CAPITOLO 4
Gustave
era sprofondato in poltrona,e non sapeva da quanto. Forse minuti, forse ore,che
importanza poteva avere,ormai?
Il funerale della sua Isabelle si era concluso quella mattina.
Era stato una cerimonia semplice e silenziosa, senza fronzoli né un corteo
funebre.
Il parroco, visibilmente imbarazzato,aveva finto di credere all’ipotesi di un
incidente. Era la soluzione migliore per tutti: non voleva infliggere un dolore
alla famiglia Daaè.
Se
infatti la morte di Isabelle fosse stata registrata come un suicidio, né lui né
alcun altro Ministro della Chiesa avrebbe mai potuto benedire la salma,né
permettere che fosse seppellita in terra consacrata.
Sarebbe stata l’ultima beffa del mondo che Isabelle aveva scelto di abbandonare.
L’uomo fu riscosso da queste sue amare riflessioni da un fragoroso bussare alla
porta,e pochi attimi dopo Madame Valerius fece il suo ingresso.
“Gustave? Posso parlarti un minuto?Si tratta di Christine.”
La donna avanzò lentamente fino al focolare, e si lasciò stancamente sedere
accanto a lui.
L’età aveva appesantito leggermente la sua figura un tempo snella come una matita, ma ciononostante la donna conservava una notevole signorilità nel portamento e nell’incedere.
Il viso era rimasto altero come un tempo, i capelli,un tempo di un biondo chiarissimo ed ormai quasi bianchi,erano strettamente raccolti in un severo chignon,e gli occhi di un blu intenso scintillavano vivi e pieni di intelligenza.
La sua
migliore dote era sempre stata la sincerità,e anche in una circostanza così
dolorosa non si smentì. Cercò di non essere brutale,ma alla fine sbottò.
“Insomma, cosa hai intenzione di fare con quella bambina?”
Gustave,attraverso gli occhi traboccanti di lacrime,la fissò senza
capire,istupidito dal proprio dolore.
In quelle ore angosciose si era quasi dimenticato della presenza silenziosa
della loro bambina… no,della sua bambina, ormai.
Le
rimaneva lui soltanto,al mondo,e questo pensiero lo terrorizzava.
Madame Valerius, energica come al solito nonostante il dolore che la straziava –
per lei Isabelle era stata davvero come una figlia –di fronte a quel silenzio si
spazientì.
“Insomma rispondi! Cosa hai intenzione di fare,accidenti a te? Non puoi
abbandonarla anche tu, dopo tutto quello che ha già dovuto patire. Devi
preoccuparti della sua salute,della sua educazione…E, se vuoi un consiglio, devi
portarla il più possibile lontano da qui.”
Ancora silenzio.
Madame riprese a parlare, quasi a sé stessa. La sua rabbia sembrava essersi
placata,e cominciò a pianificare una strategia d’azione. Non poteva starsene con
le mani in mano,in un momento simile.
“Potresti portarla in Francia, quest’estate. Ho una piccola casetta in
Normandia, dove non vado da anni, da quando.. da quando è morto il mio Dag.”
Sospirò al ricordo del marito tanto amato. Le mancava ancora terribilmente.
“Potreste passare lì i mesi estivi.. e d’inverno,quando dovrai tornare a Parigi
per lavoro,potresti iscriverla ad un collegio in città,e andarla a trovare il
più spesso possibile.Sì,questa potrebbe essere una soluzione..”
Gustave scosse il capo, scoraggiato.
“Christine non sopravvivrebbe fra le mura di un collegio, tutta sola. E poi non
posso strapparla a questa terra, ai luoghi della sua infanzia…”
Madame lo interruppe con un’occhiataccia.
“Sei forse impazzito,Gustave? Quali luoghi,quale infanzia? La spiaggia dove è
annegato suo fratello? La scogliera da dove si è uccisa sua madre,sotto i suoi
stessi occhi? Il paese dove per tutti è la figlia della pazza, destinata a
ripercorrere le orme di sua madre?Oh sì,non fare quella faccia! Non ne sapevi
davvero nulla? Sono anni che Christine non ha amici in questo posto. Perfino la
vostra vicina di casa non permette più a sua figlia di giocare con lei. Che
razza di vita può offrirle questo posto?”
Il peso di quelle crudeli e realistiche rivelazioni era quasi insopportabile per
il povero Gustave.
Chinò il capo, confuso, rassegnato ed incapace di formulare una risposta
coerente.
Impietosa, Madame Valerius proseguì.
“So bene che non riuscirai a badarle da solo, con tutti gli impegni che avrai..
e poi oltre tutto Christine sta per entrare in una fase delicata e difficile,e
solo una donna potrà comprenderla e guidarla. Verrò con voi,se l’idea non ti
disturba. Qui non mi resterà proprio più nessuno, se partite anche voi…e sono
stanca,arcistufa di rimanere sepolta qui, in ozio, a piangere i miei morti,e ad
annegare nei miei nostalgici ricordi. Voglio vivere ancora…e anche voi dovete
vivere. Nonostante tutto. Nonostante questo.”
La donna a quel punto si alzò con difficoltà,e zoppicando si diresse nell’altra
stanza, senza attendere la risposta di Gustave. Sapeva che,presto o tardi,
avrebbe dovuto riconoscere la sensatezza di quello che gli aveva appena detto, e
di conseguenza accettare la sua proposta.
Ora,il vero problema che le sarebbe toccato affrontare, sarebbe stato far
accettare questo progetto, e la sua presenza, a Christine.
Sapeva bene che la bambina non nutriva particolare simpatia per lei,e del resto
non aveva mai cercato di avvicinarsi troppo a lei. Non avendo avuto figli,le
risultava sempre piuttosto difficile relazionarsi con persone così giovani.
Madame non amava particolarmente i bambini,e per di più vedeva in Christine una
affascinante ma pericolosa somiglianza con sua madre.
Nei suoi occhi, differenti da quelli materni per forma e colore, Madame Valerius
leggeva la stessa fragilità, la stessa inadeguatezza a fronteggiare le crudeltà
della vita.
Appartenevano entrambe a quel genere di donna che si spezza di fronte alle
avversità, se non ha al suo fianco una guida sicura,salda.
E alle volte non era sufficiente neppure quella: la presenza e l’incondizionato
amore di Gustave non erano bastati a salvare Isabelle…chi poteva sapere quale
sarebbe stata,un giorno, la sorte di sua figlia?
La bambina sedeva rigida,immobile e composta, le mani giunte sul grembo,le gambe
ripiegate sotto la gonna dell’umile vestitino nero.
Il viso pallido era completamente privo di espressione,gli occhi fissi su un
punto lontano e indistinto,le labbra pallide e tese,nello sforzo di reprimere la
voglia di gridare.
Non reagì neppure alla presenza della madrina,che le si sedette accanto.
Madame
rispettò il suo silenzio per qualche minuto,poi si decise a parlare.
“Sai qual è il tuo secondo nome,piccola?”
Christine non parve prestarle la minima attenzione,ma Madame proseguì.
“Quando nascesti, tuo padre decise di chiamarti Christine Mathilde.
Christine perché significa “ricciuta”,e tu lo sei sempre stata, fin dalla
nascita” le disse sfiorandole piano un ricciolo ribelle con le dita ancora
guantate di nero“e Mathilde, perché è il nome della tua madrina.
Il mio
nome. Mathilde Svoenson Valerius.”
Sollevò fieramente il capo.
“Il significato del nostro nome,piccola, è “forte in battaglia”. Dobbiamo essere
all’altezza di questo nome, ora e in qualunque altro momento difficile delle
nostre vite.
Ma non
possiamo farcela da sole, ognuna rinchiusa nel proprio dolore. Dobbiamo…restare
vicine.”
Christine,per la prima volta, si voltò a guardarla,senza tradire però alcuna
espressione particolare.
Il suo
viso sembrava quello di una statua. Del tutto privo di emozione.
“Ascoltami, bambina mia. Non ti farò uno di quei discorsi che sentirai mille
volte,nei prossimi giorni e mesi.
Non ti dirò che la tua mamma è volata in Cielo, che sta insieme a Gesù o agli
Angeli del Paradiso…non so nulla del Regno dei Cieli, e posso soltanto sperare
che tutto ciò che è predicato dalla Chiesa sia vero.
Ciò che voglio dirti è meno misterioso,e spero ti sarà più utile.
Non pretendo di sostituire tua madre, non me ne sentirei all’altezza,anzi,mi
sembrerebbe di farle un torto ulteriore. Voglio solo esserti amica, nient’altro.
Voglio che tu sappia che,se e quando avrai bisogno di me, io sarò sempre.. a
portata di mano. Non così vicina da disturbarti,ma abbastanza da udire il tuo
grido d’aiuto. Capito?”
Le tese una mano,e Christine timidamente la strinse nella sua.
Non vi furono altre parole fra loro quella sera, ma da quel giorno Christine
ebbe la certezza di avere un’alleata in più.
Christine dapprincipio faticò molto ad abituarsi all’idea del trasferimento in
Francia.
L’idea di abbandonare quei luoghi, che odiava, ma che in fondo l’avevano vista
anche felice con la sua famiglia, non la allettava granchè, e per di più aveva
dovuto anche applicarsi nello studio di un’altra lingua: non voleva rischiare di
essere,e di sentirsi, un’emarginata anche in questa nuova vita oltremare.
Ma pian piano scoprì che il doversi impegnare a fondo in qualcosa,con tutte le
su forze, produceva su di lei il benefico effetto di farle scordare, per qualche
ora o per qualche giorno, tutto ciò che la angustiava.
Ogni notte,quando non riusciva a dormire, scivolava piano fino all’armadio dove
erano conservati i vestiti di Isabelle, e si accoccolava per un po’ al suo
interno, fra quelle stoffe lise,che conservavano l’indefinibile profumo della
sua mamma.
Amava soprattutto avvolgersi nello scialle rosso, pungente testimone di
quell’ora di dolore,e che nonostante tutto le ricordava l’amore di sua madre,la
sua premurosità,la sua dolcezza. Era parte di lei.
Suo padre se ne accorse,e senza dirle una parola, la sera successiva le fece
trovare lo scialle rosso ripiegato sul guanciale. E da quel momento in poi, la
piccola Christine si addormentò ogni notte stringendo a sé quello strano e
sfortunato talismano.
E poi giunse l’estate.
Christine, Gustave e Madame Valerius attraversarono il mare fino alla costa
della Normandia, che conquistò subito la bambina con i suoi colori luminosi,ed i
suoi profumi salmastri e inconfondibili.
Quell’estate Christine ritrovò parte della pace e della spensieratezza che
credeva perdute per sempre.
Con l’aiuto di un branco di monelli,conosciuti appena dopo il suo arrivo, tutti
pieni di vita e di entusiasmo, e soprattutto inconsapevoli del suo passato, in
breve rifiorì.
Ritrovò rapidamente l’appetito,il sonno regolare, le guance rosate, le risate
argentine e gorgoglianti che sembravano essersi spente per sempre nella sua
gola.
Il padre quasi non riusciva a credere a questo cambiamento improvviso e
positivo, mentre Madame Valerius, che aveva saggiamente organizzato il viaggio
proprio in previsione di tutto questo, non poteva far altro che annuire
soddisfatta,riempiendo il piatto della sua figlioccia per l’ennesima volta con
evidente autocompiacimento.
Come
sempre,non si era sbagliata, gongolava la madrina fra sé e sé.
A Christine sembrava di vivere una specie di strano sogno.
Certo
il dolore per la morte della madre non l’aveva abbandonata,e molte lacrime
avrebbe ancora versato in futuro, pensando alla sua dolce mamma.
Ciononostante le sembrava incredibile che la vita le avesse offerto una specie
di seconda opportunità.
Qui nessuno conosceva la sua triste storia,e di conseguenza veniva giudicata
solo in base alle sue azioni e alle sue capacità.
Nessuno la giudicava “strana”,o peggio folle.
Non sarebbe mai più stata “la figlia della pazza”….
Certo,tutti i suoi nuovi amichetti sapevano che era orfana di madre…ma del
resto, in tempi in cui la medicina spesso non era in grado di salvare vite
umane, non erano pochi i bambini ad aver perso almeno un genitore.
E lei si era ben guardata dal raccontare il vero svolgersi delle cose.
Qualche pomeriggio, quando la malinconia lo avvolgeva, Gustave si sedeva sulla
panchina dinanzi alla casetta con il suo violino.
Quando era solo, suonava lenti e strazianti melodie, che lo lasciavano sempre affranto e con le lacrime agli occhi. In ogni nota,in ogni spartito che eseguiva metteva tutto l’amore e il dolore che lo straziavano,al pensiero della moglie e del figlio,lontani anni luce da lui e dal suo bisogno d’aiuto,d’affetto…si sentiva incapace di crescere da solo Christine, aveva bisogno di aiuto,di supporto.
Di
amore,di quell’amore che anni prima lo aveva benedetto e che ora pesava su di
lui come una maledizione..
Quando invece Christine era nei dintorni,con il suo gruppo di nuovi amichetti,
Gustave faceva di tutto per mostrarsi spensierato ed effervescente.
Afferrava con energia il suo strumento e improvvisava motivetti allegri e
ballabili, per intrattenere al meglio quella vivace banda di ragazzini
scatenati.
E se sentiva le lacrime pungergli a tradimento gli occhi, gli bastava lanciare
uno sguardo al viso estatico,al sorriso luminoso della sua bambina per scacciare
la malinconia e suonare con maggiore,rinnovato slancio.
Un giorno,mentre suonava un motivetto allegro, attorniato dalla solita folla di
ragazzini schiamazzanti, Gustave alzò gli occhi dal violino, per un attimo
soltanto, ed incontrò un paio di occhi chiari e seri che lo fissavano
attentamente.
Quegli
occhi appartenevano ad una giovane donna, ferma a poca distanza da loro,
piuttosto attraente ma vestita con estrema severità.
Il suo visetto era pallido e grave, l’acconciatura semplice,pratica e rigorosa,
il vestito nero ed accollato nonostante la stagione calda …sembrava,
dall’aspetto, una giovane vedova.
La donna teneva protettivamente per mano un bambino biondo e fragile,che mostrava circa una dozzina d’anni: ma era di costituzione apparentemente così cagionevole da rendere difficile stabilire un età precisa.
Probabilmente,era suo figlio: ma non esisteva alcuna somiglianza fra i due.
Gustave sorrise incoraggiante verso quella coppia di nuovi ascoltatori,e fece
loro un cordiale cenno per invitarli ad avvicinarsi,ad unirsi al gruppo.
La giovane donna, accorgendosi di essere stata notata dal musicista, immediatamente avvampò,e corse quasi via, trascinando dietro di sé il ragazzino, che continuava a voltarsi indietro e a guardare con aria chiaramente implorante il gruppetto di bambini.
Che strana apparizione,pensò Gustave.