Capitolo 17

Ammissione

 

- Sono vedova-

 

Quella frase risuonò nella mente di tutti come un fulmine a ciel sereno.

Quel gruppo la fissava, mentre lei piegava nuovamente il capo sotto il peso dei loro sguardi.

 

Vedova...vedova...vedova...

 

Gerard era riuscito a percepire ciò che i due si dicevano, e tremò al pensiero che anni prima avesse davvero sposato una persona per poi perderla così violentemente.

Vee era vedova, era vero...drammaticamente vero, e lui lo sapeva.

Ma sentirglielo dire, la sua voce carica di dolore, gli fece venire voglia di uccidere la persona che la faceva soffrire così tanto...poi ricordò che era proprio la sua morte ad affligerla così.

Se avesse potuto, avrebbe rinunciato a conoscerla e a provare quei sentimenti per lei pur di saperla felice, anche con un altro...invece...

Invece...

La guardavano sconvolti, poi uno sguardo afflitto, pieno di pietà e compassione, si affacciò sui loro occhi, parole confuse ed inerti cercavano di risalire sulla punta della lingua per poi scivolare nell'ovvietà...cosa dire?

Cosa fare?

Cosa pensare?

 

Vee li liberò da tale preoccupazione.

 

- Se volete scusarmi, adesso vado a cambiarmi...mi aspettano a casa...-

 

Aveva sollevato i suoi occhi, quasi neri, sulla gente che la osservava piena di rammarico...voleva affrontare i loro sguardi...si era ripromessa di riuscirci...

 

Aveva fallito.

 

Era solo una stupida bambina, neanche capace di ammettere ciò che era, una vedova...una donna sola...una sopravvissuta all'uomo che amava...

Fu lo sguardo chiaro carico di compassione di Gerard a farla stare peggio.

Le provocò un dolore al petto che non immaginava di poter provare ancora...

"Non mi guardare così, ti prego...non"

 

- E' stato un piacere...conoscervi...scusatemi- disse in un respiro, chinando la testa più profondamente, per nascondere le lacrime che minacciavano di invaderle il viso.

Non avrebbe pianto davanti a nessuno...non voleva farlo...non voleva permetterselo...

Scansò i presenti che la lasciarono passare, ancora sbigottiti, e si incamminò lentamente verso la porta che l'avrebbe condotta al suo camerino.

Iniziò a correre a metà strada, evitando la folla ancora presente, gli occhi bassi, mordendosi con cattiveria il labbro inferiore...le lacrime le annebbiavano già la vista...

Sparì dietro la porta scura, lasciando una grave sensazione di irreparabile tra i presenti che avevano udito la sua ammissione.

 

****

 

-Lo sapevi?-

Amanda si era avvicinata a Gerry, accompagnata da suo marito; gli stava praticamente di fronte, e affrontandolo in questo modo, chiese al suo cliente ciò che più le premeva in quel momento.

- Si- ammise lui, per quanto gli facesse...male accettare quella realtà.

La prima volta che l'aveva udita non poteva crederci, non voleva crederci...

-Perchè non me lo hai detto?- lo riprese Elliot, in qualche modo offeso da quella mancanza di fiducia nei suoi confronti.

- Non lo so...- rimase in silenzio per qualche secondo.

- Suo marito...è morto quattro anni, la sera del...loro matrimonio...un incidente stradale..-

La donna inorridì al pensiero di un simile evento, e strinse forte la mano di Elliot, che avvertì la sua presa e la strinse a sua volta, come per rassicurarla.

Alec rivide in prospettiva tutte le discussioni avute con la ragazza, e capì improvvisamente il perchè di tutta quella tristezza che traspariva dalla sua bella voce quando cantava d'amore o accennava del passato...

- sono stata innamorata anche io...-

 

- Vee non me ne ha parlato mai, l'ho saputo dalla sua amica quel giorno, due settimane fa, e non credevo fosse giusto che fossi io a parlarne senza il suo permesso...- si scusò Gerard, rivivendo quei momenti di sconforto, quando lei era ritornata a casa sua con la febbre e le tracce di pianto sul volto pallido.

Andrew sospirò.

Quale dolore era più terribile di perdere la persona amata così all'improvviso?...il divorzio non era paragonabile a quella pena...

Un dolore lancinante che lascia privi di alcuna difesa, e solo un desiderio a devastare l'animo...

- E' meglio che qualcuno vada a vedere come sta...- disse Patrick, lanciando un'occhiata all'uscio attraverso il quale era scomparsa e poi al suo collega.

L'uomo scrutò il passaggio e, senza dire una parola fece un cenno all'amico e si fece strada tra le persone presenti, evitando anche un paio di ragazze che lo avevano riconosciuto nella folla.

 

Salì le scale, una tensione diversa dalla prima volta si faceva strada lungo il suo stomaco e il petto, il cuore che accelerava ad ogni gradino. Davanti al suo camerino, il quinto, una ragazza bionda, con un'ampia gonna rossa e un maglioncino nero sostava in piedi davanti alla porta, i capelli biondi e corti nascosti in parte da un berretto di lana cremisi.

-Vee, stai bene? Dai, non fare così...inizierò a preoccuparmi-

- Sto bene, Laura...- urlò flebilmente una voce, - voglio solo restare un pò sola...-

- D'accordo- rispose, ma non si allontanò dalla porta.

Vide un uomo alto e vestito di nero avvicinarsi, proveniente dall'esterno.

Non lo riconobbe, ma gli parlò lo stesso.

- Scusa, sai cosa è successo alla mia amica la fuori? E' entrata di filato in camerino e sembrava disperata...-

Gerard avvertì un pugno rubargli il respiro, la gola secca.

Non le seppe rispondere.

" Cosa posso dirle?"

- Tu le hai regalato il vestito, vero? Ti ho visto entrare prima- fece una pausa, chiedendosi se fosse davvero il caso di mandare un' uomo, un estraneo, nel camerino della sua amica.

Decise in fretta: Vee si era rinchiusa in quella stanzetta amena e se c'era anche solo una possibilità che qualcuno potesse tirarla fuori da lì prima che chiudessero il teatro...valeva la pena tentare.

- Prova tu a parlarle, per favore. Sono due anni che la conosco e non l'ho mai vista in quello stato-.

Gerard annuì.

- Vee- bussò alla porta,- qui c'è un tuo amico, quello del vestito; apri, per favore-.

Ci fu un lungo silenzio, attimi interi che durarono ore...poi qualcosa scattò.

La serratura del camerino.

I due attesero qualche secondo immobili, aspettando che fosse lei ad aprire.

Silenzio.

Gerard si rivolse alla ragazza bionda, pregandola di aspettare fuori.

Lei assentì e si diresse verso le scale, scomparendo alla vista.

Era solo adesso, in quel corridoio lungo e stretto...le chiacchere che udiva dall'esterno sembravano deriderlo.

Aprì la porta ed avanzò, richiudendola dietro di sè.

Vee era in piedi, poco più avanti, gli dava le spalle, che si alzavano e abbassavano in profondi respiri irregolari.

 

"Vee...io..."

- Mi dispiace...- disse lei, la voce rotta dal pianto.

Gerard non potè fare altro che rimanere in silenzio.

Qualcosa si era rotto, spezzato dentro di lui, con un rumore sordo ed inspiegabile.

Respirava ancora, ma gli parve di annaspare atrocemente nel vuoto.

La ragazza proseguì.

- Avrei dovuto dirtelo subito...avevi diritto di sapere...esattamente come i miei amici là fuori...e quelle persone...ma...- si interruppe, portando la mano sul viso per asciugarsi le lacrime, - ma in tutto questo tempo ho avuto paura...tanta paura...che se avessi parlato, se loro avessero saputo...- si voltò verso di lui, catturando gli occhi di lui nel suo sguardo doloroso,

-...mi avrebbero guardato...come mi stai guardando tu adesso...-.

Piangeva ancora, e al rendersene conto si voltò nuovamente, poggiando una mano sul tavolo dove si erano accumulati i suoi costumi e gli abiti.

Rise appena.

L'attore rimase stordito da quella risata.

Non era naturale.

Gli dava una sensazione di gelo che non riusciva a controllare e un terribile dubbio iniziò ad insinuarsi in lui.

- Devo essere bruttissima...mia madre diceva sempre che le lacrime non erano adatte al viso delle donne del circo...sorridi...sorridi sempre, diceva...anche mentre mi picchiava...anche mentre moriva...- sussurrò mestamente, per un attimo lontana da lui e da quella stanza.

-Sai, Leda sapeva già che ero stata sposata...- sbuffò, portandosi una mano sulla fronte, - chissà quando l'ha scoperto...-

"Quando l'ho scoperto io" pensò l'attore con amarezza. Lei non gli aveva parlato del suo passato, e probabilmente non voleva parlargliene.

Lo avrebbe mai fatto se non fosse stata costretta? Era giusto che lui sapesse di lei più di quanto la ragazza avrebbe voluto?

" No..."

- E sai cosa mi ha detto? Che il passato è passato, e devo vivere il presente...-

"Ha ragione" si ritrovò ad essere concorde con l'opinione della giovane donna di colore. Fin dall'inizio, gli era parsa la persona più equilibrata in quella casa.

- Si, mi sono detta...- accennò ancora una risata, che parve ispirata dalla follia...o dalla disperazione, - lo posso fare, David avrebbe voluto così...invece...-, si voltò ancora verso l'attore, che non sapeva più come sostenere i suoi occhi.

- GUARDAMI!-urlò afferrandogli le braccia in una morsa feroce, incapace di ragionare- mi è bastato ammettere di essere quello che sono per ritrovarmi in questo stato! Come ho potuto anche solo pensare di essere in grado di cambiare?!-

Attese una risposta, ma sapeva che non sarebbe arrivata da nessuna parte.

Sospirò pesantemente, come se l'anima strisciasse fuori dalle sue labbra. Mollò la presa e fece qualche passo indietro, singhiozzando appena.

- Sono solo una ragazzina sciocca, e debole...peggio di una bambina...mi tengo tutto dentro e poi mi rannicchio in un angolo a piangere da sola, come una stupida...-

Lo trafisse con i suoi occhi scuri, spenti e vuoti, come quel giorno...

"Guardandomi fu come se mi avesse uccisa"

Le parole di Eliza riecheggiarono nella sua coscienza, e non potè far altro che ammettere la verità di quella frase. Solo sostenere il suo sguardo gli dava la sensazione dell'anima strappata dal corpo, dolorosamente...

Percepiva fin troppo bene la disperazione nella sua voce...negli occhi di lei vedeva riflesso quel baratro in cui la ragazza stava precipitando...

- E' meglio che tu stia lontano da me, Gerard, non merito nulla...-

Le guance si inumidirono ancora e questa volta non fece nulla per trattenersi, nè per evitare di essere vista. Non le importava più...non le interessava più nulla.

- Ho deluso tutti...Leda, Eliza, David, i miei genitori...e anche te...-

 

*****

 

Ricominciò a piangere con più intensità, i respiri rapidi e pesanti, il petto che faticava a sollevarsi.

Sembrava una statua di cristallo pronta a rompersi da un momento all'altro.

Gerard rimase senza parole.

Anche nel suo sfogo, non riusciva a vederla meno che splendida, e il suo dolore gli procurava una fitta dolorosa nel petto, e una gran voglia di stringerla a sè, consolarla.

Vee si lasciò cadere a terra, seduta sulle quelle magre gambe che avevano rinunciato a sostenerla.

- Sai, quella sera al ristorante...-

Aveva alzato gli occhi su di lui, ma sembrava non vederlo neanche...guardava attraverso il suo corpo, trapassandogli violentemente il cuore con il vuoto della sua anima, - la tua fidanzata...- (Gerard trasalì a sentir parlare di lei, e Vee parve accorgersene) - Rebecca Sanders, la grande modella...ho pensato che fosse un'oca, un'antipatica arrogante e presuntuosa...ma anche che avrei voluto essere al suo posto, anche solo per una volta...- sollevò tutto il suo volto verso di lui, che vedendola cadere si era inginocchiato per aiutarla;

- Poi è successo davvero e quella notte non la dimenticherò mai, sul serio...-

Gerard fece per sollevarla, ma lei lo abbracciò forte, costringendolo a terra.

Poggiò la sua testa sulla spalla ampia dell'uomo che l'aveva ascoltata senza interromperla.

Rimasero fermi così per almeno un minuto ascoltando, nel loro silenzio, il brusio indistinto che si percepiva appena dalle pareti di legno del camerino.

- Grazie di tutto, Gerard...tu mi hai fatto provare il desiderio di cambiare, di smettere di autocommiserarmi...di essere diversa da quella fragile, insulsa ragazzina che sono...di rialzarmi e continuare a vivere...ma io non ne ho la forza...mi sono solo illusa...e non posso permettermi di allontanarti dalla persona che ami con la mia debolezza, non è giusto- fece una lunga pausa, meditando le parole da dirgli e il tono in cui pronunciarle.

- Torna da lei e lasciami qui, ora. Io starò bene, vedrai...-

Aveva smesso di piangere.

Lasciò la presa e si tirò su da sola, strofinando le dita sulla scia umida di pianto che aveva sul volto.

Sorrise appena all'attore che si era alzato come lei, poi gli si avvicinò e gli diede un bacio sulla guancia un poco ispida.

L'ultimo bacio.

- E' meglio che tu vada adesso, per favore...Dì a Laura che sto bene, e anche agli altri là fuori. Non voglio altre visite...-

"Ti prego, vai via...vattene...non voglio che tu mi veda piangere di nuovo..."

Lo vide rimanere immobile; si voltò, sperando che se ne andasse presto, sparendo dalla sua vita...lo aveva trascinato in qualcosa più grande di lui...un attore, abituato solo alle luci della vita, ai riflettori, alle gioie del successo...

Che ne sapeva della disperazione, quella vera?

Forse niente...e non voleva essere lei la sua guida verso quel mondo...

Che oscuro cicerone avrebbe avuto accanto...venti anni di vita e la morte nel cuore...no...

No.

"Meglio che scompaia oggi, ora, finche ancora posso sperare di dimenticarlo...lui mi dimenticherà presto...ne sono certa...si...magari ogni tanto ripenserà a me dicendosi - oh, quella poverina...meritava di più, certamente...- ..già, sarà così...meglio per tutti...Leda aveva torto...sarebbe stato meglio se fossi morta quel giorno...sei stato cattivo, David...sei stato crudele...crudele...non mi hai neanche lasciato morire...dopotutto eri un medico...dovevo immaginarlo..."

 

****

 

Gerard la osservò, mentre lo pregava di andare via e lasciarla sola.

Cosa avrebbe fatto?

Avrebbe pianto ancora...e se lui fosse uscito da quella porta...non ci volle neanche pensare.

"Sento che non ti vedrò più, se vado via adesso...non posso...non voglio andare..."

Vee si voltò infine, dandogli le spalle per l'ennesima volta.

Non lo guardava più, e un senso di ineluttabile lo colse inaspettato, facendolo gelare.

Vee gli aveva detto di uscire, dalla porta e dalla sua vita...non poteva permettersi di allontanarlo dalla persona che amava...

Non sarebbe stato giusto.

La ragazza avvertì i passi dell'uomo, e pensò con sollievo ma anche con tristezza che Gerard la stesse finalmente ascoltando.

Ancora poco e avrebbe udito la porta chiudersi alle sue spalle.

Avrebbe potuto continuare a piangere, dopo che lui fosse uscito.

Si sarebbe abbandonata ancora al suo dolore, rimpiangendo quei tempi lontani in cui aveva creduto di essere stata felice.

Avrebbe rivisto i suoi genitori volteggiare al trapezio, dedicando a lei ogni spettacolo...e David le avrebbe raccontato ancora quanto era stata monotona la sua giornata in ospedale, in attesa di ritornare a casa da lei...la loro casa...

Avrebbe pregato ancora una volta di morire per raggiungere i suoi affetti più cari lassù, dove non l'avevano voluta anni prima...

Forse il cielo l'avrebbe ascoltata, quella sera.

Aveva cantato come un angelo, le avevano detto...magari Dio l'avrebbe voluta nel suo coro...le avrebbe concesso almeno questo dono.

" Sono così stanca..." pensò, chiudendo gli occhi e lasciandosi cullare dal vento di ricordi tristi che le annebbiava la mente.

Gerard sfiorò la sua spalla dolcemente, col dorso della mano, al che lei rimase immobile, smarrita, una gran voglia di urlare nel petto.

 

- Io e Rebecca...ci siamo lasciati- sussurrò.

 

****

 

Era spiazzata...la sua voce...oh, come era calda, confortante...si accorse che non gli aveva permesso di dire una parola, ma ora quella frase le scuoteva le membra, facendola tremare.

L'uomo non si aspettava quella reazione, ma non sarebbe andato via, non l'avrebbe lasciata.

Il tremore ancora le correva lungo la schiena, mentre la sua mente poteva formulare una sola domanda.

-Perchè?-

Gerard le fu più vicino, con le dita scostò una ciocca di capelli dal collo.

Vee si voltò, guardandolo negli occhi.

Avevano il colore del cielo d' autunno, e sottili raggi di luna li rendevano magici.

Sostenne quello sguardo in cui si era persa più di una volta, resistendo a quell'incantesimo inconsapevole che gli occhi di quell'uomo riuscivano ad evocare.

-PERCHE'?- ripetè più forte, le braccia ormai incapaci di lottare, e una voglia di lasciarsi cadere a terra che non riusciva più a combattere.

- Non potevo più stare con lei...qualcosa è cambiato...- disse l'attore, senza mai staccare gli occhi dal suo volto, dai suoi occhi, dalle sue labbra.

Le accarezzò il volto e Vee non potè fare a meno di piangere ancora.

Come era dolce il suo tocco...e la sua voce, il suo profumo...il suo cuore era libero...poteva sperare...forse lui avrebbe...

"NO! Sono una stupida, non devo illudermi...basta sognare...basta sperare..."

Gerard le sollevò appena il mento con le dita e impresse un bacio caldo sulle labbra della ragazza, che dopo un attimo di sorpresa, si lasciò trascinare senza scampo in quel dolce delirio.

"Oddio...non può essere vero...il Signore mi sta prendendo in giro..."

e quando lui la lasciò, pochi attimi dopo, la ragazza fu sul punto di ritrovarsi a terra, le gambe incapaci di reggerla, ma Gerard la sostenne, stringendola a sè.

Vee alzò il viso e contemplò il suo volto, annegando nel suo sguardo, mentre Gerard scrutava con una sorta di indefinito sentimento gli occhi rossi della giovane.

Le sorrise gentile, accarezzandole i capelli lunghi con la mano,  le spostò una ciocca dalla fronte e gliela baciò dolcemente, pregando affinchè non piangesse più.

Lei chiuse gli occhi, e poggiò la testa sul petto dell'attore, che percepì il suo tepore e il tremito attraverso la camicia scura.

 

Era caldo, la stoffa piacevole al tatto.

Strinse con le piccole dita quell'indumento, cercando di fugare i dubbi che la disperazione aveva insinuato nella sua mente.

Gerard l'aveva baciata.

Aveva baciato proprio lei.

Sapeva tutto, e l'aveva fatto comunque.

E ora la stringeva nel suo abbraccio confortante.

Rimase ferma in quella posizione per secondi incalcolabili.

Singhiozzò.

 

- Ohh...sussurrò lei, un'infinita malinconia nella sua voce, dolente eppure tenera, - il Signore mi farebbe la sua grazia più grande se mi concedesse di morire così, col suono del tuo cuore nella mia mente, la consapevolezza che sei vivo...qui...davanti a me...tra le mie braccia...-

- Non dire così...- le rispose in un sussurro, accarezzandole ora il volto.

Sapeva cosa volesse dire, e desiderò poter rinunciare a tutta la felicità che avrebbe potuto sperare di vivere in tutta la sua vita, per poter cancellare anche solo un minuto di dolore dalla vita della donna che aveva tra le braccia.

- Ti prego...ti prego, dammi un pò di tempo per cambiare...so che posso farlo..devo, voglio farlo...-

L'attore allentò la stretta, permettendole di allontanarsi di un passo.

Le dispiacque moltissimo mollare quella presa.

La vide sollevare la mano tremante e raggiungere la sua guancia.

Quanto calore in un gesto così semplice...fu quasi sul punto di domandarsi se fosse stato mai sfiorato in quel modo durante i suoi trentasei anni.

Gli sorrise dolce e risoluta.

- Riuscirò a cambiare...riuscirò a smettere di piangere...ho un motivo in più per farlo, oggi...-

Gerard prese nella sua la mano che gli accarezzavala guancia e la baciò dolcemente, avvertendo un leggero desiderio di ritornare alle sue labbra.

- Gerard, io...io...-

- Un passo alla volta, mia piccola "Christine" - le disse, sorridendole e portando il dorso delle dita sulla sua guancia rosa di pianto.

Intrecciò le sue dita con quelle di lei e si avvicinò ancora, posando le sue labbra sulla fronte della ragazza, a cui sfuggirono due ultime lacrime, che scivolarono lente, inghiottite dal placido sorriso che accennò poco dopo.

 

L'uomo contemplò la sua figura sottile mentre si staccava da lei per l'ennesima volta.

Il suo abito era ancora bellissimo, un poco stroppicciato ma perfetto.

Notò con una certa sorpresa che non indossava le scarpe, ma solo delle calzette bianche da ballerina.

Le sorrise teneramente.

- Dovrò necessariamente comprarti un paio di scarpe da abbinare a quel vestito, Cenerentola- scherzò, sperando che quelle semplici parole bastassero a tirarla un pò su di morale, e a distrarla dalla muta dichiarazione che le aveva fatto pochi secondi prima.

Lei fece correre i suoi occhi ai piedi, poi scrollò la seta, cercando di nascondere le caviglie e i piedi con la lunghezza della gonna.

Fece un inchino, e gli sorrise appena a sua volta, leggermente rossa in volto.

- Questo mi basta, papà Gambalunga...- e rise un poco, regalando un attimo di pace all'attore che sentì di essere riuscito nel suo intento.

- Ora mi devo cambiare...- gli fece un cenno, - i miei nonni mi aspettano...- esitò un attimo.

-Vorresti venire?-

-Una cena in famiglia? Non stai correndo troppo?- e rise, prendendole la mano e lisciandogliela delicatamente.

Vee gli fece una piccola smorfia, per poi sorridergli pacata.

- Forse hai ragione...-

-Ci vediamo domani?- domandò lui, passando le sue dita sulla testa di lei e dandole un bacio rapido sulla guancia, mentre erano vicini alla porta.

-Si...-

 

Le sorrise, si girò e fece per aprire, la mano sul pomello della porta, quando lei lo richiamò.

- Aspetta!-

Gerard si voltò di scatto e la vide a meno di un passo da sè, in punta di piedi, aveva preso il suo volto tra le mani morbide e l'aveva tirato a sè.

Lo stava baciando.