Capitolo 4

Ancora...

 

- Signor Sullivan..è un piacere conoscerla di persona, ci siamo sentiti per telefono, ricorda?-

la signora gli aveva teso la mano e lui l'aveva stretta ancora indeciso, squadrando la ragazzina che ancora gli stava incollata, lanciandogli sguardi complici ed ammiccanti, che lo invitavano a seguirla in quello strano gioco a cui lui aveva già giocato...

- Papà, stringi la mano alla signora Parker, dai!- lo incitò con voce squillante e gli diede una breve gomitata senza forza sul fianco; lui la ascoltò stordito, stringendole la mano senza alcuna risoluzione e lasciando che la bambina gli spiegasse che la donna era la sua infermiera preferita, quella che si occupava delle analisi e della sua persona.

- Ricordi, te ne ho parlato-

- Si, ehm...- accennò lui, senza neanche sapere come si chiamasse quel fagotto di lana irriverente e scanzonato, e la signora gli fece notare che la sua voce sembrava diversa per telefono, molto più profonda di come l'aveva udita.

Ma forse si sbagliava.

Dopotutto aveva sessanta anni, e nonostante fosse ancora in forze, l'udito poteva tradirla senza preavviso di alcun genere.

 

- Signora Parker, io e papà possiamo andare in un bar...ancora non hai fatto colazione, vero?- e gli lanciò uno sguardo eloquente, strizzandogli l'occhio.

- No, ecco...- esordì l'uomo, sperando che la signora negasse il permesso a quella ragazzina tanto risoluta.

Cosa che non avvenne.

Si chiese se fosse davvero diventata abitudine della gente di quel piccolo paese, quello di affidare i bambini a degli estranei.

Probabilmente si.

- Io vado a fare delle spese all'emporio qui vicino, verrò a prenderti col taxi tra mezz'ora...fatti trovare qui alla banchina, e lei signore-, si rivolse direttamente all'uomo che ancora sembrava perplesso,- se Elisabeth dovesse sentirsi male, sa cosa fare, vero?-

- Elisabeth?-

La giovinetta gli smosse la manica della giacca di pelle, e lo invitò ad annuire.

- Si, signora..lo sa benissimo! Ora andiamo, papà!- e lo trascinò lontano dalla signora che sorrise nel vedere quella coppia, inedita ai suoi occhi, allontanarsi a braccetto.

Si rese conto che il padre della piccola Sullivan era diverso da come se lo era immaginato.

Più alto, una persona seria, computa, un'espressione vagamente laconica sul volto dai bei lineamenti cesellati...

Era diverso da come lo aveva dipinto nella sua mente; ma i tratti essenziali...il colore degli occhi, l'espressione composta...erano proprio quelle...

Credeva fosse un uomo peggiore...almeno fisicamente....forse sperava che la bruttura dell'animo non umano, non amorevole, di quell'uomo si riflettesse almeno in parte, come un contrappasso divino, sull'aspetto fisico di quell'individuo.

Ma si era sbagliata.

Era un bell'uomo.

Dio era stato ingiusto ancora una volta.

Si allontanò dalla banchina con un peso nel cuore: nonostante Elisabeth sembrasse così felice...sentiva di aver abbandonato la bambina..nelle mani di uno sconosciuto.

 

****

La vide accomodarsi con puerile entusiasmo e chiamare uno dei camerieri di quel piccolo locale situati all'interno del porto.

Sembrava tranquilla, nonostante accanto a lei avesse un emerito estraneo, molto più grande e senza dubbio più forte di lei.

Ma non pensava alle conseguenze, questa bambina sconsiderata?

Trascinare un estraneo con sè, in un luogo poco frequentato...

Se lui fosse stato un uomo con più bassi principi morali...

 

- Senti, ragazzina-

- Caffè per il mio papà e un muffin al cioccolato per me, grazie- aveva esclamato lei direttamente al cameriere alto e riccioluto che si era avvicinato con aria svogliata ai due.

Si era tolta il berretto, rivelando una capigliatura corta, folta e liscia, corte e sottili spighe di grano cresciute al sole.

Si tolse la sciarpa e sorrise allo straniero, invitandolo a servirsi del caffè che gli aveva ordinato.

- Erano mesi che ne volevo uno..- e addentò il suo dolcetto al cacao, sorridendo con le labbra piene di briciole di quel pasto friabile.

La analizzò mentre lo assaporava lentamente, mugolando,e constatò che quella somiglianza di cui si era meravigliato, quel riflesso più caro di un affetto passato, era solo una lieve apparenza, insita nello sguardo, in quegli occhi scuri che lo attraevano e lo richiamavano.

Lo stesso sguardo lontano e distante di chi aveva sofferto e taciuto...di chi non aveva espresso la sua pena.

Il suo stesso sguardo.

Ma non poteva perdere tempo in quel modo.

Giunto in quel porto, aveva molte cose da fare...

Cosa?

Andare da Marie e rivelarle cosa aveva fatto in quei tre anni?

Dirle chi aveva incontrato in tre anni?

Indugiò.

Incontrare nuovamente Frankie e...sua madre?

Qualunque cosa, piuttosto che affrontare quegli sguardi...

Non era pronto.

Ma rimanere ancora con quella bambinetta...

No.

Doveva liberarsene alla svelta.

 

- A che gioco stai giocando, ragazzina?-

- Mi chiamo Elisabeth, ma puoi chiamarmi Lizzie-

Lizzie...

Quel nome risuonò nelle sue orecchie come oro fuso...

Non poteva chiamarsi così.

 

Non l'avrebbe chiamata così.

 

- Non mi interessa, Elisabeth- e la ragazzina ignorò intenzionalmente il tono seccato con cui quell'uomo aveva risposto, -cosa ti è saltato in mente di gridare in quel modo, la fuori?! Tu sai che io non sono tuo padre, vero?-

Elisabeth fece spallucce.

- Certo che lo so, non sono stupida...anche se non lo vedo da tanto tempo, ricordo ancora la sua faccia-

Affondò le labbra nel dolce, masticandolo ad occhi chiusi per assaporarne il sapore pastoso e fragrante sul palato.

Un sapore di passato...un passato rimpianto, ma non triste.

Lui rimase in silenzio.

Parlava in maniera concisa e lo stupiva con rapide risposte dirette che lo sorprendevano, lasciandolo privo della possibilità di replicare, o di formulare un ragionamento.

 

Non aveva ancora finito di mangiare quando gli lanciò uno sguardo indagatore, e gli sorrise brevemente, prima di riprendere la discussione.

 

- Parliamo di affari-

Nettò le dita sporche di cacao e si sedette più comodamente, affondando nella poltrona bordeaux che si era scelta.

L'uomo ebbe un moto di genuina e ironica ilarità.

- No, no, bambina- scosse il capo, sorridendole con le labbra curvate in una piega amara.

- Sono stato al gioco una volta e ancora...- spezzò la frase, osservando lo sguardo serio e paziente della sua accompagnatrice.

Bevve un sorso di caffè, inumidendosi la bocca.

L'aveva sentita prosciugarsi, un attimo prima...

- Ancora cosa?

- Niente- replicò lui secco, perso in un mare di ricordi dolci, misti a sogni effimeri, non sempre confortanti.

- Cosa vuoi da me? - chiese infine, squadrandola interrogativo, mentre la ragazzina leggeva ogni suo pensiero nei suoi occhi chiari e velati da una nube che non sapeva decifrare...ma che avrebbe definito nostalgia...

 

Elisabeth fu diretta, sporgendosi brevemente sul tavolino dove ancora erano poggiati i resti della loro misera colazione e sussurrando solo per lui.

 

- Voglio che tu finga di essere il mio papà per qualche giorno-

 

*****