Epilogo

 

“Tra tutti i suoni,

nel variopinto sogno terrestre,

lieve ne risuona uno,

prolungato,

per colui che segretamente ascolta.”

Friedrich Schlegel

 

“Ah, chi vedesse in uno specchio la musica,

vedrebbe te e apprenderebbe il tuo nome.”

Rainer Rilke

 

Quando ripensa a quegli anni lontani,

è come se li guardasse attraverso un vetro impolverato.

Il passato è qualcosa che può vedere,

ma non può toccare.

E tutto ciò che vede è sfocato, indistinto.”

In the mood for love, Wong Kar-wai

 

“La vocazione dell’artista

consiste nel far penetrare la luce

nelle profondità del cuore.”

Robert Schumann

 

 

“Credo che non tornerò mai più qui.” Dichiarò Julienne alzando la testa verso il soffitto dell’ingresso, prima di chiudere definitivamente la porta di quella casa per poco tempo abitata nella felicità, dono di Gustave a lei, al loro amore, al loro futuro insieme.

“Peccato Madame, una casa così bella!” Nadir, con un fagotto sotto il braccio, fece scintillare nell’oscurità della sera invernale il suo sorriso, affilato come un pugnale.

“Andiamo Nadir, è già tardi.” Julienne incassò la porta e diede tutti i giri di serratura senza mai titubare, con un abile movimento di polso che incantò l’uomo.

“Tutto tende a tornare là dove aveva iniziato…non ti sembra Nadir?” Julienne tenne la fronte bassa per un attimo, e poi si riebbe facendo il gesto di prendere dalle braccia di Nadir il fagotto.

“Oh no Madame, permettimi di portarlo io…” Nadir si scostò di lato per evitare che Julienne prendesse quel peso e per indicarle contemporaneamente le scale. Sorridendo mestamente Julienne attese per lo meno che l’uomo le rispondesse.

“Tornare a vivere all’Opera può sembrarti di ritornare all’inizio della tua vita, ma in verità gli inizi Madame non esistono più…”

“Esiste solo la fine che deve ancora venire.” Julienne precedette Nadir sulla conclusione di quella riflessione. L’uomo le sorrise compiaciuto, e iniziò ad incamminarsi al fianco della donna.

 

Prima di entrare in carrozza Julienne alzò ancora gli occhi verso l’ingresso e nella notte si rese conto che non poteva più distinguerlo, così come impossibile era distinguere i ricordi di gioia dopo tutto il dolore che li aveva travolti.

“Credi che si possa trovare un po’ di luce in tutte queste tenebre?” domandò quasi teneramente, a bassa voce, come uno sconfitto che ha completamente accettato il suo destino.

“Madame…la luce non esiste nelle tenebre, e noi siamo nelle tenebre. Però dobbiamo vivere come se fossimo sempre nella luce…” Nadir le poggiò una mano sul braccio per incoraggiarla ad accettare quell’incontrovertibile certezza.

“Ed è proprio questo che forse ci confonde Nadir. Forse ci viene chiesto di vivere come eroi, quando quello che vorremmo è dimenticare che abbiamo dovuto lottare per ogni fiato di felicità, per ogni centimetro di luce prima di una notte più fitta di questa. A volte il cuore si spezza in questo.”

“Altre volte no.” Nadir le sorrise serenamente. “E il tuo Madame non si è spezzato…”

“Oh Nadir, basta non pensare…basta solo non pensare.” Julienne salì al fianco dell’uomo sistemandosi il cappotto lungo i fianchi.

“Prima però di tornare in teatro vorrei fare un’altra fermata… Non ti dispiace vero?”

 

La chiesa era ormai oscura. Solo alcune fiammelle di candele illuminavano punti isolati nelle navate, punti vaporosi come se fossero circondati da un velo chiaro che li proteggeva dallo scorrere del tempo, dall’infittirsi dell’ odore di muffa. Julienne camminò lateralmente alla navata centrale, tenendosi vicina alle colonne portanti, come un timido che giunto a messa iniziata prova a non farsi notare pur avanzando tra la folla in silenzioso ascolto. Ma la chiesa era vuota e il silenzio ascoltava i suoi passi leggeri. Per un istante sentì di essere il centro del mondo, fermo ad ascoltare i suoi tacchi sulle lastre marmoree; inginocchiandosi di fronte all’altare le sembrò che si fosse fatto silenzio per ascoltare la sua preghiera, con quella certezza giovanile che l’aveva guidata tanti anni prima. La fiammella di una candela si agitò. Le ricordò tanti piccoli saltelli di una ballerina sgraziata. La guardò un po’ prima di iniziare a pregare, invidiando quella lievità con cui la fiammella si scrollava di dosso il peso dell’aria.

 

Poi guardò in alto, verso il pesante crocifisso a cui un Cristo contratto nell’ultima agonia stava affisso come sfidando le leggi gravitazionali, anche lui leggero nella sua gemente pena di scrollarsi di dosso la pesantezza del corpo umano. Si raccontava che durante i giorni lontani della rivoluzione, quando Robespierre aveva istituito il giorno dell’Essere Supremo, qualche uomo contrario si era recato in quella chiesa per gettare a terra il crocifisso, disprezzando con esso, così si esprimeva nell’arringa con cui spiegava ai presenti la sua intenzione, tutte quelle forme popolane di superstizione. E si diceva che era sì riuscito a staccare il crocifisso dal suo basalto, ma si raccontava anche che non era stato capace di reggerlo per il troppo peso, finendo così schiacciato dalla croce, rafforzando così le stesse superstizioni che aveva creduto di sconfiggere.

“Eccomi qui a Te Padre. Mi hai condotto fin qui presso il tuo sentiero di pena. Mi hai tolto ogni cosa per farmi leggera. Padre…mi resta poco. Ma ti prometto che opererò d’ora innanzi per serbare questo mio piccolo mondo che mi hai risparmiato, i miei figli soprattutto, Meg, Christine e Arthur. Tutto a lode e gloria della tua infinità…imperscrutabile misericordia. Padre…mi hai tolto tutta la vita e la gioia…ma sono ancora qui, presso di Te… Non mi allontanerò mai più da Te. Tutta la mia vita è Tua, Padre. Ma tu concedimi di servirti bene restando vicina a Erik così lontano da Te e dal Tuo amore. Padre…non togliermi Erik, almeno lui preservalo dalla malattia, dalle disgrazie…dal dolore…” sentiva che oscuramente si votava a qualcosa che non incontrava perfettamente il volere del Padre…ma disse ugualmente, con vera devozione, con profondo rispetto…e sentito amore il suo amen.

Si segnò lentamente, e restò in ginocchio qualche secondo, assorbendo il gelo del marmo che le saliva attraverso le ginocchia.

Riguardò la fiammella di fronte a sé. Era dritta come la punta di una lancia orgogliosa verso il cielo, leggera e forte prima di affondare nel cuore di un uomo. Ebbe un brivido di freddo e segnandosi una seconda volta si alzò per andare a casa, all’Opera.

 

Nadir l’aveva accompagnata in carrozza fino all’angolo con la Piazza dell’Opera e tenendola per mano si era scusato con lei per quella precauzione. Prendendo tra le braccia il fagotto Julienne aveva sorriso con un abbozzo di civetteria.

“Dovresti scusarti per non avermi impedito di rientrare a casa con questo peso. Un vero gentiluomo quale tu professi di essere non lo avrebbe mai permesso.”

“Madame…Madame… chiedimi tutto quello che vuoi per farmi perdonare!” Nadir sorridendo affettuosamente incrociò le braccia al petto.

“Non c’è nulla che possa chiederti per ripagarti dopo tutto quello che stai facendo per mio figlio…”

Nadir sventolò una mano rapidamente.

“Questo non è in discussione, Arthur è un bambino buono e molto intelligente, è la gioia della casa. Vedrai che presto potrà tornare a vivere con te…”

“Nadir…io voglio che Arthur sia felice. Adesso con me sarebbe triste. Per il momento è meglio che resti con te, nella gioia della tua casa, nella tua famiglia… Io posso pensare a lui in altro modo. Venendo a Marsiglia, dando tutti i soldi che necessitano per le sue cure e per la sua crescita. Ma perdonami Nadir, per ora non riuscirei a crescerlo. Devo mettere molte cose a posto della mia vita. Più avanti…sì, sarò in grado di riaverlo con me.”

“Ne riparleremo dopo.” Nadir la osservò con affetto.

“Sì… caro, buono, vecchio Nadir…” Julienne ricambiò lo sguardo di affetto e si spostò con un passo indietro per far sì che chiudesse lo sportello della carrozza.

“Arrivederci Madame…”

“Arrivederci Nadir…dì ad Arthur che la mamma gli manda un bacio e che a fine mese sarò con lui.”

“Mi chiede del padre Madame…”

“Quando verrò…dirò io ad Arthur del padre.”

“E’ piccolo il nostro Arthur…capirà?”

“Nadir…noi siamo adulti. Capiamo?” e con un sorriso amaro si allontanò verso la Piazza.

 

Camminando verso l’Opera apprezzò il suo scintillio della sera, le sue alte colonne, la scalinata bianca come il velo di una sposa, le finestre illuminate, come se fosse costellata di diamanti… quest’Opera, la sua casa, la casa della sua infanzia, della sua giovinezza, quella che con molta probabilità sarebbe stata la sua dimora fino alla fine dei suoi giorni. Non sentì tristezza di fronte all’immenso splendore dell’edificio. Di fronte a quella maestà le sembrò di essere di fronte ad una chiesa, e ne sentì conforto… ricordò il suo incontro con Gustave…lì, di fronte all’Opera, un giorno di autunno, mentre pioveva e sembrava che non ci fosse riparo da nessuna parte… E sotto un balcone aveva visto un uomo che ammirava quest’edificio, questo tempio dell’arte che per un istante si fa eterna e allontana la morte…

E forse lo aveva amato lì, immediatamente, quest’uomo destinato a scomparire come una nota musicale, meraviglioso come l’arte, eterno e fragile come la più infinita delle musiche…

E se chiudeva gli occhi forse Gustave era ancora lì, sotto lo stesso balcone, ad ammirare l’Opera, la casa di Julienne e di Christine… Ancora con loro…per sempre…

 

“Mamma, mamma!” Meg le andò incontrò nel corridoio in penombra, sembrava preoccupata.

“Meg?”

“Christine non ha voluto mangiare nemmeno stasera, e ora non la trovo più!”

“Meg…mi meraviglio di te…questo luogo una volta non aveva segreti per te, una volta andavi su e giù persino dalle pareti del teatro, e ora cosa ti prende, non sai dove trovare Christine?” Julienne le passò il fagotto.

“Questo posto adesso mi fa paura mamma… se fossero vere le storie sul fantasma?”

“Ma bambina mia…sono vere!”

Meg sgranò gli occhi e se Julienne avesse potuto vedere, avrebbe visto la lieve peluria del suo piccolo collo rizzarsi per lo spavento.

“Mamma ma cosa dici mai?” Meg rimproverò la madre per quella mancanza di tatto che lei da figlia attendeva di diritto. Ma non insistette…le madre sorrideva sorniona…ed era da mesi che nessuno aveva il privilegio di vederla così, capace di sorrisi disarmanti e amabili.

“Entra in camera Meg…” Julienne capì la tenerezza che la figlia stava sentendo per lei in quell’istante.

“Vado a cercare io Christine.”

“Sì mamma.” Meg rimase ferma, indecisa sul da farsi. E lo stesso era per Julienne…

“Mamma…”

“Sì?”

“Niente mamma…” Meg sorrise come avrebbe sorriso Emile… Emile, anche lui con lei per sempre, per quei corridoi, dietro le quinte, sul palcoscenico, nel suo cuore, di fronte a lei nel viso della figlia.

“Ti ho mai detto che assomigli a tuo padre? Che lui sorrideva come sorridi tu?”

“No mamma, è la prima volta…” e illuminandosi come il primo raggio su un vetro, alla mattina, dopo una lunga notte buia, Meg abbracciò la madre lasciando cadere il fagotto ai loro piedi, affondando il suo minuto corpicino dentro quello agile e per sempre asciutto della madre, la maestra di danza di cui andava tanto fiera, la migliore, la più affidabile.

“Tu non andrai via, vero mamma?” Soffocata sul  ventre di Julienne, la voce di Meg assomigliò tanto a quella di un gattino timoroso.

Julienne non rispose immediatamente. Le era stato promesso tante volte che non l’avrebbero lasciata, un tempo Emile, poi Gustave, e se andava indietro nel tempo cosa avrebbe potuto dire dei suoi genitori se non che erano morti quando era molto piccola, cosa che poteva altrettanto dire del nonno che l’aveva allevata amorevolmente finché anche lui l’aveva dovuta lasciare.

Ma avrebbero mai potuto risponderle che l’avrebbero lasciata? Era nelle loro intenzioni restare fedeli al loro amore per lei… si doveva rassicurare chi si amava, prendersi cura delle loro paure per renderli più forti di fronte ai dolori della vita…

“Non ti lascerò mai Meg, in nessun modo possibile. E se dovesse capitare una cosa del genere, arrabbiati con me come mi arrabbio io con le ragazze quando sono distratte e non vogliono lavorare. Urla, strepita, odiami e dimmi tutte le parole cattive che ti verranno in mente.” Julienne strinse la figlia a sé, carezzandole la schiena per rassicurarla.

“E non ti arrabbierai?”

“Ti prometto che non mi arrabbierò.”

“Allora nemmeno Gustave è arrabbiato con me? Perché mamma, io sono arrabbiata con lui e vorrei dirgliene tante, ma poi mi fermo perché mi dispiace per lui che non c’è più e non può rispondermi.”
Julienne rimase colpita da quel punto di vista, facile da comprendere perché elementare, ma capace di spiazzarla. Il morto era più sfortunato del vivo, perché era lui che non poteva più comunicare con chi era ancora in vita, da questa parte della realtà.

“Arrabbiati con lui… ma poi Meg…ricordati una preghiera per Gustave, perché ne ha bisogno.”

“Mamma…soffri tanto?” Meg alzò la testa tra le braccia di Julienne che solo allora si avvide che il suo viso era bagnato di lacrime.

“E tu Meg… soffri tanto?” rigirò la domanda alla figlia. Non era in grado di parlare di Gustave senza sentire ancora il desiderio sconfortante di lasciarsi morire…

“Tantissimo mamma… tantissimo… gli volevo bene… e solo lui sapeva quanto…” Meg si staccò di colpo da Julienne, imbarazzata di quella confessione. Si abbassò raccogliendo il fagotto e sollevò gli occhi verso la madre sperando che non si fosse risentita di quella confessione, confessione di donna. Julienne provò tenerezza per quel sentimento adulto nella figlia, e strazio ancora una volta per quella perdita. Non sarebbe mai bastata la vita per sanarla… ora ne era certa guardando la figlia.

“Vai adesso piccola… io cerco Christine…”

Julienne aspettò che la figlia entrasse in camera, accompagnandola con occhi colmi di apprensione, di indicibile pena per il loro futuro. Esitò in quel buio. Avrebbe voluto sedersi per terra e piangere, come faceva ogni notte senza trovare fondo alla stanchezza. Ma fece quello che le era più appropriato, trattenne il fiato e smettendo ogni ricordo, ogni pensiero, pensò solo al da farsi, a Christine che, spaurita come era diventata dalla morte di Gustave, non poteva essere lontana. E forse sapeva bene dove trovarla. Lei, Julienne, non doveva aver paura…lì era a casa, all’Opera dove nulla poteva accadere e dove se qualcosa usciva dal suo percorso, deciso da una misteriosa mistura di fato e casualità, un’altra entità, per lei esclusivamente benevola, il suo amato Erik, ritrovato e più caro che mai, l’avrebbe aiutata ancora una volta. Avrebbe vegliato sulla sua vita e su quella dei suoi figli. Così era stato. Così sarebbe sempre stato.

 

“Papà…ti prego… papà…” Christine, in un bagno di lacrime, raggomitolata ai piedi di un piccolo altare nella cappella del teatro, pregava senza posa il padre, affinché rispondesse al suo richiamo, come le aveva promesso. Cantava laggiù, in quella cappella dimenticata da tutti, circondata da vetrate con angeli in misteriosa attesa, affinché il padre mantenesse la promessa che le aveva fatto: sarebbe tornato ogni volta che lei avesse cantato per lui. Perché non aveva ancora risposto? Cosa impediva al suo amatissimo padre di raggiungerla? E dov’era l’angelo della musica che sarebbe arrivato per lei, per non lasciarla sola? Piangeva ormai da ore, mischiando canti distorti dal pianto con preghiere insistenti e struggenti che avrebbero schiodato qualunque cristo, che avrebbero indotto ogni angelo a correre presso di lei per prenderla tra le braccia e consolarla.

E riprese a cantare quella struggente e nello stesso tempo esultante melodia che il padre le aveva insegnato in Germania un anno prima, un lieder d’amore scritto da un musicista di cui non ricordava più il nome, ma che Gustave aveva conosciuto e tanto amato come un caro fratello. Di lui sapeva solo che era morto come il padre. E sperava nella sua ingenuità che scegliendo quel lieder il padre si sentisse maggiormente attratto dal canto, dal tenero richiamo della sua Christine.

 

“Tu mia anima, tu mio cuore,

tu mia gioia, tu mia pena,

tu mondo nel quale vivo,

tu cielo al quale aspiro,

oh tu…tomba nella quale ho sepolto

i miei dolori per sempre…”

 

Si fermò scoppiando di nuovo in lacrime, non riuscendo a cantare oltre quelle parole d’amore assoluto che nessuno ricambiava, che nessuno accoglieva affinché non andasse perduto, quaggiù, in questa vita,  dove sembra che tutto vada a perdersi… Quanto dolore nell’umanità, quanto dolore nel cuore spezzato… una fitta che non riesce a finire e che si propaga di vita in vita, come una malattia, come un destino… e nessuna melodia, nessun essere sembrerebbero poter sanare un cuore in frantumi…

“Rispondimi….oh ti prego…rispondimi..”

In lacrime con la voce acerba, spezzata dal dolore, riprese il canto d’amore per il padre…

 

“Tu serenità, tu pace,

tu destinata a me dal cielo,

il tuo amore mi rende migliore,

il tuo sguardo mi trasfigura a me stesso,

amandomi tu mi elevi,

rendi buono il mio spirito, rendi migliore me…”*

 

“Rispondimi… Rispondimi…” Chiese ormai allo stremo delle sue forze, piegandosi su se stessa, chiudendosi su se stessa come una coperta e battendo a terra la sua fragile fronte.

… E una voce nell’oscurità rispose…

 

 

* Widmung (Dedica) di Robert Schumann.