Capitolo 12

Di sera...

 

Si sedette sul letto, poggiando il capo sul cuscino e fissando ancora il soffitto.

Erano solo le nove...

Aveva già cenato e fatto la doccia, messo in ordine quel poco di roba che avrebbe potuto chiamare bagagli.

Non aveva nient'altro da fare...

 

Uscire era fuori discussione.

Dove sarebbe andato?

Chi avrebbe incontrato?

Meglio rimanere laggiù, in quella stanza ottenuta senza alcuno sforzo.

Sarebbe rimasto in camera, magari guardando qualche insulso programma alla televisione.

Ma non subito.

Si alzò, recuperando la sua giacca di pelle.

Aprì la finestra, respirando profondamente prima di tirar fuori dalla tasca il solito pacchetto di sigarette e accendersene una, lo sguardo perso all'orizzonte.

Ammise che la vista era gradevole...il cielo era chiaro, limpido da nuvole e la giornata seguente sarebbe stata certamente soleggiata, piacevole.

Le stelle sembravano rincorrersi in quel prato oscuro e qualcuna più luminosa divenne il suo punto di riferimento.

Trasse un respiro profondo: quando era stata l'ultima volta che aveva guardato il cielo?

L'ultima volta che le stelle gli avevano parlato?

L'ultima volta che si era confidato con loro?

Abbasso lo sguardo, scocciato, ed assistette ad una scena che catturò la sua attenzione; riconobbe la dottoressa Watson, vestita di nero avanzare di qualche passo dall'ingresso e prontamente raggiunta da un uomo e da una bambina.

Quell'individuo le diede un bacio rapido sulla guancia, seguito dalla giovane, che la donna quasi prese in braccio, stringendosela al petto con affetto.

Dalla sua posizione, lo sconosciuto strinse gli occhi, per poi divenire totalmente indifferente, dalle labbra solo un sospiro sommesso a scuotergli un poco il petto.

 

La sua famiglia, si disse l' uomo, osservandoli attentamente mentre si allontanavano insieme.

Era ovvio...una donna come quella non poteva rimanere sola.

Dopotutto era un medico.

Sicuramente aveva progettato tutto, dalla laurea al matrimonio; sembrava la persona capace di farlo.

Ma in fondo...a lui cosa importava?

 

Consumò la propria sigaretta, e gettò la cicca fuori dalla finestra, per poi lasciare aperta quella porta sul modo esterno e rimanere a fissare il vuoto, silenzioso.

Vide una ad una le luci delle stanze chiudersi, accese solo quelle degli uffici principali, gli studi medici.

 

- Si dorme presto...- sospirò sedendosi sul letto e accendendosi la televisione.

Nulla.

Spense le luci.

Avrebbe dormito anche lui...c'era poco da fare.

Si spogliò rapidamente degli abiti indossati dopo la doccia, restando coi soli pantaloni, a torno nudo.

Si sdraiò sopra le coperte e le lenzuola, non desiderando alcun riparo dai suoi pensieri e dal tempo.

Ormai solo i primi erano in grado di nuocergli ancora.

Eppure credeva di essersi rassegnato...credeva di aver superato tutto...

A cosa era servito partire e abbandonare l'amore e l'affetto?

A cosa era servito..rivedere quell'uomo, quella ombra?

A cosa era servito..rimanergli accanto fino all'ultimo?

Si rivoltò più e più volte nel letto, senza trovare risposta.

Sbuffò, rimettendosi a sedere quando avvertì la temperatura divenire più fredda.

Si costrinse ad alzarsi e a chiudere la finestra, per poi ritornare a sedere sul letto.

Rimase immobile, rimugginando senza produrre un pensiero statico, gli occhi sul telefono che aveva sul comodino.

 

*****

 

- Sei pronta, Angela? sembri stanca...-

La dottoressa scosse il capo.

- No, John...sto bene. E' stata solo una giornata pesante...-

- Mamma!-

- Amore!- prese in braccio la sua Camilla, vestita di rosa e di giallo e la strinse a sè, baciandole la guancia.

Ogni giorno sua figlia diveniva sempre più bella, coi suoi capelli, rossi e gli occhi azzurri come i propri, le guance rosee per il clima leggermente fresco di quella sera.

- Andiamo a casa, forza-

John Watson coprì la compagna con un soprabito scuro e lungo e la condusse alla sua auto.

Il mattino dopo l'avrebbe riaccompagnata nuovamente in quella clinica verso cui i suoi sentimenti erano contrastanti.

Da un lato la soddisfazione per una vita senza rinunce...entrambi guardagnavano più che bene, tanto di permettersi di poter mantenere la figlia tredicenne Camilla al collegio più esclusivo di tutta la città.

Dall'altro lato, la perenne malinconia della consorte, quella sua aria a volte assente, a volte distante ma sempre risoluta..una tristezza indefinita di cui non conosceva il motivo...

- Cos'è successo oggi, Angie?- le chiese, una volta salita in macchina, la figlia seduta dietro conversava allegramente al cellulare con un certo Mark di cui la donna sicuramente sapeva poco e niente.

- Ti interessa davvero?-

John fece cenno di assenso, uscendo con l'automobile dall'area della clinica e avviancodi sulla strada.

- Oggi una mia paziente ha ricevuto la visita di suo padre...-

John sorrise brevemente.

- E' una cosa normale, no?-

- No...la paziente..- esitò un attimo, lo sguardo, fino a quel momento perso all'orizzonte, corse sull'uomo intento alla guida,

- E' il padre di Lizzie Sullivan...-

John Watson rimase in silenzio, riflettendo con la mascella serrata e lanciando uno sguardo attraverso lo specchietto retrovisore alla figlia che rideva spensieratamente, seduta nel retro della macchina.

- Oh...quel bastardo si è ricordato di avere una figlia, allora...-

- Non dire così-

- Tesoro!sei tu la prima ad avermene parlato! Non dirmi che hai dimenticato come te la sei presa quando hai saputo cos'è successo a quella bambina!-

La dottoressa scosse il capo, intimandogli di parlare piano.

- Quella bambina ha l'età di nostra figlia, amore...tu l'avresti mai fatto? l'avresti mai lasciata sola?-

- Lasciare chi? - Camilla intervenne nella discussione, sedando l'animosità del padre, che lasciò che il fuoco si spegnesse in fondo ai suoi occhi chiari.

- Nessuno, amore...piuttosto..con chi stavi parlando?- domandò Angela, tentando di glissare dall'argomento precedente.

Camilla arrossì appena.

- Un ragazzo, vero?-

- Mamma!- esclamò la ragazzina, per poi chinare il capo e annuire, rossa in volto.

- E non mi hai detto nulla?- scherzò la donna, voltandosi ancora di più verso la figlia, mentre il padre della piccola signorina Watson parcheggiava infine l'auto nel cortile di casa.

- Non è ancora nulla di serio..ecco!- e approfittò del fatto di non avere la cintura allacciata per scendere prima dalla vettura e correre verso l'abitazione.

- John, tu lo sapevi?- chiese lei, impedendo al marito di scendere prima di averle risposto.

Lui annuì, regalandole un bacio rapido sulle labbra rosate.

- E lo sapresti anche tu, se non fossi sempre rinchiusa in quella gabbia-

Angela chinò il capo, rammaricata.

Non sapeva più nulla della propria famiglia: sua figlia si era innamorata e lei lo aveva scoperto quasi per scherzo.

Quante cose ancora avrebbe perso prima di sentirsi soddisfatta del vuoto che la riempiva?

Eppure non poteva smettere di lavorare...ogni sorriso dei suoi pazienti era come una sorgente nel deserto...erano luce.

Ogni sorriso di Lizzie era più importante della vita stessa...erano speranza.

- Ma ti amo anche per questo, Angela Hart Watson...non sentirti in colpa..-

Lei accennò appena un sorriso, abbracciando il marito ancora dentro l'automobile, in cuor suo una pena infinita e un sollievo di egual misura.

- Grazie, tesoro...-

- Mamma! Papà! allora, vi sbigate?Ho fame!!!-

gridò Camilla dall'ingresso, facendoli sorridere entrambi.

- Eccoci!- rispose il marito della donna, prima di stringerla morbidamente a sè, baciandola con affetto sulle labbra.

- Prego, tesoro...-

 

*****

 

 

- Pronto?...Qui Marie Riggans, con chi parlo?...pronto?!-

La donn alla cornetta si innervosì visibilmente.

Si era dovuta alzare dal letto e raggiungere il salotto della sua modesta abitazione, al piano superiore del locale, per poter rispondere al telefono.

E ora quel silenzio ostinato...

Che nervi...

Si grattò irritata la testa, stroppicciandosi gli occhi subito dopo.

E pensare che se quella sera fosse uscita, come le aveva proposto Ally, a quell'ora sarebbe fuori a divertirsi, e non assonnata e spazientita alle dodici di notte.

Solo il pensiero di una giornata pesante per l'indomani l'aveva convinta a riposare invece di darsi alla pazza gioia come al solito.

Ma se per una volta che rimaneva a casa, le telefonate anonime dovevano essere la sua ricompensa..beh, allora meglio rinunciare al letto e darsi all'alcol.

Marie sbuffò.

- Se non rispondi entro il tre, giuro che riattacco e-

- Sei sempre la solita, eh?- una voce maschile all'apparecchio interruppe la sua minaccia.

Marie rimase in attento ascolto, ma la voce non disse più nulla.

- Parla!- quasi gridò lei, la vestaglia che si era buttata addosso, cadde a terra rivelando la sottile camicia da notte in seta che indossava.

- Sei tu, vero? rispondi...Rispondi!-

L'uomo rispose solo qualche attimo dopo.

- E' bello sentire la tua voce, sorellina...- disse, cercando di scherzare, nonostante la sua voce non potesse essere più seria.

La donna singhiozzò, portandosi una mano alle labbra prima di rispondergli per le rime.

- Stronzo..sei uno stronzo...perchè non mi hai più chiamato? perchè non mi hai fatto sapere dov'eri, come prima?...oddio...-

- Non piangere, Marie...non per causa mia...non ne vale la pena...-

- Figlio di ********! non ne vale la pena, eh?- esplose di rabbia, battendo un pugno sul muro, -non era per te che mi preoccupavo...non...ohh...- si asciugò le lacrime che le avevano inondato il volto, rimproverandosi di piangere per così poco.

- Come stai...?- chiese lei lentamente, recuperando il sorriso e sedendosi sulla poltrona in vimini del salotto, la cornetta stretta con entrambe le mani, adesso.

- Bene...tu?-

- Bene...- rispose Marie, ridendo un attimo nel constatare che suo fratello non era cambiato affatto.

- Anche..anche loro stanno bene...Frankie e Lizzie, voglio dire...-

Non udì alcun segno o suono giungere in risposta...

- Non te lo avevo chiesto- concluse lui, cercando di apparire distaccato il più possibile, ma comprese di non esservi riuscito, quando la sorella assentì, dandogli ragione solo per poi provocarlo.

- Ma so che ti interessa...-

 

****

 

- Dove sei? Quando tornerai?- cercò di farlo parlare più a lungo, di ascoltarlo, di capire...

- Non lo so..ora devo riattaccare...è tardi...-

Marie lo pregò di attendere ancora un attimo.

Aveva ancora qualcosa da dirgli.

- Frankie non ti ha dimenticato...ti aspetta ancora...e anche Lizzie...-

L'uomo deglutì.

- Capisco...buonanotte...-

- Aspetta!-

- Cosa mi devi dire ancora, Marie Riggans?-

Non la vide mordersi il labbro, le dita molto più strette alla cornetta di qaunto lei stessa credesse possibile.

- Qualche mese fa...qualcuno ha chiamato...ascolta...nostro padre-

- E' morto...- concluse lui la frase, lasciandola sospesa a metà, stupefatta, le labbra dischiuse per la sorpresa.

- Lo so...- disse lo straniero, chiudendo gli occhi e riaprendoli pochi istanti dopo.

Ricordare era difficile.

Eppure quelle immagini gli correvano alla memoria sempre più vivide, mano a mano che il tempo passava...

 

- Ma come...?-

 

- L'ho incontrato, Marie...l'ho visto...e quel giorno...ero con lui..-