Capitolo 14

Uscita dalla gabbia...

 

Alle otto, la luce di quella tiepida giornata sembrava accecarlo nel letto.

Lo straniero si portò un braccio davanti agli occhi, tentando vanamente di proteggersi da quella incursione.

Non poteva rimproverare che sè stesso: lui aveva lasciato la finestra senza tende a parare i caldi raggi del sole che filtravano dai vetri di qella stanza monotana della pensione in cui temporaneamente aveva trovato alloggio.

Credeva che una volta alzato, la sua prima preoccupazione sarebbe stata quella di andare al porto e partire ancora una volta, diretto questa volta in Francia e successivamente in Italia.

Nulla di più sbagliato.

Si mise seduto, massaggiandosi la fronte e ricordando nuovamente i particolari della giornata precedente.

Sbadigliò, alzandosi e affacciandosi alla finestra.

Riconobbe la clinica e il cortile esterno.

Non era stato solo uno scherzo, allora...

Era davvero laggiù e qualcuno lo stava aspettando.

Aveva preso un impegno.

Si infilò in bagno, il tempo di una breve doccia.

Aveva bisogno di svegliarsi completamente e non perse molto tempo a decidere cosa indossare.

Un paio di pantaloni, una felpa verde, scura, e la solita giacca di pelle.

Raggiunse il bar interno della pensione e bevve una tazza di caffè prima di dirigersi verso la clinica.

Se aveva compreso almeno in parte il carattere di quellaragazzina...a quell'ora lo stava aspettando.

Cosa gli avrebbe chiesto?

Cosa avrebbero fatto insieme, quel giorno?

Museo...si, ricordava che quella ragazzina aveva espresso il desiderio di andare in un museo...ma quale?

Non aveva importanza.

Poi a mangiare...era ovvio...

E a scuola?

Per quanto ne sapeva, i ragazzini preferivano fuggire dalla scuola...perchè questa voleva andarci, invece?

Fece spallucce, tirando fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette e accendendosene una.

Dopotutto doveva solo accompagnarla.

Quella giornata sarebbe passata presto.

Un sabato normale.

Un sabato qualunque.

 

Elisabeth fece colazione e si vestì con cura, indossando una lunga gonna a quadretti verdi e neri e la stessa giacca del giorno prima.

Era seduta sul letto rifatto, osservando l'orizzonte, tra le mani una borsa voluminosa, contenente il suo blocco da disegno, e altre piccole cose che riteneva necessarie.

Si guardò attorno.

La porta della sua stanza era chiusa, e un silenzio ostinato sembrava regnare a quell'ora del mattino nella clinica.

Ai piedi del suo giaciglio vide la cartella clinica....la propria.

Che gente, i dottori...lasciarla così in bella vista...

Si alzò, togliendosi il berretto e prendendo quella sfilza di segni indecifrabili, cifre e grafici di cui poco sapeva...solo le parole suonavano chiare, in qualche modo.

E sapeva già cosa dicevano.

Le sue labbra si piegarono in una smorfia seccata ma rassegnata: prese la propria cartella clinica e la ripose, avendo cura di mettere i fogli a rovescio, così che nessuno fosse entrato in camera sua potesse leggere il contenuto tanto facilmente.

Non c'era bisogno che chiunque sapesse...

Si affacciò coi suoi occhi scuri fuori dalla porta, solo per ritrovarsi la vista offuscata da un maglione verde contro cui sbattè il naso.

- Ah!- fece un passo indietro alzando lo sguardo e incrociandolo con quello dell'uomo che la squadrava, statico e imperturbabile.

- Buongiorno...- esitò un istante, - buongiorno papà...- e lo invitò ad entrare in camera sua, avendo cura di chiudere la porta dietro di sè.

- Allora ragazzina..che intenzioni hai?-

- Prendi-

e senza prestargli ascolto gli porse la cornetta del telefono e compose per lui un numero.

- Dì loro che vuoi un taxi qua davanti tra cinque minuti...-

Lo straniero serrò la mascella per un secondo, ma eseguì le sue istruzioni.

Dopotutto era una cliente...e i clienti avevano sempre ragione.

Elisabeth fu infine soddisfatta, aprì con un tac la borsa poggiata sul letto e gli consegnò una busta da lettera stranamente rigonfia.

- Che cos'è?- domandò lui senza parlare, prendendo quell'involucro tra le mani, l'attenzione rivolta solo a lei.

Elisabeth non proferì parola, abbassando lo sguardo e girandosi per afferrare il berretto di cui si era liberata poco prima ed indossarlo con noncuranza.

Si rese subito conto, l'uomo, di ciò che lei gli aveva consegnato.

Soldi.

E tanti....

- Questi sono per oggi...metà ora...metà alla fine del lavoro, papà...e ora andiamo-

Gli prese la mano, silenziosa e lo condusse senza forza verso l'ingresso della propria stanza.

Voleva solo uscire...

- Elisabeth-

Una voce la chiamò, costringendola a voltarsi prima ancora che potesse muovere un passo in compagnia del suo particolare accompagnatore.

- Dottoressa Watson...buongiorno...-

- Buongiorno- ma la dottoressa le aveva solo regalato un cenno breve prima di rivolgersi esclusivamente all'adulto che ricambiò lo sguardo colmo di rimprovero con uno indolente e altrettanto serio.

- Dottoressa, dobbiamo andare...- la scosse Elisabeth, sorridendole quasi raggiante, avvinghiandosi al braccio di lui che rimase comunque immobile, rispondendole senza mai cedere alla donna che gli stava innanzi.

- Ha ragione Elisabeth...con permesso- e si incamminò, trascinando involontariamente lui stesso la bambina un paio di metri verso il corridoio e nuovamente venne richiamato e raggiunto dalla dottoressa, gli occhi chiari opachi dalla preoccupazione.

- Signor Sullivan, lei sa cosa fare in caso di...imprevisti, non è così?- sussurrò lei dritta e rigida nella sua figura professionale.

- Imprevisti?- ripetè lui, senza comprendere.

Elisabeth sbuffò, per la prima volta irritata.

- Si, dottoressa Watson, lo sa! e ora dobbiamo andare, il taxi ci aspetta!- e questa volta il suo sorriso era svanito, rabbuiato, mentre finalmente abbandonava l'ala dell'ospedale e si dirigeva insieme al signor Sullivan verso l'uscita.

La donna non si era mossa, portandosi una mano alla guancia e osservandola andare via.

Era dispiaciuta.

Ancora una volta aveva sbagliato con lei...

Elisabeth era come un uccellino sempre in gabbia...desiderava volare via...

Ma sarebbe stata in grado di stare lì fuori?

Quel mondo che non conosceva più...come se la sarebbe cavata?

Sospirò pesantemente, ritirandosi nel suo ufficio.

 

****

 

Salutò con un rapido cenno del capo chiunque le si parasse davanti, tranne la signora Parker, davanti al portone d'ingresso, a cui diede un bacio pieno d'affetto.

- Non si preoccupi per me, signora Emily...è solo una gita, non muoio mica- e rise, raggiungendo l'uomo che l'aveva preceduta qualche metro più in là, discutendo sul da farsi col tassista che aveva accettato le loro condizioni e chiarendo le ore in cui sarebbe stato disponibile.

Lo straniero la vide congedarsi da tutti e non disse niente, preferendo mettersi da parte e parlarle dopo con calma.

La signora Parker seguì la bambina fino alla vettura, pregando il signor Sullivan con lo sguardo.

- Abbia cura di lei-

Lui annuì meccanicamente e senza molta convinzione, ma in fondo era rimasto colpito dall'affetto di quella donna per la piccola Lizzie.

- Digli di portarci alla galleria di arte moderna, papà...- disse Elisabeth, aprendo il finestrino e scuotendo la mano alla signora Parker che si era portata una mano sulle labbra per trattenere il tremito di pianto che l'aveva colta alla sprovvista nel vedere la sua piccolina andare via da sola con quell'uomo di cui non si fidava affatto e per cui provava un sentimento orribile...

Gelosia...

Quello sconosciuto si era preso la sua Lizzie...

Non la meritava...non la meritava e lei lo amava così tanto.

Non era giusto.

 

Lo straniero non si scompose.

- Ha sentito?- domandò all'autista e ricevendo una risposta affermativa, smise di preoccuparsi della destinazione e volle finalmente chiarire alcune cose con la sua piccola cliente.

 

- Quato tempo hai intenzione di stare in giro, oggi?-

- Il tempo necessario...- rispose lei distante, la testa poggiata sulle braccia adagiate sul finestrino aperto, il taxi, moderno ed efficiente, ben diverso da quello del giorno prima, sfrecciava rapido per una viuzza deserta.

 

Era quella, la libertà?

 

Un anno prima non avrebbe dato peso ad una sciocchezza del genere...

Quel vento freddo che le pizzicava il viso e minacciava di strapparle il berretto da un momento all'altro...

Quella sensazione spericolata che le dava quell'uomo estraneo seduto accanto a lei...

Tutto questo...la elettrizzava.

Ma dovette ricadere nella realtà quando suo 'padre' le fece un'altra domanda, questa ben più fastidiosa ma ovvia della precedente.

- La tua dottoressa ha parlato di imprevisti, ragazzina-

- Si...- aveva sussurrato Lizzie in risposta, ruotando il busto e sedendo più normalmente.

- A che si riferiva?- chiese dunque lui, sul volto un misto di serietà e...diffidenza.

La bambina sospirò, scuotendo il capo e riaffacciandosi al finestrino.

Era già stanca...

Stanca di rispondere a domande che non voleva sentirsi porre.

- La dottoressa Angela si preoccupa troppo. Non succederà nulla, lascia perdere quello che ha detto!- sbottò, lanciandogli uno sguardo rapido dalla sua posizione.

L'espressione di lui si fece cupa, decisamente tesa.

- Non voglio responsabilità, ragazzina...- sentenziò l'uomo, incrociando le braccia e fissando l'orizzonte dal finestrino opposto.

- Non preoccuparti...ho le medicine in borsa...e io mi chiamo Elisabeth!-

Lo straniero non rispose a quell'ultima provocazione, sufficientemente sollevato.

Non avrebbe permesso a quella ragazzina di metterlo nei guai...

E non le avrebbe permesso di turbarlo con la sua sofferenza...

Ne aveva abbastanza di dolore e di persone da salvare...

 

Aprirsi...

Amare ancora...

Essere amato...

Quanto avrebbe voluto...

No.

Troppo caro era il prezzo da pagare...

Perdere sè stesso per amore, compassione...per poi ritrovarsi ancora solo?

Non avrebbe commesso due volte lo stesso errore...

 

Era ormai un angelo senza ali, quello che sedeva in quel taxi che viaggiava in periferia.

Un angelo chiuso in una gabbia con sbarre di rimpianti e rabbia, lucchetti di paura...

Non sarebbe mai stato libero...?

Sarebbe mai stato...semplicemente un uomo?

 

Lo sguardo si perse nel vuoto di quelle strade che correvano veloci e indistinte sui vetri di quel finestrino, mischiando colori e suoni felpati, resi chiari solo dal vento che entrava dall'altra apertura della vettura, quella a cui era appollaiata la piccola ragazzina, che sembrava dormire, cullata dall'aria fresca di quella mattina, le labbra leggermente dischiuse e una serenità malinconica sul volto.

In mente una sola parola, un solo grido...

Vita.