Capitolo 19
Il collegio
Erano rientrati nel ristorante solo per usufruire del telefono e chiamare un taxi, che giunse poco dopo, davanti all'ingresso della sala ricevimenti.
La donna li salutò con un inchino, augurando una piacevole giornata e ricordando loro che erano sempre i benvenuti.
Elisabeth dunque si avvicinò alla entrenuese, pregandola di chinarsi per poterle sussurrare qualcosa all'orecchio, cosa che lei, un pò perplessa, acconsentì a fare.
- Scusa se ti ho trattato male, signorina...- e le impresse un bacio rapido sulla guancia, prima di uscire dalla sala.
Ritornò eretta, la mano sulla guancia sfiorata da quelle labbra.
Sorrise: era una bella bambina, dopotutto...
E ritornò al lavoro ripensando a quella strana famiglia che probabilmente non avrebbe rivisto mai più.
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- Dove stiamo andando- esitò un attimo, - Elisabeth?-
La bambina si voltò, abbandonando la sua posizione al finestrino, il beretto sulle gambe per poter sentire il vento scompigliarle i capelli, gli occhi lucidi per l'aria e il sole che giocavano con le sue iridi scure.
- A scuola, no? te l'ho già detto!-
- Questo sembra più un convento- disse, una volta ferma la vettura, quando potè scendere e ammirare davanti a sè l'imponente ed antica strutture, preceduta da un vasto cortile e circondata un'enorme distesa di verde in tutta la sua superficie.
- Beh...è anche un collegio- concluse lei, salutando il tassista e avviandosi verso l'ingresso.
Lo straniero la seguì, continuando a guardarsi attorno, prima di raggiungerla.
- Sei certa che nessuno...conosca tuo padre?-
- Si...- sussurrò Lizzie, la mente assorta nel immagazzinare quelle immagini, quelle sensazioni.
Quale nostalgia la sopraffece, in mezzo ad uno di quei corridoi ampi, il sui soffitto si perdeva in altezza e in colori, meravigliosi soggetti di carattere cristiano ovunque, a richiamare la solennità di quel luogo un tempo adibito solo al culto.
Chiuse gli occhi per assaporare quel momento: dopo tanto tempo...si sentiva nuovamente una ragazzina come gli altri.
- Elisabeth Sullivan? sei proprio tu?-
Lizzie si voltò rapidamente a quel richiamo e innanzi a sè una figura minuta vestita di una lunga veste nera si fece avanti, osservandola attentamente prima di parlare di nuovo.
- Signora Mc Gregor! - Lizzie camminò velocemente nella sua direzione, quasi correndo ed inciampando nel grembo di quella donna nell'ultimo passo.
- Mi siete mancata così tanto, signora! Che bello vederla!-
- Bambina mia...Perchè non sei tornata più?che fine avevi fatto?- domandò lei, prendendole il volto tra le mani e accarezzandola amorevolmente, notando che la luce nei suoi occhi era la stessa di un anno prima, cosa che non si poteva dire per il suo fisico, al contatto terribilmente dimagrito rispetto ad un tempo, quando lo sport era una delle passioni di quel cucciolo di bambina.
Lizzie scosse il capo, sorridendole e voltandosi per introdurre alla suora il suo accompagnatore.
Il volto della donna, si accorse lui, parve incupirsi nell'apprendere il legame che presumibilmente avevano quella bambina e quell'uomo, ma al contrario di altri, mascherò presto la sopresa con un sorriso di circostanza.
- Piacere, signor Sullivan..- tentennò, porgendogli la mano e lasciandogliela poco dopo.
- Non mi hai ancora risposto, bambina..perchè non sei tornata? quando ho saputo che ti eri ritirata così all'improvviso, senza tornare...senza salutare...-
- Mi dispiace, signora-
sussurrò la giovane, aggrappandosi al suo braccio e dimenticando l'uomo alle sue spalle che le seguiva mantenendosi a debita distanza, ascoltando,
- Dopo quel giorno...non sono più uscita dalla clinica, purtroppo..-
La donna di chiesa si portò una mano alla bocca, facendosi rapida un segno della croce e accarezzando la testa coperta di Lizzie che sorrise brevemente, lo sguardo rivolto agli occhi azzurri e pallidi della sua interlocutrice.
Sembrava così invecchiata...
- Allora era grave...avrei dovuto capirlo..ma ora che sei stata dimessa, tornerai da noi?- chiese la donna, aprendo innanzi a sè un grande portone ligneo che conduceva ad un campo ampio, verde e rumoroso di risa e chiacchere.
- No, signora...- ammise la bambina, accecata per un attimo dalla luce che a quell'ora del pomeriggio illuminava il campo da calcio dentro la struttura scolastica.
C'era del fermento...
Una partita!
I suoi ex-compagni di scuola stavano giocando!
Non poteva lasciarsi sfuggire un evento del genere...
- Oh...dove ti sei iscritta?-
- No...- rispose distrattamente l'attenzione rivolta solamente al gioco che vedeva ancora da troppo lontano.
- Non sono stata dimessa, signora. E se ora mi vuole scusare...-
La suora la guardò un poco interdetta, ma subito le accordò il permesso di lasciare il suo braccio e la vide incamminarsi verso gli spalti laterali del campetto, ad un centinaio di metri dalla sua posizione.
Lo straniero ebbe appena il tempo di uscire, prima che la donna lo trattenesse per la manica della giacca, negli occhi il bisogno di qualche chiarimento.
- Signor Sullivan..come sarebbe a dire che non è stata dimessa?-
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Passo dopo passo si diresse verso gli spalti dove qualche gruppetto di ragazze assisteva alla partita in corso, borbottando e molti ragazzi di tutte le età da bambini ad adolescenti e diplomandi facevano un tifo sfegatato.
Avevano tutti più o meno la sua età e tutti, sia in campo che sulle gradinate, sembravano divertirsi molto.
Salì lentamente al lato, prendendo un respiro profondo ad ogni gradone che superava ed infine si accomodò abbastanza in alto da poter attraversare con una occhiata tutto il campo e abbastanza distante dal gruppo principale, che aveva occupato la zona centrale, lasciandola nella periferia della curva.
La squadra verde..i colori di casa...
La squadra rossa: gli avversari.
Lasciò che i suoi occhi corressero insieme ai giocatori su tutto il campo...toh! un fallo...l'arbitro avrebbe dovuto fischiare...se fosse capitato a lei, certamente si sarebbe lamentata! Ricordava ancora quando, con indosso la sua maglietta verde era una delle poche femmine a giocare, lei, una titolare...sua madre sarebbe stata fiera!e suo padre...beh, suo padre sapeva che giocava, tanto bastava.
Non avrebbe smesso mai, solo il disegno la distraeva dagli allenamenti...
Chissà se anche lui giocava ancora?
Era passato così tanto tempo...
Un'eternità...
- Ciao!-
Lizzie si voltò nell'udire una voce squillante rivolgersi a lei e, alzando gli occhi, innanzi a sè vide due ragazzine, quasi certamente della sua età, o poco più grandi.
- Ciao...- rispose ai loro sorrisi alzando leggermente il palmo della mano in un cenno di saluto.
Indossavano entrambe una maglietta verde e constatò che erano della squadra di casa con pacato entusiasmo.
- Io sono Rachael e lei-
- Io sono Camilla- si presentò la ragazzina più giovane, i lunghi capelli rossi tenuti legati a coda di cavallo e un sorriso esuberante sulle labbra.
Fu lei a farsi subito più intraprendente nei riguardi di quella estranea coetanea.
- Anche tu tifi per il San Patrick, vero?- domandò perplessa.
Se così non fosse stato, avrebbero dovuto indicarle la gradinata opposta, quella dove la tifoseria avversaria continuava a festeggiare il vantaggio di un punto sulla squadra di casa.
Elisabeth alzò il braccio e il palmo al cielo.
- San Patrick per sempre!- gridò allora, ridendo di gusto.
Le ragazze si scambiarono uno sguardo d'assenso.
- Perchè non scendi giù con noi altre? - propose Rachel, asciugandosi la fronte e riavviando i ricci castani che le impedivano di vedere bene la nuova tifosa.
- No, ecco...non vorrei disturbare i giocatori...- si allarmò Lizzie, ripiegando.
Non voleva scendere.
Quanti ricordi la legavano ad ogni singolo filo d'erba di quel prato...?
Meglio evitare e lasciarsi carezzare dal vento del passato, senza farsi investire dalla tempesta.
- Dai!! - insistette Camilla, tirandola su per il giaccone che ancora indossava e subito la lasciò quando vide la borsa e alcuni disegni cadere dal grembo di Elisabeth che si chinò a raccogliere la propria roba.
Una voce giunse dal campo, una delle due doveva entrare in gioco in quel momento.
- Arrivo!- gridò Rachel, congedandosi dall'amica e compagna di classe e squadra e dalla nuova arrivata.
Camilla osservò i disegni ad uno ad uno mentre li raccoglieva ed espresse la sua ammirazione con un fischio.
- Mia mamma ha un paziente, nella sua clinica, che fa dei disegni bellissimi come questi, lo sai?-
- Davvero?- fece la bambina, conservando i fogli con cura.
- Si! Una volta sono entrata nella sua stanza di nascosto, e mentre mia mamma guardava la sua cosa, la cartella, ho visto tutta la camera ed era piena di disegni!Peccato che il paziente non ci fosse...gli avrei chiesto di farmi il ritratto!-
- Che bello...- concluse Elisabeth, mettendosi nuovamente a sedere, - allora tua mamma fa il dottore. Come si chiama? -
- Mia mamma? Angela...anzi, scusa: Dottoressa Angela Hart Watson..sai, suona più importante se dici il cognome...-
Non si era accorta, Camilla, che il colorito pesca della sua coetanea si era affievolito notevolmente, lasciando il posto ad un pallido rosato perlaceo.
- E' un bel nome..- concluse la bambina dopo un attimo,
- Sicuramente- alzò gli occhi sulla sua compagnia, - è bravissima nel suo lavoro-
- La migliore!- rise la ragazzina, sedendosi dunque accanto a lei.
- Senti...-
Camilla si fece ancora più vicina, quasi bisbigliando nell'orecchio di quella nuova amica la sua proposta.
- Visto che tu non vuoi scendere e che tanto non mi faranno giocare oggi, perchè non mi fai un ritratto? Per favore! Anche uno piccolo! Così glielo farò vedere stasera!Che ne dici?-
Elisabeth la scrutò e sorrise: riconobbe infatti i tratti della sua amata dottoressa, e sembrava una ragazza simpatica da come l'aveva trattata fino a quel momento.
- Va bene!-
- Grande!- e si spostò di qualche centimetro più in là;
- Come mi devo mettere?-
- Come vuoi...- e socchiuse entrambi gli occhi, tirando fuori la sua matita e il blocco da disegno.
- A proposito...tu come ti chiami?- chiese Camilla qualche minuto dopo, tra le voci esultanti del pubblico per il punto segnato che li riportava in parità con la squadra avversaria.
La ragazzina alzò il capo dal suo lavoro e la osservò un attimo, poi rispose, avendo assorbito nella propria mente alcuni tratti di quel volto famigliare.
- Io mi chiamo Elisabeth-
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