Capitolo 3
Scegliere un padre
L'aria asfittica del taxi non le era piaciuta per niente, ma aveva sopportato.
Tutto pur di uscire.
Era una vecchia carretta, diversa da quei bei veicoli su cui era salita da piccola, quando viveva a Londra.
Quanto tempo era passato da quando era stata l'ultima volta in quella città fredda e nuvolosa?
Non lo ricordava più.
Oramai viveva da sei anni a Glasgow, da quando sua padre aveva lasciato lei e sua madre per trasferirsi in Irlanda.
Ma era davvero così lontano, quel paese?
Perchè non si era mai fatto vedere?
Si faceva sentire raramente, l'ultima volta un anno prima, quando era stata ricoverata in clinica.
Le mandava del denaro ogni mese...la maggior parte veniva usata per pagare le spese mediche, e il resto adibito a spesucce varie e riposto con cura sotto il letto, nel suo nascondiglio segreto.
Mai una lettera...solo qualche breve telefonata della sua segretaria per sentirsi chiedere in quali condizioni fisiche versasse e se avesse qualche desiderio in particolare.
Nessun desiderio.
Aveva smesso di esprimerli quando si era resa conto che non serviva a nulla.
Aveva sette anni quando aveva acquisito quella consapevolezza.
Era scesa da due minuti, tenendo la mano all'aziana infermiera che le lanciava occhiate dolci e preoccupate ad ogni passo, ad ogni respiro più pesante degli altri.
Suo padre non sarebbe venuto...aveva usufruito di quella chiamata per chiederle scusa: scusa di non essere partito...scusa di aver dimenticato di prendere la nave e di avere terrore di volare in aereo..scusa per essersi dimenticato di lei ancora una volta.
Non sarebbe potuta uscire più...sarebbe rimasta in clinica, bloccata fino al giorno dell'intervento, senza poter respirare quell'aria libera, salina che le aveva accarezzato il volto appena giunta al molo, quel soffio di mare infinito le aveva invaso i polmoni, fatta sentire ancora viva, di nuovo viva...
Quel profumo che sua madre le aveva insegnato ad amare.
Respirò a pieni polmoni.
- Stai bene, Elisabeth? Sei stanca? Non riesci a respirare?-
- No, no..signora Emily, sto benissimo!- le sorrise a trentadue denti, tutti dritti e perfetti, lo sguardo sembrava vitale come quello di ogni altra bambina normale.
Non era mai stata meglio.
Era un anno che non si sentiva così bene.
La signora carezzò sulla guancia quel fagotto che sembrava sul punto di rompersi in mille pezzi da un momento all'altro, dopodichè, con una certa aprensione la invitò ad avanzare di qualche passo, e cercare tra i passeggeri il signor Sullivan.
Elisabeth parve sospirare impercettibilmente e avanzò, guardandosi intorno in quella grigia mattina di marzo.
Suo padre non c'era.
Lo sapeva bene.
In fondo lo aveva sempre saputo, negandolo a sè stessa.
Quando avrebbe smesso di illudersi?
Forse mai...
Ma non aveva importanta.
Per quello che potevano valere le sue illusioni, decise che avrebbe continuato ad illudersi per il resto della sua vita.
Ora era sola, quasi circondata da estranei, da sconosciuti.
Cosa fare?
Fingere di scorgere una sagoma nota per poi ritrarsi?
Far credere alla signora Parker che tra tutte quelle persone, tra tutte quelle voci, quella di suo padre fosse davvero laggiù?
L'aveva fatta uscire dalla clinica, convincendola a condurla al porto, solo per farle un favore alla sua piccola...
Sapere di averla resa solo più triste ora che mancavano solo pochi giorni all'intervento...
Emily Parker non se lo sarebbe perdonato.
Quella donna era come una madre, una nonna, la migliore amica, l'unica...Elisabeth non avrebbe mai voluto renderla renderla triste..non avrebbe mai voluto farla sentire inutile.
Suo padre non aveva pensato alle conseguenze della sua assenza.
La signora Emily che l'aveva contattato si sarebbe sentita in colpa...ed Elisabeth non sarebbe potuta più uscire dalla clinica senza di lui.
Sbuffò, roteando gli occhi, e si guardò nuovamente attorno.
Per qualche secondo si illuse nuovamente..si illuse che avrebbe potuto trovare lì, da qualche parte, con il suo stesso smarrimento, gli occhi verdi del padre.
Verdi come il mare, che avevano fatto innamorare sua madre.
Vagò con la mente e la vista, sapendo bene che non avrebbe trovato nulla di tutto ciò.
Si sarebbe rassegnata all'idea...sarebbe tornata in clinica...e forse...
La sua attenzione fu attratta da un volto particolare.
Non gli potè staccare gli occhi di dosso.
I suoi occhi erano identici a come glieli aveva descritti sua madre.
Verdi come l'oceano in primavera...
Aveva corti capelli neri, un giubbotto di pelle,una sacca in spalla e l'aria insofferente; era alto, probabilmente più di suo padre, ma poco importava.
La sua espressione la colpì.
Cosa osservava con quegli occhi pieni di tristezza, di malinconia?
Perchè il resto del suo volto non tradiva alcuna emozione invece?
Scosse la testa, analizzando gli altri passeggeri, per poi tornare su di lui.
Sembrava solo.
Non c'era nessuno per lui?
Lo vide voltarsi e guardarla.
Era solo.
Come lei.
Parve turbato da lei.
Elisabeth non smise di guardarlo, pensando che le sarebbe tanto piaciuto...se lui fosse stato suo padre.
Lo avrebbe condotto in giro per la città, facendogli vedere quei posti che più amava e che non vedeva da un anno.
Sorrise appena.
Perchè no?
Cosa aveva da perdere?
Gli corse incontro, abbracciandolo più stretto potesse.
- Papà! Sei venuto davvero!- gridò, facendo in modo che la signora Parker la udisse e la raggiungesse.
Era saltata in aria a vederla correre in quel modo.
- Ehi, ragazzina! io non sono-
- Stai al gioco, per favore!- lo pregò lei, avvertendo un poco di inaspettato calore in quella stretta.
Non credeva che abbracciare una persona sconosciuta la facesse sentire così bene.
Solo la signora Parker la stringeva a sè, ogni tanto.
E quell'abbraccio era sempre pieno di compassione...non la scaldava più...
- Stai scherzando, vero?Io non sono tuo padre-
Aveva replicato lui, ma Elisabeth non si era mossa, pensando a cosa fare per trattenerlo.
Qualunque cosa pur di non ritornare subito in ospedale.
Qualunque cosa pur di non essere di nuovo rinchiusa in quella gabbia dorata dove suo padre l'aveva rinchiusa per il suo bene.
- Lo so...ma ti prego...ti spiegherò tutto dopo! Ti pago, se necessario! Ti prego!-
e non gli diede il tempo di ribattere, gli strinse la mano e si voltò, vedendo sopraggiungere l'infermiera.
Le sorrise entusiasta.
Quella mattina nuovolosa, tra tutti quegli sconosciuti...si era scelta un papà.
- Signora Parker, eccolo qui! Le presento mio padre!-