Capitolo 18

L'altalena

 

Gettò la cicca a terra, guadagnandosi la disapprovazione del personale, e rientrò.

Al tavolo il piatto era stato lasciato per metà pieno; il conto era stato pagato e la borsa di Elisabeth era stata portata via.

Corse verso l'atrio e l'ingresso, dove la donna dai capelli neri lo fissò, un pò sorpresa.

- Dov'è lei?-

- Lei, signore?-

Lo straniero iniziò a perdere la pazienza.

- Lei, Elisabeth..mia figlia!-

Provò un brivido a chiamarla in quel modo, ma tralasciò quando la signorina si mostrò perplessa.

- Beh, signore..ecco...la bambina...lei...è uscita-

Dannazione, pensò senza più rivolgerle una parola: uscì dal ristorante, guardandosi attorno alla sua ricerca.

Corse per una cinquantina di metri in avanti, sperando in cuor suo...che non si fosse allontanata troppo da lui.

Come avrebbe spiegato la sua scomparsa?

Imprecò più di una volta, gli occhi esploravano il vasto parcheggio del ristorante alla sua destra e la piccola area riservata ai bambini, giusto alla sua sinistra...

Si immobilizzò.

L'aveva superata con lo sguardo per poi ritornare sulla sua figura minuta, tutta infagottata.

Sedeva su un'altalena, immobile, la testa bassa, gli dava le spalle, la borsa in spalla.

Avvicinandosi con passo felpato, lo straniero notò che Elisabeth stava canticchiando una vecchia canzone, la stessa che ricordò averle sentito mormorare sul taxi mentre venivano fin laggiù.

- Ragazzina...-

- Lasciami in pace...- sussurrò, riprendendo a mormorare, brevi singhiozzi si insinuavano tra le note, ma lei li soffoco, canticchiando più forte.

- Vai via...-

- Ascolta-

- La dottoressa non c'è, non ti voglio più! Lasciami sola!-

ma lui non lo fece, sedendosi accanto a lei sull'altalena adiacente e lanciandole sguardi colmi di significati, che si infrangevano sulle sue guance pallide rese rosse da due pesanti lacrime che scivolarono prima di essere asciugate con violenza dalla loro proprietaria, che si strofinò la manica del ruvido giaccone sul volto.

E sillabò il ritornello di quella canzoncina che le aveva tenuto compagnia nella sua mente fino a quel momento.

Era sempre stata un piacevole conforto, l'unico che le rimaneva quando non poteva impugnare la matita.

 

...O' ye'll tak the high..road...

...and I'll tak the low...road...

And I'll be in Scotland...afore ye...

...but me...and my true love...

 

- Will never meet again...-

 

 Proseguì lui, ed Elisabeth lo osservò, le labbra dischiuse in un espressione incerta, ma velatamente, sorprendentemente speranzosa.

 

-...on the bonnie...bonnie banks o' Loch Lomond...-

 

Conclusero quasi insieme in un sussurro, guardandosi negli occhi mentre quelle parole scivolavano dalle loro labbra e si perdevano nella sabbia dell'area giochi sospinta dal vento.

- Mi dispiace , ragazzina-

La bambina tacque a lungo, senza più degnarlo di uno sguardo, di un respiro, di alcuna attenzione; poi parlò.

- Mi chiamo Elisabeth, io...-

Lo straniero sospirò.

- Mi dispiace...Elisabeth-

Per la prima volta da quando si era seduta lì, lei sollevò leggermente il capo, fissando nuovamente il suo interlocutore con la coda dell'occhio.

- E' una bella canzone, vero?-

- E' vecchia...-

- Già...ma è bella comunque...conosci la storia?-

- No...-

Rimasero ancora una volta in silenzio, lo stesso silenzio albergava nei loro animi, feriti entrambi.

- Avevi ragione, sai...- disse lei dunque, alzando gli occhi al cielo, le mani strette alle catenelle dell'altalena.

- Dopotutto io sono una persona come le altre per te, cosa ti importa di me?...non dovevo annoiarti coi miei discorsi-

Mosse un poco i piedi, tentando di darsi una spinta, ma a parte un breve dondolio non ottenne risultati soddisfacenti.

Ed egli la seguì in quel tentativo, rammaricandosi appena di quella nuova opinione che quella ragazzina aveva di lui adesso: un adulto insignificante, come tutti gli altri...

- Se mio padre fosse davvero venuto...- esordì lei, riprendendo quel discorso lasciato a metà durante il pranzo,

- Non mi avrebbe raccontato nulla di quei giorni...in cui eravamo felici. Sarebbe rimasto zitto, e anche io...-

Si morse il labbro, sorridendo mestamente un attimo dopo.

- Perchè per il mio papà quelli non sono più momenti felici...-

Corrugò la fronte, cercando dentro di sè motivi e risposte ormai sedimentate nell'animo, e cominciò a singhiozzare.

- Quando se ne è andato voleva dimenticare la mia mamma...perchè non era più felice con lei...e mi ha dimenticato...perchè non era più felice con me...-

Lo straniero parve colpito da quel ragionamento...

 

Quante volte pensieri come quello l'avevano portato ad un unica conclusione..?

 

Lizzie smise di dondolare, e guardò l'uomo che aveva accanto, gli occhi lucidi ed un sorriso forzato, grata della sua capacità di rassenarsi ed accettare la realtà, Lizzie non piangeva più.

- E quando mia mamma è morta...papà non mi ha voluto con lui- , si alzò, rimanendo in piedi e lasciando che il vento asciugasse la scia umida sul volto, poi si rivolse ancora all'uomo seduto sull'altalena vicina, gli occhi socchiusi, pesanti di pena.

- ...perchè io ero una figlia di cui non aveva bisogno...-

Lo straniero si mise in piedi, rispondendo al suo sguardo, la pena nellle sue iridi chiare era la stessa: non meritava questo...non lei.

Nessuno meritava questo.

Lo sapeva bene...

- La zia crede che bastino i soldi...dice che non ho bisogno di lui finchè mi manda un assegno ogni mese-

Tirò fuori i soldi che aveva nella borsa che reggeva a tracolla.

Erano un centinaio di sterline..tutto ciò che aveva in quel momento nella borsa.

- Ma questi...sono solo carta...piccoli, inutili pezzi di carta...non mi servono e te li dò tutti, se resti con me oggi...-

Fece un passo verso quell'uomo e gli porse il denaro, che lui contemplò per qualche secondo, sollevando gli occhi su di lei e nuovamente sui soldi, per poi avanzare, facendola arretrare di un passo.

- Ne ho altri, in clinica...-

Lizzie non si mosse: se lui avesse rifiutato...sarebbe andata via da sola, non le importava.

- Elisabeth Sullivan...- disse lui, inginocchiandosi davanti a lei per poterla scrutare in volto, leggere la sicurezza nei suoi occhi castani, 

- Ho preso un impegno e lo manterrò- prese le piccole mani di lei tra le sue e le strinse, in modo che il denaro rimanesse alla proprietaria, che lo fissò improvvisamente titubante.

- Mi hai già pagato...e non ho ancora finito il mio lavoro-

Elisabeth respirò a fondo, chinando la testa fino a toccare col mento il proprio petto e mordendosi il labbro prima di parlare, a voce bassa, molto bassa ed infantile.

- ...metà alla fine del lavoro, vero?-

Lo straniero annuì, regalendole una piccola carezza sul dorso della mano, e Lizzie sorrise, saltandogli al collo e abbracciandolo, la propria guancia gli sfiorava l'orecchio e la nuca.

Prima sorpreso, lo sconosciuto si lasciò avvolgere da quella stretta, incapace però di corrisponderle, lascio scivolare le braccia, cercando di non perdere l'equilibrio in quella posizione genuflessa.

- Grazie...papà...- singhiozzò la ragazzina, e sospirò dolcemente di sollievo, prima di ritrarsi ed incitarlo a tirarsi su.

Lo straniero tardò ad rimettersi i piedi: quell'abbraccio era stato così...dolce...caldo e confortante.

Un piccolo contatto che aveva alleggerito parte della sua anima, ritenuta da lui asfissiata, uccisa dalla rabbia, dalla disperazione di un passato mai accettato, mai compreso.

Quanto tempo era passato dall'ultima volta che si era sentito così?

Scosse il capo, stringendo gli occhi un istante: ricordava.

 

- Forza...- esclamò Elisabeth, prendendogli la mano.

L'uomo si fece carico del leggero bagaglio della bambina, e accettò senza fiatare quell'incitamento da quel volto giovane dagli occhi scuri, un poco arrossati, ma sorridenti.

- Ora voglio andare a scuola!-

- Non hai finito il tuo pranzo- le ricordò lui, sorprendendola e spingendola a voltarsi e ad affrontarlo.

- Non lo finisco mai...-