Capitolo 10
Un pomeriggio all'aperto...
Si incamminò alle quattro in punto verso la clinica, attraversano il prato ed entrando dall'ingresso principale della struttura medica.
Elisabeth era stata chiara, e lui preferì essere puntuale.
Aveva pranzato alla mensa della pensione, scendendo più tardi degli altri per poter rimanere solo. Non aveva parlato con nessuno..e nessuno gli aveva rivolto la parola...
Bussò alla porta e vide la bambina organizzare dei fogli e delle matite colorate sulla scrivania.
Sembrava molto assorta, tanto da non notare l'arrivo dell'uomo.
- Dopo le quattro...eccomi..-
lei si voltò di scatto verso di lui, e gli regalò un breve sorriso.
- Sei venuto davvero-
- Cos'altro avrei dovuto fare?-
Elisabeth scosse il capo, mordendosi un attimo il labbro prima di parlare.
- Saresti anche potuto scappare via...ti ho dato dei soldi, dopotutto..-
Era vero.
Se avesse voluto, andarsene e scomparire sarebbe stato facile; lei non conosceva il suo nome e sapeva che , viste le condizioni in cui si erano incontrati, la bambina non avrebbe sporto denuncia.
Scrollò le spalle.
- Non ho niente da fare, questo fine settimana...-
Lei si voltò totalmente sulla sedia, rivolgendogli uno sguardo placido e rassegnato.
- Non hai una ragazza?-
- L'avevo...-
- Non hai una famiglia?-
Rimase in silenzio qualche secondo, socchiudendo appena gli occhi, e lasciandosi investire da un mare, quello dei ricordi, in cui avrebbe gradito affogare ed infine dimenticare tutto, perdersi.
- L'avevo...-
Non si scambiarono un' occhiata per attimi interi, e solo dopo, fu lei ad interrompere quel silenzio di movimento, quell'immobilità di suoni, chiedendogli di aiutarla a mettere in ordine i suoi oggetti.
'Peter' non fece molto, passandole ogni tanto un pennello o dei fogli che sembravano distanti e fuori dalla portata delle braccia giovani di Elisabeth.
La ragazzina rimase infine soddisfatta, si chinò e raccolse un borsone particolare, largo ed ampio, in cui l'uomo riconobbe delle tele da disegno e degli strumenti ben più professionali rispetto ai colori a matita e pastello che regnavano fino ad un attimo prima disordinati su quel tavolo.
- Puoi prendere la...ehm..- e indicò con un cenno il retro della porta d'ingresso.
Lui fece per avanzare in quella direzione, salvo poi fermarsi quando si accorse di ciò che la ragazzina aveva chiesto: una sedia a rotelle.
- Non puoi camminare?stamattina non avevi problemi...-
Elisabeth fece spallucce.
- Se la signora Parker mi vede ancora in piedi oggi, potrei non camminare più!- rise brevemente prima di tirarsi su dalla sedia e superare l'uomo, recuperare la sedia pieghevole e settarla per l'utilizzo.
- E' solo scena, "papà"- raccolse il suo album da disegno e alcune matite scure e a colori, dopodiche si sedette e gli chiese di spingerla fuori dalla stanza.
- Questa sedia...e tutto quanto...serve a far capire agli altri che non sto bene...- e si avviarono lungo i corridoi della clinica, deserti a quell'ora.
Con un cenno gli indicò una via, un ampio cortile interno, tutto bianco, che conduceva ad una porta verde rassicurante.
Lizzie si guardò intorno, salutando con un sorriso le varie persone che le capitava di incrociare all'ingresso delle camere.
L'uomo aprì infine la porta verde, che scoprì affacciarsi all'esterno, una porzione di prato libera e un paio di panchine, di cui una sotto una vecchia quercia, una trentina di metri più in là.
La ragazzina attese di essere fuori del tutto e che la porta dietro di loro fosse completamente chiusa, prima di alzarsi e chiedergli di spingere la sedia vuota fino alla quercia sempreverde.
- Qui potremo stare tranquilli per un pò...- e gli sorrise dolcemente, sedendosi sulla panchina e tirando fuori i suoi attrezzi da disegno,
- nessuno ci dirà nulla...e penserà male di nulla...-
Gli strizzò l'occhio e lo invitò a sedersi accanto a lei.
*****
Quale pace li avvolse, quel pomeriggio...
Non fece nulla...dedicandosi solo a fumare una sigaretta e a guardare come la brezza di quel clima non ancora primaverile accarezzasse le foglie dell'enorme albero sotto cui avevano trovato riparo i due.
Portò indietro la testa, sperando di addormentarsi...ma non accadde.
Riusciva a percepire il lento e fragile respiro della persona che gli stava accanto.
Nuovamente si mosse, riportando la testa in posizione eretta e abbassando gli occhi sulla ragazzina.
Notò che era intenta a disegnare qualcosa...poi la vide alzare lo sguardo su di lui e riabbassarlo ancora.
Quante volte aveva ripetuto quel procedimento?
- Che stai facendo?-
- Niente...-
- Fammi vedere-
e quasi le portò via il blocco da disegno dalle mani.
Vide il proprio volto ritratto sulla carta in più pose, schizzi accurati che analizzavano la forma del suo volto, i lineamenti e le ombre...
Lo fissò, confuso ed ammirato.
- Sei...brava...a disegnare...- espresse quel giudizio senza scomporsi, gli occhi ancora fermi sulle immagini rubate alla vita.
Elisabeth riprese il suo blocco e lo strinse a sè, emettendo un sospiro rassegnato.
- E' l'unica cosa che so fare...-
- Ti viene bene...ma io non sono un buon modello...lascia perdere-
- Non è vero- ribattè lei, poggiando i fogli sulla panchina e alzandosi lentamente in piedi, di fronte a lui.
- Hai dei bei lineamenti, invece...- e gli sfiorò il volto con entrambe le mani, dopo un attimo di reticenza di lui, che non si era aspettato una reazione del genere.
- Sono morbidi, delicati per un maschio...uhm...hai una bella fronte...- disse con voce lieve ed entusiasta, lo sguardo analitico, e gliela levigò con cura, scivolando coi pollici sulle insenatute naturali degli occhi.
Le sue mani erano fredde...ma in quel momento...l'uomo credette di non poter provare tanto calore in un gesto così piccolo.
Una sensazione che credeva di aver dimenticato...
- Non mi piace il tuo naso- rise lei dunque, rinchiudendolo tra le dita e sorridendo prima di lasciarlo andare, sotto precisa lamentela di lui,
- ma nessuno è perfetto...-
E si accomodò nuovamente, riprendendo posto accanto al 'padre' e recuperando il blocco da disegno e la matita.
- Fa come credi...- concluse l'uomo, e si accese un'altra sigaretta, prestando attenzione che il fumo non la investisse.
******
Rientrarono al tramonto, quando il clima sembrò troppo rigido ad entrambi.
Un vento più freddo minacciava di soffiare su di loro e 'Peter' decise che non avrebbe cercato altri motivi per farsi odiare.
Lanciò uno sguardo alla sua compagnia.
Elisabeth sembrava stare bene...ma era pallida...molto pallida...
- Rientriamo-
Lei annuì pacatamente, e fece per alzarsi, ma non si mosse, cominciando a respirare pesantemente, la fronte leggermente imperlata di sudore.
- Che ti succede?-
Lizzie si portò una mano al petto, chinando il capo un momento e riprendendo a respirare più velocemente, con ritmo più normale.
Sembrava in affanno, ma subito dopo alzò il capo e gli sorrise debolmente.
- Puoi portarmi dentro con la sedia, per favore?-
Lui inarcò il sopracciglio, teso come non credeva di poter essere; le avvicinò la sedia e notò che faceva fatica a mettersi in piedi.
- Sei certa di stare bene?-
- Non...sto bene, ricordi?- rispose lei spezzando la frase, spostandosi appena sulla sedia, degluttendo un attimo; ma subito ribadì la situazione,- però ciò non significa che io stia troppo male...è stato un attimo...sto bene adesso...e dopo l'intervento, lunedì, starò...ancora meglio-
L' uomo annuì semplicemente, spingendo la sua piccola cliente fino alla sua stanza, dove una volta a letto, si addormentò quasi subito.
Lo congedò solo con un breve saluto e ricordandogli che l'indomani avrebbero avuto molto da fare...
- Buonanotte, papà...- disse lei, consapevole che era troppo presto per quell'augurio, stesa nel suo letto, avvolta da pesanti coperte dopo essersi spogliata del cappotto e della vestaglia che aveva indossato fino a quel momento.
Erano solo le sei.
Troppo presto per dormire, ma non per sentirsi stanchi.
Lui la guardò preoccupato.
Sembrava sparire in quel letto così grande e pieno di coperte, uno scricciolo immerso nella lana.
- A domani...- sussurrò Lizzie prima di addormentarsi.
Sapeva bene che più tardi si sarebbe dovuta svegliare comunque per la cena e le solite medicine...ma non sapeva...se lui ci sarebbe stato ancora...
L'uomo degluttì, stringendo un poco gli occhi prima di andare via, non una parola a quella bambina che ormai aveva abbandonato la veglia, donandosi al sonno.
Non gli piacque quella immagine: nella sua mente ritornò vivida un altro luogo, un altro tempo, un'altra persona...sempre stesa in un letto, sempre salutarlo dolcemente, in quel modo...
...A domani...
Non seppe quale forza lo spinse, ciònonostante ritornò per un istante sul ciglio della porta, osservandola dormire, ed ebbe un sospiro di sollievo spontaneo.
Lui e Marie sapevano...ricordavano...l'ultima volta che erano stati salutati in quel modo, da quella donna...era stato l'ultimo saluto...
...A domani...mamma...
Corrugò la fronte, le labbra tra i denti prima di ritornare alla pensione.
- A domani, ragazzina...-