Capitolo 21

Tutto su di lei

 

L' aveva fissata a lungo, dopo quelle parole.

Ed era rimasto a metà tra lo sconcerto e la sorpresa.

Aveva udito bene?

Gerard aveva poi annuito, e chiamando un taxi fuori dal parco erano arrivati in meno di mezz' ora nel suo appartamento.

Ancora si chiedeva come avesse potuto arrivare a casa, tramortito com'era...

La invitò ad entrare e lei avanzò.

La casa era impregnata di vari odori...sigarette, caffè, dopobarba, colonia...era la casa di un uomo, dopotutto.

Si guardò attorno, curiosa...una chitarra...tante riviste, pochi libri...quella era una casa di passaggio tra Los Angeles e Londra, cosa poteva aspettarsi?

Tante foto, sul comodino, appese alle pareti...di parenti, amici.

Ne vide una dove riconobbe Gerard sugli sci.

Che bello il suo sorriso, sotto quegli occhialoni di plastica!

E questa? Microfono in mano, si esibiva con un gruppo musicale...le osservò, cercando di memorizzare quei volti e quelle espressioni.

C'era molta gioia, spensieratezza, vita...ma una era diversa...erano in quattro...una vecchia foto.

Riconobbe nel ragazzino più piccolo lo stesso sguardo acquamarino che la faceva emozionare sempre.

Accanto a lui altri due volti giovani, poco più maturi del suo.

Una ragazza coi capelli ondulati, la stessa espressione sorridente sul volto e un ometto che sorrideva appoggiandosi sulle loro le spalle e sorridendo con loro.

Erano tutti abbracciati ad una donna, seduta, protagonista centrale della foto.

- Quella è mia madre, e gli altri tre siamo io, mio fratello e mia sorella-

Lei si voltò verso di lui, che era scomparso un attimo solo per prepararle qualcosa da bere.

- Thè o caffè?-

Vee optò per un thè.

Era abbastanza nervosa, non aveva bisogno del caffè.

- E tuo padre?- domandò, sorseggiando la sua bevanda e sedendosi sul ciglio del letto, che trovò pieno di vestiti e due pesanti valigie ancora chiuse posate pesantemente sopra di esso.

- I miei hanno divorziato quando ero piccolo...non ho foto di quel periodo...l'ho rivisto per qualche tempo venti anni fa, ma appena pensavo di poterlo conoscere meglio...è morto...sai...di cancro-

Vee esclamò, le dita si irrigidirono sulla tazza che reggeva tra le mani.

" Non volevo..."

-Mi dispiace...-

- Non devi. Crescere con mia madre e i miei fratelli mi ha dato tanto, e so di gente più sfortunata di me che-

Si zittì.

Vee gli aveva detto di aver perso entrambi i genitori.

Si sentì un verme.

" Ho la sensibilità di un elefante...deficiente! deficiente!"

- Scusami...-

-Perchè ti scusi?- chiese lei, senza realmente aspettarsi una risposta, -...hai ragione. Effettivamente c'è gente più sfortunata di te, e anche di me...- e rimase in silenzio.

Si alzò, e si avvicinò alla finestra, scostando le tende.

La aprì e rimase ferma a fissare il cielo, respirando l'aria leggera e un poco fredda che non aveva percepito prima.

Tra le stelle, che quella sera sembravano brillare più intensamente, per la prima volta dopo tanto, tanto tempo, le parve di scorgere un sorriso, come se le persone che più aveva amato fossero lassù ad incoraggiarla.

Sorrise a sua volta.

A Gerard avrebbe potuto dire tutto.

Doveva farlo.

Lui doveva sapere.

Solo così avrebbe potuto scegliere.

Si voltò.

- Anche mio padre è morto di cancro- replicò, un'espressione mesta si affacciò sul suo volto.

L'ultima persona a cui aveva parlato del suo passato...ora ne faceva parte.

- Avevo otto anni. Ricordo che eravamo in Giappone...fu ricoverato dopo uno spettacolo e ce lo dissero. Mia madre ed io decidemmo di stabilirci a Tokyo per rimanergli accanto, frequentai anche la scuola per qualche mese...sembrava migliorare, ma un pomeriggio...mia mamma era andata a lavorare e mi aveva lasciata con lui...ebbe una crisi più forte delle altre e i medici non poterono fare altro che trascinarmi fuori dalla stanza-

Gerard la vide chinare gli occhi; c'era tanta pacata rassegnazione nella sua voce.

Era rimasto in piedi, la tazza col caffè bollente ancora in mano, e la ascoltò senza fiatare: era la prima volta che Vee gli parlava di sè, del suo passato. 

- Mia madre non fu più la stessa dopo quel giorno, non sai...anche lei se ne è andata, quasi sei anni fa. Eravamo a Berlino. Dopo la morte di mio padre, si era dedicata alla fune da equilibrista, abbandonando il trapezio...forse un malore, forse un errore...non lo so, ma quella sera lei cadde...-

- Cadde?- chiese lui, pentendosi subito dopo e temendo qualunque cosa potesse dirgli.

- Si- poggiò la tazza sul davanzale della finestra e fissò il suo interlocutore, come se avesse ancora davanti a sè tutta la scena.

Occhi sbarrati ed increduli, che vedevano oltre l'uomo che avevano davanti, viaggiando attraverso il tempo e lo spazio circostanti.

- Cadde giù dalla corda...un lungo volo di quasi cinquanta metri, senza rete di sicurezza...la ricordo perfettamente...sembrava una farfalla...e c'era tanto silenzio...non credevo che il mondo potesse essere tanto silenzioso...-

Gerard sgranò gli occhi.

Rabbrividì violentemente mentre si lasciava cadere sulla poltrona, che per fortuna era dietro di lui, sempre pronta ad accoglierlo.

Vee aveva visto...

E ora gli stava raccontando tutto.

Lei proseguì.

- Chiese ai suoi colleghi di portarla via in fretta, altrimenti il pubblico si sarebbe "raffreddato"- si interruppe per poi sospirare e mordersi il labbro inferiore.

" Come se fosse stato importante...lo spettacolo deve sempre andare avanti, vero, mamma?"

-...e a me chiese di entrare in scena al suo posto per completare lo spettacolo- infine gli lanciò uno sguardo vacuo, chiedendosi se capisse le sue parole. Per quanto cercasse di essere comprensibile, le sembrava di parlare un'altra lingua, dicendogli cose di un altro mondo. Cose che le persone non dovrebbero ascoltare.

- Indossavamo tutti delle maschere, non se ne sarebbe accorto nessuno- spiegò, portandosi le dita all'altezza della tempia destra e lasciandole scivolare sulla propria guancia, come se la sottile maschera nera che tante volte aveva nascosto il suo volto non l'avesse mai abbandonata.

- Mi diede la sua maschera blu...e io completai lo spettacolo...oh, si...- annuì, generando una sorta di timore nell'uomo che aveva davanti, - lo feci, alla grande...dovevi sentire gli applausi...ma mia mamma non mi vide nè sentì nulla perchè morì pochi secondi dopo, dietro le quinte...-

Gerard pensò che sarebbe scoppiata a piangere, ma non una lacrima, niente.

Quando Vee aveva iniziato a parlargli della sua vita, udire quelle rivelazioni gli aveva fatto credere inizialmente di poter comprendere ciò che provava, ciò che aveva provato...non capiva niente.

Come poteva?

La sua famiglia gli era sempre rimasta accanto quando suo padre era mancato: sua madre, i suoi fratelli, i suoi amici... e non per questo era riuscito a sfuggire alla solitudine e al dolore che tante volte aveva cercato di soffocare con l'alcol e i divertimenti...a trentasei anni ancora non riusciva a sfuggire a quella sofferenza straziante e sorda, e più di una volta le persone che gli volevano bene riuscivano a leggere quella sua malinconia nel suo sguardo, nei suoi occhi.

E lei era così giovane...

Pensò con amarezza che se molte cose al mondo erano ingiuste, questa era una delle peggiori. Lasciare sola una bambina, una ragazza sensibile come lei...anche la persona più forte del mondo sarebbe crollata...non era giusto...quanto aveva pianto nella sua vita? Anche solo immaginarlo gli fece scuotere la testa, e negare il suo stesso pensiero. E ora...aveva ascoltato le sue parole e adesso Vee rimaneva quieta e muta, lasciando vagare il suo sguardo sul pavimento liscio dell'appartamento, che all'attore non era mai sembrato tanto deprimente come quella sera. Nonostante la luce fosse accesa, una pesante penombra si era insinuata nella stanza, rendendo l'atmosfera sconfortante.

" Cosa cerchi, Vee? Dimmi qualcosa..."

Quel dolore muto lo colse impreparato più del pianto...come si poteva consolare chi non voleva esserlo?

Infine, Vee sollevò il viso, che accennava un labile sorriso, e gli raccontò un breve aneddoto su quella sera che aveva cambiato per sempre la sua vita.

- Pensa che alcuni dissero che lo spirito di mia madre aveva completato il suo numero prima di volare in cielo...sarebbe stato da lei, sicuramente...era una vera professionista...fantastica-

Tacque per qualche secondo. Raccontargli in che condizioni la signora Monroe l'aveva trovata e come l'aveva costretta a partire per gli Stati Uniti sarebbe stato inutile, e penoso. Lesse nei suoi occhi verdi che ancora aspettava qualcosa.

"Già..."

C'era ancora una persona di cui parlare.

Il suo silenzio non bastò a predisporre l'animo di Gerard a quella nuova rivelazione.

 

- E David...-

 

****

 

L'attore degluttì a sentire pronunciare quel nome.

- David lo conobbi nel ristorante vicino casa mia, a Chinatown. Lavoravo come cameriera, in quel periodo- portò indietro i capelli castani, cercando uno spiraglio d'aria in quella stanza. Nonostante la finestra fosse aperta alle sue spalle, si sentiva soffocare... e l'attore notò il bruno dei suoi occhi spruzzato di cenere.

- La prima volta che lo vidi, era insieme ad un suo collega, il giorno di san Valentino...Ci provarono entrambi, ci crederesti?, ma uno di loro si tirò indietro non appena seppe la mia età. Avevo ancora quindici anni-, sospirò appena, prima di proseguire.

- David però non si tirò indietro...ritornò ogni giorno...e io l'ho aspettato sempre...per tre mesi...finchè mi chiese di sposarlo-.

Parlava con un sorriso triste sulle labbra, la nostalgia le spegneva lo sguardo, rendendo la sua espressione vacua e dolorosa da sostenere.

-"Il cibo del ristorante è buono, ma sta distruggendo il mio fegato, quindi se voglio salvarlo, devo chiedertelo oggi...Vuoi sposarmi?"- rise brevemente, gli occhi lucidi minacciavano di esplodere in un pianto disperato, - Immagina come sono saltata in aria a quella proposta...oh, ero così felice. Come non lo ero mai stata...come credevo non sarei mai stata...siamo stati sempre insieme da quel momento, per un mese, prima di sposarci...-

Rise senza alcuno spirito, raccontandogli come David fosse dovuto andare prima al municipio per chiedere il permesso ufficiale per le nozze.

- Sapevi che se un uomo di ventotto anni esce con una ragazza di sedici, in alcuni stati può essere arrestato? Non credevo che fosse illegale...me lo ha detto solo qualche giorno dopo...- annuì un paio di volte, tristemente.

- Ci siamo sposati in una bella chiesetta, un mattino... e abbiamo festeggiato nel ristorante vicino a casa mia, lì dove ci siamo incontrati...era tutto perfetto...davvero perfetto! Poi quella notte...- fece una pausa, più lunga delle altre.

Per la prima volta da quando era entrata nell'appartamento di Gerard, da quando aveva iniziato a parlare, lei esitò.

Non aveva mai raccontato nulla di quella notte, a nessuno.

L'attore approfittò di quel momento per appoggiare la sua tazza sul mobile vicino al divano. Gli sarebbe definitivamente caduta di mano se avesse continuato ad ascoltare reggendola tra le dita che ormai avevano perso ogni sensibilità.

- Io e David eravamo appena tornati a casa e stavamo per...- chiuse gli occhi con forza, per riaprirli un attimo dopo.

Gerard comprese.

Dopotutto era la prima notte di nozze.

- Ma il telefono squillò. Era un suo collega...disse che dovevano operare una bambina, un caso d'emergenza, e che avevano bisogno di lui...allora, gli pregai di non andare, avevo un terribile presentimento...capì di essere egoista e gli chiesi subito scusa...come potevo fermarlo? Era il suo lavoro, non avrebbe lasciato morire nessuno...- inalò quanta più aria riuscisse a passare attraverso i suoi polmini paralizzati dal ricordo.

- " E' solo un intervento, Vee. Cosa vuoi che succeda? Tornerò presto da te, te lo prometto"- disse infine, in un tono, un accento non suo, -...ma non è tornato più...mi addormentai solo un attimo per svegliarmi in preda all'angoscia, la febbre, con la sua voce nelle orecchie, che mi chiamava...rimasi sveglia, senza muovermi dalla soglia della porta, implorando che quello fosse solo un incubo più vivido degli altri...solo un'altro incubo...-Strinse i propri gomiti in una morsa violenta, trattenendo le sue membra dal tremare e singhiozzare.

- Alle quattro telefonarono dall'ospedale. Mi aveva chiamata davvero...e mi aspettò prima di andarsene. Di questo gli sono grata...davvero...grata...-

Rimasero entrambi in silenzio.

Solo il rumore dei loro respiri era percepibile in quella stanza, neanche il traffico e le luci della città osarono disturbarli.

- Ho visto morire tutte le persone che amavo di più al mondo, Gerard...con questi miei occhi...Capisci?...-

" No...non posso capire..." realizzò lui, dispiaciuto ed amareggiato.

Aveva sofferto anche lui in vita sua, cercando di sfuggire al dolore in molti modi...ma a quel dolore come sarebbe riuscito a sfuggire?

C'era un unico modo.

- Per questo ho iniziato a pregare...affinchè morissi anche io - parlò con lo sguardo rivolto al suolo, la sincerità nella sua voce era una lama sottile e affilata che si insinuava nella carne e devastava l'animo.

Sospirò.

E contemplò gli occhi dell'uomo che aveva davanti: erano carichi di pietà e tristezza.

Gerard aveva capito che lei gli aveva detto la verità.

Fuggì subito da quello sguardo, troppo pesante per la sua coscienza.

Si dispiacque di aver rattristato degli occhi tanto belli.

Meritavano tutta la felicità del mondo...e lei non poteva dargliela...non ne era in grado... aveva avuto la morte nel cuore...ed era ritornata spesso a farle visita...per tutta la vita.

-E' terribile da dire, lo so...ma io l'ho fatto davvero...lo volevo davvero...ogni giorno- singhiozzò, torturando ancora il proprio labbro -...ogni momento pregavo silenziosamente che finisse tutto, così li avrei rivisti...quante volte mi sono illusa che avesse udito la mia voce, invece...Dio non mi ha ascoltato...ho dovuto ricominciare di nuovo...ma non mi sono più ripresa del tutto...-

Sollevò lo sguardo al soffitto, trattenendo le lacrime che minacciavano di sgorgare superando il muro delle ciglia, le labbra strette e livide.

- Non ricordo neanche quanto tempo rimasi in ospedale...quando venni dimessa, ero l'ombra di me stessa...se tu mi avessi incontrato allora, ti avrei fatto orrore, ne sono certa...-

" Non è vero!"

- Non è vero...- disse lui, alzandosi rapido ed avvicinandosi alla ragazza che si era sfogata con lui, rivelandogli la sua anima, il suo dolore, e che ora sminuiva la propria bellezza come se non meritasse nulla, neanche quella.

Le sollevò il mento con l'indice, cercando i suoi occhi scuri.

- Sei bellissima...credo che tu lo sia sempre stata...non mi avresti fatto orrore...non potresti mai farmi orrore...-

" Lo pensi davvero?" parve rivolgergli questa domanda con lo sguardo, spruzzato d'oro e tristezza.

- Allora perchè mi sento così male con me stessa? Perchè ogni cosa che amavo e volevo mi è stata strappata via? Devo essere davvero una persona orribile per essere punita in questo modo! E ora...sento di non meritare nulla di ciò che ho adesso. I miei parenti, gli amici...ma soprattutto te...- si strinse le braccia, chinando il capo e sfuggendo ancora il verde dei suoi occhi.

- Tu sei...meraviglioso...e non riesco a credere di essere io quella che realmente vuoi avere accanto...non posso essere io...perchè dovresti volermi, quando puoi avere qualunque donna, anche la più bella del mondo?-

Gerard le accarezzò i lunghi capelli morbidi, cercando i suoi occhi, i suoi malinconici specchi d'ambra e terra.

Riusciva a vedere il riflesso della sua anima, legata tra le pieghe delle sue iridi.

" Sono io che..."

- Tu meriti molto più di quello che io potrei darti, e posso solo pregare che tu non te ne accorga, così potrò rimanerti accanto in questo modo... sperare che tu non mi allontani da te, ora che ti ho trovato...-

Pregò solo di non essere stato troppo teatrale ma quelle parole, quei gesti gli erano venuti spontanei, drammaticamente spontanei.

-Oh, Gerard...- gli prese una mano e se la portò alla guancia, sfiorando il proprio volto con essa, - io non ti allontanerò mai...finchè mi vorrai con te...- lasciò la sua mano, che ormai si era affezionata al calore della pelle,

- non ti lascerò mai...- e in punta di piedi, tenendo il suo volto tra le mani, gli diede un lungo bacio unendo la bocca con la sua. se ne distaccò poco dopo, respirando profondamente.

Lo guardò ancora negli occhi.

Sembravano azzurri, vivi...ed erano solo per lei.

Gerard vedeva lei adesso.

Non la ragazza che aveva incontarto quella sera di fine febbraio in un ristorante del centro, nè l' insospettata cantante e artista da circo che aveva ammirato sul palco di un vecchio teatro di periferia. Era solo Vee.

Una donna e il suo dolore. Li aveva avuti davanti a sè, ma non ne aveva avuto timore.

Non era scappato, lanciando promesse di conforto...non si era perso in frasi fatte, credendo di poter comprendere il suo dolore.

Era rimasto lì, aveva ascoltato, e ora il suo sguardo le tendeva le corde dell'anima, rimaste piegate e scosse dalla sofferenza troppo a lungo.

Udì una voce, nella sua mente, pregarla di non fuggire lei, adesso.

Lo baciò nuovamente, con più intensità, carezzandogli i capelli e la nuca con dolcezza. Riuscì solo a percepire Gerard che l'abbracciava prima di scendere con le labbra sul collo, fino a raggiungere la base della gola. In punta di piedi, poggiò la fronte contro il punto in cui le sue clavicole si congiungevano in una curva elegante, abbracciandolo affettuosamente per tantissimo tempo.

Avrebbe giurato che si fosse fatto giorno, nel frattempo...

 

 

"Almeno stanotte...almeno una volta...vorrei renderti felice...