contatto con le sue labbra, le sue mani.

Si era mossa poche volte nel sonno, e la maggior parte di esse era stata per stringersi teneramente a lui, accoccolandosi al suo fianco e avvolgerlo con un braccio, protettiva e alla ricerca di protezione, oppure appoggiargli le labbra inconsapevoli sulla pelle, invitandolo a fare altrettanto. Ma la sua espressione serafica e in pace, e gli scrupoli, gli avevano impedito di approfittare della situazione...

Credeva che si sarebbe svegliato con una tremenda frustrazione addosso, gli capitava spesso dopo una notte in bianco, o quando non concludeva nulla...invece stava bene, anzi...benissimo.

Che strane sensazioni.

Avrebbe cercato tutta la vita qualcosa di simile, senza trovarlo altrove.

Mosse le mani, cercando la ragazza a cui aveva promesso tutto il mondo e la sua felicità.

Era scomparsa.

Aprì gli occhi completamente e si guardò intorno, mettendosi seduto.

Che quel calore fosse stato solo una fantasia, vivida e crudele più delle altre?

Che anche un abbraccio innocente fosse troppo per lui?

Per una persona tanto dissoluta in passato come lui, era una colpa così grave amare un angelo?

Non fece in tempo a pronunciare il suo nome che percepì l'odore del caffè, e fece cadere gli occhi sul comodino.

Una tazza.

La prese tra le mani.

Bevve un sorso.

Il caffè era ormai freddo, ma buono.

Si grattò la testa, sedendosi più comodamente.

Vide un foglietto di carta con delle scritte sopra.

Una graziosa calligrafia.

Lo afferrò e lo lesse avidamente.

Lo salutava con dolcezza, chiedendogli scusa per quello che era successo ( e che non era successo, puntualizzò a sè stesso) la notte prima. E ancora scuse perchè lo aveva lasciato per andare in ospedale, a trovare i suoi bambini. Gli augurava ogni fortuna col suo film, ma la cosa che più lo rese entusiasta era la tacita promessa di tentare di venire a salutarlo all'all'aeroporto. Il bigliettino si concludeva con un piccolo post scriptum...

 

Ps. ti lascio il mio numero di telefono...non so perchè,

finora pensavo che fosse inutile dartelo...

ma se ogni tanto mi vorrai chiamare, ne sarò felice.

 

Diede un bacio a quel piccolo pezzo di carta.

Vee gli aveva parlato dei bambini e non potè fare a meno di comprendere perchè la " sua" ragazza ( provò una grande soddisfazione a pensare a lei in quei termini) lo avesse lasciato dormire e fosse andata via.

Si dispiacque di non essersi svegliato prima, per provare la sensazione di averla ancora addormentata nel suo letto.

Anche se pensò che fosse una stupida smanceria alla sua età, vederla dormire era stato davvero un momento prezioso.

" Il numero di telefono...potrò chiamarla..." si domandò perchè non glielo avesse chiesto mai.

Fino alla sera prima aveva pensato anche lui che fosse inutile averlo.

Diede un'occhiata rapida alla sveglia, solo per pietrificarsi.

" Merda! E' tardissimo!"

-Non ho neanche fatto le valigie- si disse, mentre si alzava.

Sbadigliò, stiracchiandosi leggermente.

Poi decise che i bagagli avrebbero aspettato.

Si fece una doccia fredda per svegliarsi completamente e scrollarsi di dosso i postumi di una notte che non si era conclusa esattamente come aveva sperato; portò indietro i capelli bagnati con la mano ma evitò di farsi la barba.

Nel nuovo copione che aveva studiato, il protagonista era un uomo di neanche trenta anni del diciottesimo secolo che non aveva mai avuto in mano un rasoio.

Si sarebbe rasato se il regista l'avesse chiesto.

Si osservò per un attimo allo specchio prendendo la sua mascella tra le dita della mano e analizzando il proprio profilo riflesso.

" Io...con i capelli rossi...uhm!"

Indossò un maglione grigio con le maniche blu ed un paio di jeans.

Avrebbe passato delle ore in aereo e poi in macchina; non gli andava di vestirsi elegante.

Poi spalancò le ante del suo armadio e svuotò le valigie.

Aveva poco tempo e ancora non sapeva cosa portarsi.

Non voleva fare come quegli attori che si perdevano dietro ad un paio di scarpe.

Avrebbe semplicemente portato l'indispensabile e se fosse stato necessario altro, casa sua era poco distante dal sito delle riprese. 

Non avrebbe faticato a trovarsi un paio di pantaloni o una maglietta.

- Diamoci da fare!-

 

****

 

- Dove sei stata stanotte?-

 

Eliza era sconvolta.

Non sapeva dove Vee potesse essersi cacciata, ed era la seconda volta che scompariva senza lasciare alcuna notizia.

Vee la fissò e comprese che si era comportata male nei suoi confronti, ma...

- Ormai sono grande, Eliza. Penso di poter decidere dove e quando passare la notte fuori casa-

- Potevi avvertirmi, almeno!- gridò lei.

Leda la guardava, sorpresa da tanta irruenza.

Vee aveva venti anni ormai e la sera prima era uscita con Gerard.

Nonostante si preoccupasse anche lei per la giovane amica, riteneva che la ragazza potesse fare le sue scelte.

-Hai ragione, Eliza- dovette ammettere Vee.

Aveva avuto solo il tempo di cambiarsi d'abito prima che le amiche corressero in camera sua.

Comprese che non avvertirle era stata solo una sua mancanza.

Non aveva scuse.

- Perdonami...- Vee si scusò profondamente, abbassando lo sguardo, - è che ieri non ho pensato a nulla...non credevo di poter piangere così tanto...-

- Cosa è successo?-Chiese Eliza.

Ieri sera era uscita con lui...si preparò spiritualmente a uccidere quell'attorucolo da strapazzo...non doveva intromettersi nella loro vita; aveva già fatto abbastanza quando aveva ricordato il passato matrimonio a Vee.

Non le stava simpatico...lo sopportava con condiscendenza per amore della sua piccola amica.

- Gerard...-

- Si?- domandarono contemporaneamente Leda ed Eliza.

Che i suoi cattivi presentimenti su quell'attore fossero fondati?

Nella ragazza bionda la curiosità aveva rapidamente preso il posto dell'ira.

- Ecco...oggi partirà di nuovo...andrà a Glasgow...e starà via per...sei mesi...-

Eliza sospirò.

Se lo aspettava.

Cosa aspettarsi da un attore di Hollywood?

Leda si avvicinò a Vee, credendo di doverla consolare, ma la ragazza era si, un poco triste, ma non disperata come si sarebbe aspettata.

Anzi, inarcò il sopracciglio nell'accorgersi di un sorriso appena accennato sulle sue labbra.

Ripensò alle sue parole.

- Hai pianto tanto? Come mai?-.

La domanda era ironica.

Leda ormai sospettava altro.

Quando era rientrata in casa, dopo essere stata in ospedale, Vee era di buon umore e sembrava ancora più giovane della sua età, gli occhi, sebbene un poco arrossati, le brillavano di una luce che non aveva mai visto sul suo volto.

Mai, da quando vivevano insieme.

Conosceva un solo motivo per cui qualcuno dovesse essere di buon umore in quel modo...

Eliza la squadrò, aspettando una risposta.

Vee chinò il capo, arrossendo come un peperone.

- Gerard mi ha detto che...- non riuscì a proseguire.

Sentì che se avesse pronunciato quelle parole, queste sarebbero scomparse, portandosi tutta la felicità con loro.

Non l'avrebbe permesso.

- Cosa ti ha detto?- chiese Eliza incupita; ormai aveva iniziato a sospettare chissà quale mostruosità ed era già pronta ad uscire e a dirottare il volo di Gerard per fargliela pagare cara.

- Piuttosto...cosa ti ha fatto?- domandò Leda sottovoce, senza farsi sentire dalla ragazza in minigonna che le stava alle spalle.

Sorrideva sarcastica alla giovane amica, e scoppiò in una piccola risata divertita quando la vide diventare ancora più rossa, fino alla punta delle orecchie, le dita che si torturavano a vicenda senza trovare alcun conforto.

Se avesse continuato così, a breve le sarebbe uscito il fumo dalle orecchie.

- A prima vista, Gerry sembra un tipo resistente...è così? Dai, racconta!- insistette lei, non riuscendo a trattenere un sorriso largo che le attraversava il viso da orecchio ad orecchio.

Vee non osò alzare gli occhi sulla donna che ora la fissava a stento, cercando di soffocare la marea di risate e battute che le erano venute in mente.

Era imbarazzatissima.

" Abbiamo solo dormito!!" credette di urlare, senza un filo di voce effettiva, nè le labbra a tentare di muoversi.

Eliza strabuzzò gli occhi non appena comprese quello che aveva potuto dire Gerry alla sua amica, e soprattutto quello che era potuto accadere la notte passata.

Leda era sempre stata brava ad intuire gli intrighi amorosi delle sue coinquiline. Anche se la sua unica vittima, fino a quel momento era stata proprio Eliza.

- Non mi dire che Gerry...e tu-

- Non mi ha fatto niente!NIENTE! Abbiamo solo dormito, capito?! Ora devo andare!!- afferrò la macchina fotografica che aveva sul comodino vicino al letto e si dileguò, uscendo rapida dalla sua stanza e superando le scale in un balzo.

Sarebbe morta piuttosto che rivelare ciò che sarebbe potuto accadere se fosse rimasta in silenzio un poco più a lungo, la notte scorsa...

Richiuse fragorosamente la porta di casa.

 

- Non ci posso credere...- sussurrò Eliza, affacciandosi dalla finestra.

Vide la sua piccola amica fare un cenno nervoso di saluto alla finestra e prendere un taxi.

- Non è meraviglioso? -domandò Leda, - Vee si è innamorata...mi pare quasi un miracolo...-

- Ma Gerry...proprio lui...non me lo aspettavo...è troppo grande per lei...è persino più vecchio di me!-

Leda le diede una leggera gomitata sul fianco, ricordandole che era stata proprio lei a dire che l'età non aveva importanza.

- Ma lui è famoso...cioè, è un attore...gli attori sono volubili...- e pronunciò una sfilza di terribili minacce che avrebbe messo in atto se lui avesse anche solo osato pensare di fare del male alla sua amica.

Vee era così ingenua...essere stata sposata non l'aveva potuta rendere più esperta in fatto di uomini.

- Vedrai che la nostra piccola Vianne se la caverà benissimo!-

Eliza sospirò.

- Lo spero...-

 

****

 

- Non ci posso credere, Gerry Butler! Eppure ti avevo avvertito di essere puntale!!!Ti avevo pregato!!! Se avessi saputo che stamattina avresti dormito fino a mezzogiorno, sarei venuto io stesso a buttarti giù dal letto-

Elliot trovò Gerard ancora intento a mettere gli ultimi abiti in valigia.

L'attore si era completamente dimenticato che aveva un appuntamento a pranzo col suo manager, un'ora prima della partenza dal suo appartamento.

" Se tu fossi venuto..."

Gerard rabbrividì al pensiero di ciò che avrebbe potuto trovare Elliot se fosse sbucato in casa sua, quella mattina. Sarebbe stato costretto ad ucciderlo, poi...

- Lasciami in pace, Elliot, ti ho già chiesto scusa! Dopottutto siamo ancora in orario...- scherzò l'attore, esibendosi in una smorfia infantile e mostrando la lingua.

- Si, se tu metti tutto in valigia e partiamo ORA!-

- Si, si...ecco...fatto!-

Aveva ammucchiato tutto ciò che aveva nell'armadio sotto lo sguardo seccato del suo manager e, sollevandolo, lo aveva praticamente gettato di peso dentro la valigia, per poi richiuderla e metterla a terra.           

- Contento?- chiese ironico, sedendosi sul letto ed infilandosi le scarpe nere che avrebbe usato per partire.

Elliot lo squadrò per un attimo.

Di solito prima di una partenza Gerry non riusciva a dormire e la mattina dopo era intrattabile, e se il suo manager, cioè lui, gli metteva fretta, poteva persino diventare rabbioso.

Invece quella mattina...anzi, quel quasi pomeriggio...niente.

Sorrideva come un tonno e sembrava sereno, fin troppo...eppure il giorno prima gli aveva fatto una bella predica.

- Hai detto alla signorina Miller che oggi saresti-

- A-ha- mormorò lui, allacciandosi la fibia, senza neanche voltarsi.

- E come l'ha presa?- chiese, pronto a qualunque reazione.

L'attore gli lanciò uno sguardo, e poi ritornò alla sua scarpa, di cui non riusciva a chiudere quella dannata fibia di cuoio.

- Ha pianto...-

Elliot percepì un accento particolare nel modo in cui il suo cliente aveva parlato, la sua voce sembrava più leggera ed allegra del solito, nonostante avesse parlato di pianti, e guardandolo bene in viso, per la prima volta da quando era entrato in casa, vide che il suo caro Gerry aveva un colorito particolarmente roseo in volto e gli occhi erano chiari e luminosi come non lo erano da settimane, se non mesi.

Il manager comprese tutto.

Aveva troppa esperienza per non capirlo, e per poco non scoppiò a ridere.

- Mi sa che l'ha presa bene comunque, non è così, Gerry caro?-

Gerard alzò i suoi chiari occhi verdi sul suo manager, squadrandolo interrogativo.

- Cosa vuoi dire?-

- Gerry- esordì lui, scuotendo appena il capo.

Quando lo chiamava per nome, solitamente era per prenderlo in giro...si preparò mentalmente.

- Ho cinquattotto anni, è vero, ma non sono un demente! Dio, guardati, gli occhi ti brillano come ad un ragazzino dopo la prima volta! Lo vedrebbe anche un cieco!-

L'attore trasalì.

" Ecchecavolo! Non ho fatto niente!!! Per una volta che non ho fatto nulla..."

- Non so di cosa stai parlando...- disse, cercando di conservare un po di ritegno.

Non poteva negare che la sera prima fosse stato delizioso averla nel suo letto, seppur addormentata.

Sembrava un angelo smarrito.

Consolarla l'aveva fatto sentire importante, necessario.

Che Elliot pensasse che lui e Vee avessero...

Beh, la scorsa notte, per qualche piacevolissimo minuto, anche l'attore aveva pensato di poter oltrepassare un certo limite con lei, ma vedendola piangere aveva compreso che non era ancora il momento; Vee aveva bisogno di conforto...e accarezzarle la pelle nuda, baciarla, cullarla, poterla proteggere almeno una volta aveva fatto bene ad entrambi.

Decisamente, Vee non era stata l'unica a sentirsi confortata, quella sera.

- Non lo sai, eh? Allora farò finta di non vedere quanto sei allegro oggi, e non vedrò quel tuo sorriso radioso da ebete che hai stampato in faccia da quando sono qui, e tanto meno mi permetterò di leggere quel simpatico biglietto firmato dalla tua ragazza, appoggiato sopra il comodino...non mi sono accorto affatto che la calligrafia non è la tua...Farò finta di nulla, visto che non sai di cosa sto parlando!- e rimase in piedi, le braccia conserte e immobili, a fissarlo con un sorriso largo e terribilmente sarcastico sul viso, mentre sopprimeva la risata che se fosse sgorgata davvero, sarebbe risuonata in tutto il palazzo.

- Sei uno stronzo!- disse l'attore scuotendo il capo al manager e sorridendo.

Sembrava dieci anni più giovane.

- E tu sei un libro aperto!- rise Elliot, -ora prendi le valigie ed andiamo, finche siamo in tempo-

- Si-

Attese che il suo agente fosse uscito e si avvicinò al comodino.

Raccolse il foglietto con su scritte le parole di Vee e il numero di telefono e lo infilò nella tasca del giaccone scuro, sollevò le valigie e uscì di casa, lanciando un'ultimo sguardo al suo appartamento prima di chiudere la porta a chiave.