Capitolo 22
Arrivederci
La squadra vinse, con due reti di vantaggio.
Camilla si era rivelata instancabile e veloce, forse un pò imprecisa, ma a questo avrebbe rimediato con un pò di pratica e di allenamento specifico.
Ai tre fischi dell'arbitro, un boato scoppiò nella panchina di casa, tutti corsero in campo a festeggiare, tranne Elisabeth che si avviò lentamente verso il luogo dove suor McGregor e il suo accmpagnatore sedevano pacatamente.
Sembravano discorrere prima che qualcosa di particolare turbasse il loro dialogo che si era quindi interrotto.
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- Oggi..io ed Elisabeth siamo andati nel museo dove lavorava sua madre, in un ristorante dove i suoi genitori si sono fidanzati-
-I suoi genitori?- ripetè lei, inarcando il sopracciglio.
Egli balbettò, correggendosi.
- ..E ora qui..che significa?-
L'anziana signora scosse il capo, le labbra increspate in un sorriso tenue e triste.
- é passato troppo tempo da quando avevo tredici anni, signor Sullivan, e convivere con loro non mi fa ancora ragionare come loro, mi dispiace..-
Lui non replicò.
- Ma- riprese lei, osservando la propria squadra festeggiare la vittoria, - se lei sapesse di dover essere operato nei prossimi due giorni, se sapesse che la sua degenza potrebbe durare molto tempo, non andrebbe a visitare i luoghi che le piacciono? Lei stesso non andrebbe dai suoi amici e dalle persone che ama per dir loro arrivederci a presto?-
Era rimasto in piedi ad ascoltare: la suora aveva ragione...
Ma una strana sensazione di ineluttabile lo aveva seguito dal momento in cui era uscito con lei dalla clinica.
Non riusciva ad espremere con parole il sentimento che aveva letto più di una volta nello sguardo della sua giovane e frizzante cliente.
Eppure quegli occhi scuri, così vivaci e pieni di freschezza, a volte erano velati da una maliconia indefinita, da una patina di tristezza e da un impulso spento, una infinita rassegnazione...
Non sembrava dire arrivederci...
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- Abbiamo vinto, signora...non è contenta?-
- Certo, bambina...-
Elisabeth strattonò la giacca dell'uomo che si ritrovò a fissarla senza alcuna espressione sul volto.
La bambina sorrise, e lui...fece altrettanto, le labbra incerte muoversi in un timido accesso di relativa gaiezza.
Dopotutto la squadra di lei aveva vinto: se lei era felice..lui poteva almeno fingere di esserlo.
Ma il suo cenno fu spontaneo, così come la carezza che le diede sulla testa, rapida e dolce, di cui Elisabeth stessa si sorprese.
Sul campo i ragazzi proseguirono nei festeggiamenti, solo Mark cercò il suo ex capitano, e scortala a qualche metro di distanza, corse per raggiungerla, osservato, quasi spiato dalla ragazzina dai capelli rossi che lo vide andare via dalla squadra.
- Capitano!-
Elisabeth si voltò rapidamente, richiamata da quella voce.
- Mark...-
- Vorrei parlarti-
Ma non si mosse quando la ragazzina venne avvicinata da un uomo alto, i suoi occhi verdi lo scrutavano con finta indifferenza.
Chi era?
- Oh..non ti ho presentato mio padre, Mark..- fece un cenno con la mano lei, indicando l'uomo che scosse appena il capo, stringendogli la mano e presentandosi.
Il ragazzo gli strinse la mano a sua volta, prima di prendere l'amica da parte e chiederle di poterle parlare in privato.
- Riguarda...la nostra promessa...-
Lei annuì.
- Torno subito- disse al padre e alla signora ancora seduta che sorrise cordialmente, invitando l'uomo che aveva seguito la partita in piedi a sedersi e riposare un pò, alla luce del sole sempre più sbiadita.
Accettò la proposta, continuando a riflettere silenzioso.
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I due erano arrivati dietro gli spalti, lontani dal clamore del campo ma non dal campo stesso.
Si fermarono dunque, quando il più grande ritenne che si fosse abbastanza distanti da orecchie indiscrete.
- Lizzie...io-
- E' da molto tempo che dovevamo parlare...e ora siamo qui-
Mark si grattò la nuca con crescente imbarazzo, guardandola negli occhi scuri che non tradivano alcuna emozione se non una calma ed una tenerezza incessanti.
Compì un passo in avanti, poco ormai li divideva, e nuovamente la fisso in volto.
- Perchè sei tornata?-
- Volevo vederti- rispose Elisabeth senza esitare.
Lui non si mosse, le braccia stese lungo le braccia, l'espressione del volto assorta, ripensando ad un passato lontano.
- L'anno scorso...ti avevo promesso che ti avrei dato una risposta dopo la partita...-
Mark deglutì, chinando il capo senza più sostenere la sua vista.
- Sono cambiate tante cose da quel giorno, non è vero?- lo punzecchiò lei, sul volto un'espressione serena ma nostalgica.
- Non tutto!- esplose però lui dopo un attimo.
- Perchè non ti sei tornata più? perchè sei scomparsa?!- la strinse appena per i polsi, lasciandola di scatto quando la ragazzina gridò debolmente, quasi cadendo in ginocchio dal dolore.
La vide strofinare energicamente sulla stoffa, e scostando le maniche del cappotto, vide delle ecchimosi scure e formate devastare la sua pelle.
Elisabeth le nascose in fretta, con un sorriso labile sul volto.
- Non ti preoccupare, Mark..c'erano anche prima...non sei stato tu-
Non rispose, fermo, la schiena piegata dal dispiacere e dal senso di colpa.
- Sarei voluta tornare, ma ero in coma...e ci sono rimasta per tre mesi...- si passò una mano sulla guancia, trovandosi più calda del normale, ma non era importante, adesso.
- Da quel giorno sono peggiorata continuamente...non mi hanno permesso di uscire fino ad oggi-
- Ma ora stai bene! Sei qui...no?-
Replicò lui, sconfortato.
Elisabeth scosse il capo in segno di diniego.
- No. Lunedì mattina sarò operata...- indicò il proprio petto, in corrispondenza del cuore, - dopo i polmoni...ha danneggiato anche il cuore...-
- Cosa...?- domandò lui senza ricevere alcuna parola in risposta.
Elisabeth lo fissò per qualche secondo, sollevando la mano sulla sua guancia, e lui sovrappose la propria a quella di lei, trattenendosi dal piangere.
Perchè era successo tutto questo?
Perchè la sua migliore amica...il suo primo amore...perchè lei?
Perchè era tutto così difficile?
- Sai, - sorrise teneramente lei prendendo il suo volto con entrambe le mani ed avvincinandolo al proprio, fronte contro fronte, - forse faccio male a dirtelo...ma quel giorno avevo deciso...di accettare...- sbuffò in un riso breve, colmo di rimpianto,
- Io, la ragazza di Mark Sheperd! Ci avrebbero preso in giro, già lo so! Il ragazzo del capitano, avrebbero detto gli altri... - rise un attimo la ragazzina, la fronte attraversata da una ruga pesante, gli occhi lucidi, - ma non ci sarebbe importato, vero?-
- No..non mi sarebbe importato...-
- Ma oggi le cose sono diverse...non posso essere la tua ragazza, Mark...- sussurrò, improvvisamente più adulta, più matura.
- Ma io-
- Io sto morendo, Mark...anche se i miei dottori dicono che andrà tutto bene, sanno già che non arriverò alla fine di quest' anno..-
Lui arretrò di un passo, scosso da un brivido, gli occhi asciutti e rossi.
- Mi dispiace...-
- No...tu non morirai...non stai morendo...non può essere..NON E' VERO!!!- corse via dopo aver gridato ferocemente, lasciandola sola a meditare un attimo, prima che ritornasse nello spazio aperto del campo.
Sapeva che non avrebbe capito, ma non poteva affrontare l'intervento sapendo a cosa andava incontro...senza avergli detto addio, senza chiedergli di dimenticarla, lei che non l'avrebbe mai cancellato dal suo piccolo e debole cuore traditore.
- Tutto bene?-domandò la suora, vedendola tornare.
- Si...-
Lo straniero però si alzò, andandole incontro e fermandosi davanti a lei, stranamente preoccupato.
- Sei certa di stare bene?- le tastò la fronte, trovandola calda, e respirava flebilmente, il volto pallido accennavaun sorriso, l'ennesimo, ma gli occhi erano lucidi.
- Sto bene...- ribadì lei, e lui si inginocchiò incrociando il suo sguardo e scostandole una ciocca di capelli dagli occhi.
- Se è così, perchè stai piangendo?-
Elisabeth si portò rapidamente le mani alle guance, constatando la verità di quell'affermazione.
Non voleva piangere.
Perchè stava piangendo?
Non era triste!
Non lo era affatto...
Aveva fatto la cosa giusta, ne era certa...
Allora perchè?
Perchè..le faceva così male...?
Percepì le mani di lui posarsi gentili sulle sue spalle.
Sapeva di non essere nulla più uno sconosciuto per lei...
Ma sapeva bene che un gesto di conforto era ben accetto da chiunque...
Lui lo sapeva.
- Posso...aiutarti, in qualche modo?-
- No..- gemette lei, tremando, - non...-
Smise di parlare, avvolgendo con le sue braccia sottili il collo dell'uomo che aveva innanzi che per poco perse l'equilibrio, e affondò la testa nell'incavo della sua spalla, piangendo silenziosamente, scossa da singhiozzi.
Lo straniero rimase fermo, ascoltando quello sfogo, non una parola, non un sussurro...solo una carezza, lieve e delicata, a lenire tutta quella tristezza.
- Andiamo via, Elisabeth-
- Si...-