CAPITOLO 3

Erano passati 4 anni da quel lungo e difficile pomeriggio.

All’apparenza Christine non era molto cambiata: gracile e pallida come sempre, e ancora piuttosto piccina per la sua età. Ma l’occhio di un osservatore attento si sarebbe reso conto che la piega risoluta della sua bocca, l’espressione seria e dignitosa del suo sguardo e il generale stato del suo portamento,compunto ed altero, non erano per nulla consueti in una bambina di appena dieci anni.

Sarebbero stati ben più adatti in una persona che avesse almeno il doppio della sua età: ma nell’inconscio di Christine,il peso del proprio passato e il pensiero costante al fratellino mai conosciuto, nonché la pena per l’aggravarsi progressivo della stato di salute della madre, tutto questo contribuiva a tenerla sempre più alla larga dai giochi e dagli altri bambini.

Isabelle infatti in quegli anni aveva sofferto di ripetuti attacchi di depressione, di vera disperazione mista ad un alienante senso di irrealtà. Vagava la notte per casa, soltanto in camicia da notte, canticchiando fra sé e sé nenie prive di senso,con un sorriso distorto sulle labbra, chiamando a gran voce il suo piccolo tesoro,il suo amato Christian, mentre lacrime brucianti le solcavano il viso disperato, gli occhi cerulei spalancati innaturalmente sull’abisso della sua follia.

 

In altri momenti, d’altro canto, era perfettamente lucida,e si rendeva conto del proprio degrado: in quei giorni era irrequieta ed infelice,dal momento che al dolore,che sempre la straziava,si aggiungeva una bruciante vergogna e il timore di aver spaventato la sua Christine.

Gustave non poteva rinunciare al suo lavoro,dal momento che ormai si era trovato ad essere l’unico sostentamento per la famiglia.

 

Si era rivolto supplichevole, in lacrime, a tutti i dottori disponibili, consumando fino all’ultimo i loro sudati e scarsi risparmi. Aveva una fede incrollabile nella medicina moderna,e nei progressi continui di questa scienza. Prima o poi, certamente, avrebbero trovato una cura per alleviare la sofferenza di sua moglie.

 

Ma nonostante la sua buona volontà,tutto si era rivelato assolutamente inutile.

I solenni dottoroni, dopo varie,costose visite e lunghi,sofferti consulti, avevano scosso tutti il capo, rassegnandosi di fronte ad un caso palesemente inguaribile.

Si erano limitati a somministrarle di quando in quando del laudano,e nulla di più.

Avevano però tutti,uno dopo l’altro, consigliato a Gustave di allontanare Isabelle da casa, e soprattutto di allontanarla dalla bambina. Avevano insistito a lungo,per tentare di convincerlo.

 

La follia permeata di irrealtà della donna, gli avevano spiegato con sufficienza, avrebbe potuto esplodere in maniera violenta,prima o poi, e nessuno sarebbe stato in grado di prevederlo, né di fermarla prima che compisse l’irreparabile. Se la sentiva di assumersi una simile responsabilità,soprattutto nei confronti della bambina?

Ma Gustave si era opposto fieramente al ricovero della moglie in un ospedale psichiatrico.
Ricordava bene le grida strazianti e disumane che udiva da ragazzo, solo passando accanto al triste e buio edificio alla periferia di Uppsala.

Il manicomio pubblico. Il solo nominare quel posto gli dava i brividi.

Ricordava gli sguardi allucinati e pieni di dolore dei ricoverati, che stringevano convulsamente le loro mani livide e graffiate contro le sbarre possenti che circondavano la costruzione e le finestre, implorando pietà e libertà con le loro fredde lacrime di sofferenza.

 

 

Molti di loro, nonostante la continua sorveglianza, escogitavano modi insoliti per togliersi la vita.

Chi colpiva di continuo le pareti della propria stanza con la testa, chi rubava un cucchiaio, unica posata concessa alla mensa, e lo levigava con pazienza, perfino per anni, per poi concludere la propria vita tagliandosi le vene,chi tentava di soffocarsi con le lenzuola….

Quando questi sventurati venivano portati alla morgue, il medico o lo psichiatra di turno riempivano un modulo, adducendo come causa di morte “una forte tendenza al suicidio”.

Gustave reprimeva un brivido.

Certo, quelle persone erano malate,affette da gravi disturbi.
Ma il dover vivere in un posto simile avrebbe ispirato tendenze suicide anche ad un essere perfettamente sano, questo era fuor di dubbio.

E così, incapace di lasciare Christine da sola a badare alla madre, chiese aiuto a Madame Valerius. Si appellò al suo buon cuore,in un certo senso.
La vecchia signora era da pochi mesi rimasta vedova, e dopo tutto era stata buona amica di Isabelle in passato,quasi una madre putativa.
E poi in fondo era pur sempre la madrina di battesimo di Christine…

Onestamente a  Christine Madame Valerius non piaceva granchè.

Era sempre molto gentile e premurosa con lei,e molto generosa anche.Però…


La sua madrina aveva uno sguardo strano ed incredibilmente penetrante, che sembrava scrutarla di continuo per… per cosa? Per intuire i suoi segreti, i suoi pensieri?

Per leggerle l’anima,forse?

Non riusciva a dare molta confidenza a quella signora, che vedeva quasi come una figura mitica e ieratica, a cui perfino sua madre Isabelle non sapeva come disubbidire,se non durante i suoi furibondi accessi di collera…e anche in quel caso,spesso bastava il tono imperioso della donna,che sibilava il suo nome, per riportarla pian piano alla ragione.



Era primavera inoltrata ormai,ma nonostante questo il clima era ancora piuttosto rigido,nelle fredde terre del Nord Europa.

 

Nonostante il sole splendesse luminoso nel cielo terso, quella mattina un’irriverente brezza marina giocava con l’orlo della sua gonna e con le ciocche che sfuggivano alla sua pettinatura, gelandole il nasino e arrossandole deliziosamente le gote.

Christine aveva accompagnato volentieri sua madre al mercato giù in paese,e cariche di vivande stavano ora facendo ritorno a casa. Era incredibilmente eccitata.

 

Quel giorno infatti attendevano il ritorno di Gustave da una tournee in Spagna durata quasi sei mesi: per questo Christine era emozionatissima, all’idea di rivedere il suo amato papà.
Le ultime settimane,peraltro, erano state molto dure per lei.

Detestava da molto tempo ormai andare giù alla scuola del villaggio, dove la sua pronta intelligenza veniva mortificata dai programmi di studio adeguati ai suoi compagni, molto meno preparati di lei.

E, oltre a questo, le toccava subire l’indifferenza – o peggio,l’ostracismo – dei suoi compagni,per i quali lei era “la figlia della pazza”.

 

Alle volte i più crudeli le ballavano attorno,ripentendo quelle parole come una canzone.

Detestava quel crudele nomignolo con tutte le sue forze,e aveva provato sin da subito a ribellarsi.

La prima volta che un monello le aveva rivolto quel cocente insulto aveva completamente perso la testa,e furibonda, si era scagliata contro di lui con tutte le sue forze, graffiandogli il viso e percuotendolo con furia.

Era letteralmente fuori di sé.

 

Ma questo non le era valso altro che un’avvilente punizione da parte dell’insegnante,e mentre la trascinava di peso nell’angolo della punizione e le bacchettava impietosamente le mani, la sentì borbottare severamente qualcosa del tipo “buon sangue non mente”, “la mela non cade mai lontano dall’albero”...
Quelle parole la ferirono assai più delle percosse.

Poco a poco, anche le sue amichette d’infanzia l’abbandonarono, non avendo il coraggio di sfidare l’incontrastata casta infantile che le stava creando velocemente il vuoto intorno.

 

E Christine si trovò spaventosamente, incredibilmente sola,e senza via d’uscita.
Fingeva che non le importasse affatto,e a casa non ne aveva fatto parola.
Avrebbe dovuto spiegare le cause di quella diffidenza, e non voleva aggiungere un ulteriore dolore a tutti quelli che già vessavano la sua famiglia.



Isabelle quella mattina sembrava stare meglio,molto meglio che nelle settimane passate, forse perché sapeva che avrebbe riabbracciato il marito,dopo tanti mesi.

Quel giorno aveva indossato un vecchio vestitino verde,che aveva conosciuto tempi migliori, ma che donava moltissimo al suo incarnato di porcellana. Era forse il preferito del marito..
Christine,con perizia, aveva pettinato sapientemente i lunghi capelli lisci e biondi della madre in un elegante chignon, e le aveva drappeggiato sulle spalle lo scialle rosso che il padre aveva portato da Parigi qualche anno prima.

Isabelle, gli occhi vuoti fissi sulla sua immagine riflessa nello specchio, per la prima volta da mesi si era guardata con attenzione,ed aveva accennato un sorriso con le sue labbra pallide,stringendo la manina della figlia fra le sue.
Erano settimane che Christine non si sentiva così felice…


 

Le due risalirono con fatica l’ultimo tratto di strada collinare che portava verso la loro casetta.
Il vento ora si era davvero inasprito, e Christine si pentì amaramente di non aver portato con sé alcuno scialle. Era così orgogliosa del suo vestitino nuovo, di uno splendido color rosa pallido!
Non aveva voluto coprirlo per vanità,ed ora ne pagava irrimediabilmente le conseguenze.

Ma l’occhio vigile e apprensivo di una madre nota tutto,e fu così anche stavolta.
Isabelle prontamente sganciò il fermaglio che le appuntava lo scialle sul petto,e lo avvolse attorno alle spalle intirizzite della figlia.

Christine spalancò affascinata gli occhi, carezzando quasi con reverenza la serica stoffa sotto le dita.
Tratteneva quasi il fiato, scossa dalla sorpresa e dalla felicità,nonché dall’immediato senso di tepore che lo scialle le aveva donato.

Isabelle fece un passo indietro e guardò con ammirazione la sua bambina, come se la vedesse per la prima volta da tempo.
Ma subito il timido sorriso sulle sue labbra si affievolì,così distolse gli occhi e fissò un punto lontano, verso l’alta scogliera che si ergeva a poca distanza.
“Christine” sussurrò in un soffio, “corri a casa,su,e posa la spesa sul tavolo. Io…io arrivo subito.”

Christine trotterellò via felice,senza più voltarsi verso la madre, e mentre correva guardava meravigliata le frange di quel  piccolo scialle che si agitavano intorno a lei,come le ali di un rarissimo pettirosso, o le fiamme ballerine di un fuoco intenso. Si sentiva bellissima.

Rimpianse quel peccato di vanità per il resto della sua vita.
Quando si voltò, stupita nel non sentire dietro sé i passi della madre,vide Isabelle sulla scogliera.

 

La donna aprì le braccia, e gridò con un tono dolcissimo e straziante poche parole.
Poi,senza indugio, si gettò dalla roccia più alta.

 

Christine vide tutto,senza poter reagire: il terrore la paralizzò.

Immobile e muta,potè sentire le ultime parole della sua cara mamma.

 

“Arrivo,mio piccolo Christian.”