CAPITOLO 5
Erano passati alcuni giorni da quello strano incontro, eppure Gustave non riusciva a togliersi la bella sconosciuta dalla mente. Era diventata quasi un’ossessione per lui,una curiosità che lo stuzzicava.
Forse
perché sospettava che si trattasse di una vedova anche lei, forse perché sia lei
che il bambino sembravano essere attratti dalla musica,ma non abbastanza da
avere l’ardire di avvicinarsi..
No,niente di tutto questo.
Non
era stata neppure l’indubbia avvenenza della giovane donna a colpirlo, ma quel
suo sguardo.
Quello sguardo profondamente ferito, svuotato d’ogni volontà, eppure ugualmente
angosciato ed inerme…
Lo stesso identico sguardo che aveva imparato a riconoscere col tempo negli
occhi di Isabelle, che lo aveva torturato per mesi,per anni.
Si era
sentito nudo,completamente impotente davanti a quello sguardo,e aveva sperato di
non doverlo sostenere mai più.
Ed ecco,ora una perfetta sconosciuta risvegliava in lui pensieri così dolorosi…
Era completamente perso in questi strani pensieri,quella sera, nel salottino
immerso nell’oscurità.
Fu strappato alle sue riflessioni dalla voce serena e leggermente cantilenante
di Madame Valerius.
“E’ quasi autunno ormai, Gustave. Mancano solo un paio di settimane. Cosa conti
di fare per il futuro? Non possiamo rimanere qui in eterno…”
L’uomo sospirò pesantemente. Ecco che la realtà delle cose tornava
inesorabilmente a torturarlo.
“Non ne ho proprio idea,Mathilde. Dovrei riprendere la tournee fra tre
settimane, partiremo dalla Spagna e concluderemo in Italia, dopo cinque mesi. In
questo periodo ovviamente non potrò occuparmi di Christine,e non posso neppure
pensare di accollare a te ogni responsabilità che la riguardi. Non-..”
“Non ho l’età per farlo,per caso? Secondo te sarei una povera,inerme,fragile
vecchietta che non può controllare una ragazzina scatenata?” Mathilde represse a
stento una risata amara.
“Negli ultimi tre anni ho sopportato più dolore di quanto avrei mai pensato di
poter tollerare nella mia intera esistenza. E guardami. Ne sono uscita
rafforzata,anzichè infragilita. Perciò permettimi di fare la mia parte per la
felicità della mia figlioccia. Servirà a sentirmi più utile e meno vicina alla
morte.”
Fece qualche passo incerto nella stanza,e si fermò di fronte alla
finestra,contemplando il paesaggio.
Fuori la pioggia cadeva fitta,spazzando la costa e rinfrescando l’aria.
“Christine non sopravvivrebbe in un collegio,sei stato tu a farmelo notare. E
d’altronde, l’idea di riportarla in Svezia è completamente inammissibile. Si sta
abituando alla lingua, ai costumi, all’aria della Francia.
Cercherò una sistemazione stabile da queste parti,questa casa non è adatta
all’inverno.. Oppure ci trasferiremo a Parigi,ecco,questa sarebbe la
sistemazione migliore in assoluto. Occasionalmente forse potrai venirci a
trovare, fra un concerto e l’altro:hai suonato a Parigi svariate volte,negli
anni scorsi. E la prossima estate,ovviamente,torneremo tutti qui. L’aria di mare
l’ha rafforzata molto,non trovi? Non sembra più la stessa bambina sparuta…”
Il suo tono deciso non ammetteva repliche,e d’altro canto Gustave non riusciva a
formulare obiezioni sensate. Non riusciva davvero a pensare ad altre soluzioni
che non costringessero la sua Christine in un freddo collegio, sola e fra
completi estranei.
“Ci penserò.” Le rispose soltanto,risprofondando nelle sue meditazioni.
Christine,nell’altra stanza, aveva udito tutta la conversazione.
Aveva gioito delle parole della sua madrina: si era affezionata davvero a
Madame,in un modo che non avrebbe mai creduto possibile,e ora le si stringeva il
cuore all’idea di dover lasciare anche lei, oltre al suo amato papà.
Ma
appena Gustave aveva parlato, si era sentita gelare.
Evidentemente non aveva approvato granchè l’idea della sua madrina, dal momento
che aveva laconicamente mormorato un generico “ci penserò”.
Gli occhi le si riempirono di lacrime.
Si sentiva doppiamente tradita,ora.
Tradita dal destino che le aveva portato via la madre,e dal padre, che preferiva
rinchiuderla in qualche istituto piuttosto che affidarla alle cure di una
persona che la amava.
Come poteva essere tanto egoista ed insensibile? Perché non poteva decidere da
sola della sua vita?
Aveva quasi smesso di piovere.
Christine si sedette sulla veranda, stringendosi nello scialle di sua madre,e si
dondolò a lungo sulla vecchia sedia di legno,finchè le lacrime ed il sonno la
vinsero.
Si
risveglio all’alba.
Il mare era molto ingrossato dalla notte precedente, e la superficie ribolliva
di schiuma biancastra e rabbiosa.
Il vento si era fatto gelido e sferzante,e le fendeva il viso come una lama
affilata di coltello.
Christine scese alla spiaggia antistante la casa,e si sedette fra le piccole
dune.
Era ancora molto triste per quanto aveva udito la notte precedente.
Per
l’ennesima volta,si sentiva come se il mondo l’avesse estromessa, rifiutata,
allontanata da ogni affetto comune.
La sua famiglia era stata distrutta dal fato,e non aveva veri amici. Cosa
sarebbe stato di lei,ora?
Sulla spiaggia deserta,improvvisamente vide una figura avvicinarsi.
Era un bambino, pallido e biondo,che avanzava lentamente verso di lei.
Christine si alzò,incuriosita da quella apparizione. Lo aveva già visto da
qualche parte,ne era sicura.. ma dove?
D’improvviso, una dispettosa folata di vento freddo la travolse, e le strappò
dalle esili spalle lo scialle rosso.
Lo
scialle di sua madre…. Lo scialle di sua madre!!!
Gli occhi di Christine si spalancarono d’improvviso, colmi di angoscia.
Il vento stava trascinando quel suo unico ricordo in alto,e verso il mare…e le
onde ora si richiudevano su di esso,per inghiottirlo e non restituirlo mai più.
Tentò
di entrare in acqua e di recuperarlo,ma fu costretta ad arretrare a causa
dell’impeto dell’acqua.
La corrente si era fatta troppo, troppo forte…
Christine,senza neppure rendersene conto,gridò.
Fu un grido lacerante,violento, irrefrenabile.
Il ragazzino non esitò un attimo,di fronte a tanta apparentemente immotivata
disperazione.
Correndo verso di lei gettò via la giacca e si buttò fra le onde infuriate,
nuotando a piene bracciate verso quel pezzo di stoffa fradicia, che si stava
rapidamente inabissando.
Riuscì ad afferrarla prima che fosse troppo tardi, e faticosamente guadagnò la
riva.
Christine lo seguiva con lo sguardo da riva,trepidante e preoccupata.
Da un lato non vedeva l’ora di stringersi al petto il piccolo cimelio,ma d’altra
parte era grandemente preoccupata per la sorte di quel ragazzo.
Il
mare era davvero burrascoso.. se non fosse riuscito a tornare a riva?
Se…no,non poteva pensarci!
Fortunatamente non accadde nulla di grave, e il ragazzo riuscì a tornare senza
eccessivi problemi.
Le porse la sciarpa rossa senza una parola,scrollandosi i vestiti grondanti e
sputacchiando acqua salata.
Neppure Christine riusciva a parlare,tanta era l’emozione che provava in quel
momento.
Potè soltanto sorridergli,colma di gratitudine.
Il ragazzo le sorrise timidamente a sua volta.
“Christine!!”
La voce ansiosa di Madame Valerius chiamò a gran voce la sua protetta.
Il grido della bambina era penetrato fin dentro la casa, fino a farla sussultare
nel bel mezzo del sonno…fino a farla quasi morire di spavento.
La
buona donna ora era affacciata alla finestra,e la richiamava nervosamente in
casa.
“Devo tornare a casa.. mi stanno cercando. Vieni con me, ti devi asciugare, o ti
prenderai un raffreddore.”
Christine gli fece segno di seguirla.
“Non posso…cioè.. penso che mi stiano cercando e… beh,non credo…”
Il
ragazzino sembrava imbarazzato,confuso. Si schiarì la voce,tentando di ritrovare
il controllo.
“Il mio nome è Raoul.”
“Io sono Christine”.La piccola gli sorrise di nuovo.
“Ma ora vieni con me,o ti ammalerai davvero! Sei letteralmente fradicio!”