Capitolo 13

Timore

 

- Non è il caso...parlarne per telefono...- aveva risposto alla sorella quando aveva chiesto spiegazioni più dettagliate.

Di certe cose era meglio discutere di persona...ma...era certo che sarebbe riuscito a parlarle di ciò che era accaduto, se l'avesse incontrata?

Incontrando il suo sguardo, cosa sarebbe successo?

Avrebbe aperto quel cuore che credeva freddo e forse...lo era davvero?

Avrebbe trovato il coraggio di ammettere la sua umanità e i suoi difetti a lei, che lo aveva sempre capito?

Le avrebbe chiesto scusa per essere scomparso?

E lei...lo avrebbe perdonato?

Magari abbracciato e sorriso come solo lei sapeva fare...con quel sorriso che lo aveva richiamato alla vita nei momenti più scuri della propria esistenza...

Quanto aveva nostalgia di quel sorriso...l'unico che gli era mai stato rivolto dopo quello di sua madre...prima di Frankie...e di Lizzie ...

Scosse il capo.

Era meglio finire lì.

Aveva sentito la sua voce: era sufficiente.

Basta farsi del male con rimpianti che si era procurato da solo.

- è meglio che riattacchi...hanno già spento le luci, qui...-

 

Marie era rimasta interdetta per quell'ostinato silenzio che era seguito...

Suo fratello sapeva della morte di Joseph Riggans...loro padre...

Era con lui, aveva detto...

Perchè non le diceva nulla, dunque?

Sapeva che quel ragazzo non era un tipo loquace..non lo era mai stato...ancora di più dopo la scomparsa della madre.

Ma avevano sempre parlato, se la questione era importante.

E quella, era una questione importante: loro padre se ne era andato anni prima, li aveva abbandonati soli con la madre...era uscito dalle loro vite nel più crudele dei modi...li aveva traditi.

E ora...come poteva ritornare solo adesso, come uno spettro sul loro presente?

Perchè, anche da morto, la sua ombra non li lasciava in pace?

Era ingiusto.

Marie aveva già una sua vita: aveva combattuto per essere felice...non aveva bisogno di soffrire per lui.

Non avrebbe pianto per lui, si era detta...

Ma non era riuscita ad essere fedele a sè stessa.

Quella notizia era giunta inaspettata alle sue orecchie...e se Ally non fosse stato con lei, avrebbe continuato a piangere al telefono per ore intere.

Più di una volta si era chiesta che lacrime fossero mai, quelle che aveva versato quella sera...

Dolore?

Angoscia?

Ineluttabilità?

Impotenza?

...Sollievo?

Non si diede risposta.

Aveva timore di scoprire di essere una persona diversa da quella che credeva di essere...e ancora adesso, al telefono con quell'uomo...avvertiva un'ansia opprimente soffocarla.

Suo fratello..l'unico altro parente che avesse ancora al mondo...era stato via tre anni...

Tre anni!

Una vita...

Si chiese cosa fosse cambiato in tutto quel tempo...

Si chiese cosa significasse per lui, adesso...

 

- Le luci..? sei in prigione?- domandò quasi ironica, cancellando quelle preoccupazioni improvvise che la sua mente le aveva fatto provare a quell'ora della notte.

Marie constatò che lui non avrebbe detto nulla riguardo loro padre o altro.

Non per telefono.

- No- si guardò attorno lui, - in un ospedale-

La donna sentì la gola prosciugarsi, il respiro quasi interrompersi sulle labbra.

 

 In...ospedale?

 

- Non sto male, se è questo che ti preoccupa...-sentenziò lui, raddrizzando le spalle, avvertendo Marie iniziare a respirare affannosamente.

Marie riprese infine fiato,  portandosi una mano sulla fronte per riavviarsi i capelli stravolti e accorgendosi di aver sudato freddo per un attimo.

- Dove sei?- ripetè ancora una volta quella domanda, in un sussurro, certa che questa volta, lui le avrebbe risposto.

- In città, Marie...sono...tornato oggi- rispose lui dopo qualche istante di silenzio in cui l'uomo si era spostato dalla sua posizione, prendendo l'apparecchio in mano e dirigendosi verso la finestra.

Vide una luce accedersi in una stanza della clinica e per un attimo si chiese se fosse quella della ragazzina.

Un interrogativo che cadde nel buio come quella camera in cui la luce fu cancellata in un istante breve e sfocato.

- Perchè..?-

Lui rimase in attento ascolto, percependo Marie affannarsi nel completare il proprio pensiero.

- Perchè non sei venuto da me...?-

Lo straniero rimase a fissare l'orizzonte.

Era ormai notte fonda, quando con la mente ripercorse le tappe di quella giornata surreale...

Elisabeth...

La rivide, il suo sguardo...il suo sorriso da ragazzina sola...

La rivide..sdraiata e sopita in quel letto di ospedale...e subito seduta, mentre aghi invadevano la sua carne...e nuovamente il suo sorriso mentre disegnava...il suono tenue e ad un tempo frizzate della sua voce...

Un ricordo agrodolce...ma piacevole...

- Ho avuto- si interruppe, cercando le parole più adatte per descrivere la situazione; piegò le labbra in una smorfia inconsueta, sul suo volto.

Un antico, pallido e appena accennato sorriso.

Non credeva di esserne più capace dal giorno della sua partenza...si era sbagliato.

- un piccolo imprevisto...-

 

******

 

- Possiamo incontrarci..?domani stesso...dobbiamo parlare..- lo pregò Marie qualche secondo dopo, sospirando pesantemente.

- Di cosa?- fece eco lui, che riteneva quella discusione proseguita per troppo tempo, ormai.

- Di te...di noi...di tutto...-

Lui non rispose ancora una volta, ritornando a sedersi sul letto, il capo chino.

Marie temette che avesse riattaccato, che non la ascoltasse più.

Lo chiamò per nome più di una volta prima che lui si decidesse a risponderle.

- Domani non posso-

- Ti prego...qualsiasi ora...va bene anche a notte fonda...solo qualche minuto...-

Lui riflettè prima di accettare, seppur con riluttanza.

Probabilmente si sarebbe liberato dalla ragazzina nel pomeriggio, come era accaduto quel giorno.

Si sarebbe fatto vivo lui...in un modo o nell'altro...

Glielo comunicò, ricevendo un assenso colmo di gratitudine.

- Grazie...anche Lizzie e Frankie saranno fel-

- Loro non devono sapere, Marie Riggans...-

Fu categorico in quel diniego, quel rifiuto.

La donna però non gli domandò il motivo di tale volontà...

Rimase muta, accettando ogni sua parola.

Se non voleva vederli...se non voleva incontrarli...doveva avere i suoi motivi...e anche se non li comprendeva...non avrebbe fatto nulla per contrariarlo.

Non ora che lo aveva ritrovato.

Non avrebbe rischiato di perderlo ancora.

No.

- Come preferisci...buonanotte...- e attese che fosse lui a riattaccare, assaporando quel legame sottile che sembrava ricucirsi punto per punto ad ogni secondo in cui rimanevano in contatto.

- Buonanotte...- sospirò lui inarcando le spalle per poggiare i gomiti sulle ginocchia.

Concluse così la comunicazione e rimase qualche istante in quella posizione, le mani a reggere la testa troppo pesante per il fluire immobile di pensieri continui ed evocativi.

Perchè...aveva detto di non volerli vedere?

Lui, che non desiderava altro...perchè..?

Calciò via una delle scarpe che gli capitarono a tirò ai piedi del letto e nuovamente si sdraiò sul letto, le gambe fuori, penzoloni quasi.

Voleva vederli...

Voleva vederli disperatamente...

Aveva paura.

Fissò il soffitto, provando una sorta di istintiva ripugnanza per sè stesso...quella codardia che non credeva di portare dentro di sè.

Aveva paura...anche senza ammetterlo, provò dolore per quella condizione in cui si era trascinato...

Timore di essere odiato...

Timore di essere amato...

Timore di non amarli abbastanza...

Timore di amarli troppo...

Chiuse gli occhi.

Timore dei suoi stessi sentimenti...ancora una volta.

 

*****

 

Elisabeth attese che l'infermiera di turno passasse davanti alla sua stanza prima di scendere dal letto e sgattaiolarvi sotto, recuperando il suo piccolo baule.

Trasse dal collo la chiave di ottone e la infilò nella toppa, rigirandola con impazienza.

Erano solo le sette del mattino, ma lei voleva essere pronta.

Rimase seduta sul pavimento, traendo dal contenitore dei fogli.

Ritratti.

Eseguiti da lei.

Li posò accanto a sè, prima di infilare le mani un una busta per lettere e tirar fuori dei soldi, tanti soldi: almeno cinquecento sterline.

Aveva risparmiato denaro per tanto tempo...compleanni, natali, festività varie.

Per non parlare degli assegni mensili del padre per pagare gli alimenti e in seguito anche le spese mediche.

Una piccola fortuna nascosta in sei anni di vita.

Eppure avrebbe preferito essere povera e felice...

Fece spallucce a quella riflessione inutile.

Non si poteva cambiare il passato...e del futuro non le importava tanto.

Ripose tutto con cura, soffermandosi ad osservare i suoi disegni e recuperando dal fondo del bauletto una foto, vecchia, non ancora ingiallita.

La confrontò con uno dei suoi disegni, l'espressione del suo volto mai più seria e malinconica.

- Avrei voluto che tu fossi ancora con me, mamma...- sussurrò, riponendo la foto e stringendo quel pezzo di carta con le dita infreddolite.

- Presto ci vedremo...te lo prometto...oggi esco con un nuovo papà!- parlò direttamente alla donna ritratta con acquarelli e pennello prima di venire interrotta nel suo monologo.

- Lizzie?-

Nell'alzare la testa, Elisabeth urtò la testa con l'asse del letto.

- Ahia...signora Emily! buongiorno!-

L'infermiera Parker scosse il capo vedendola seduta a terra e subito le fu accanto per sollevarla in braccio e rimetterla a letto.

- Un attimo- protestò la bambina, rimettendo in ordine i suoi disegni e conservandoli con relativa fretta nel baule.

- Chi è quest'uomo?- 

Chiese la donna, chinandosi e afferando uno dei ritratti contro la volontà della piccola, ancora inginocchiata.

Era un uomo affascinante, uno sguardo da intellettuale...e due occhi verdi come il mare.

Era un ritratto perfetto.

Lizzie quasi strappò il disegno dalle mani della donna, fissandolo un secondo prima di richiudere il baule e posarlo nuovamente sotto il giaciglio.

- Quello...è uno sconosciuto...- rispose lei concisa, rimettendosi a letto e aspettando che Joey entrasse per il solito prelievo e la medicina.

la donna la guardò incupita , mentre il giovane medico, ancora in tirocinio presso la loro clinica, osservava la cartella clinica ed eseguiva le prime analisi.

- Sei pronta per lunedì?-

domandò Joey McArthur, sciogliendo il laccio emostatico e consegnando la siringa alla signora Parker che si preoccupò della risposta della bambina.

Elisabeth sorrise un poco ironica, rivolgendosi a tutti e due con sguardo pacato.

- Voi lo siete?-

Entrambi i membri dello staff medico non proferirono parola, scambiandosi uno sguardo teso prima di congedarsi ed uscire.

La colazione le sarebbe stata servita in dieci minuti...

La bambina rimase sola, volgendo lo sguardo all'orizzonte fuori dalla sua finestra per non osservare il bianco delle pareti e i dipinti e le croste appese che ormai non le davano più sollievo.

- Io...sono pronta...- sussurrò tra sè e sè, chiudendo un attimo gli occhi e ricordando il volto della madre.

- Pronta...- ripetè, le lenzuola strette tra le mani e il labbro tra i denti.

Eppure...dentro sè...

Aveva paura.