CAPITOLO 13

 

Christine aprì piano gli occhi, senza rendersi perfettamente conto di dove si trovasse. Certo non era più alla stazione dei treni…faceva un meraviglioso calduccio…

Era ancora vestita,perché sentiva distintamente gli stivaletti allacciati ai piedi, l’abito stretto in vita… però al contempo le sembrava di essere nel suo lettino.
Forse stava ancora sognando,chissà…

Si ricordò in un attimo della sera precedente, e sospirò sconsolata.
Il padre l’aveva ritrovata alla stazione,e l’aveva riportata a casa.. senza troppe storie,per la verità.
Si era aspettata una sgridata colossale…chissà poi come avevano fatto a trovarla..

Ah,sì. Verò.

Senz’altro era stata lei a capire dove poteva essersi nascosta. Doveva raccontare una bugia più convincente… aveva sottovalutato l’opportunità che la cercassero a casa sua.
Ma forse Verò l’avrebbe scovata lo stesso. La capiva troppo bene,si ricordava tutto di lei..

Christine strinse forte un lembo della trapunta.
A Verònique IMPORTAVA di lei,anche se non era sua madre, né sua sorella.

Anche se non era che una vicina di casa, un’insegnante di danza o una governante. Era una persona su cui si poteva contare.

Christine si rabbuiò,pensando che forse ora la sua amica sarebbe stata arrabbiata con lei,per tutto il disturbo che le aveva procurato. Sicuramente le aveva mandato a monte i festeggiamenti di Natale…chi al suo posto non si sarebbe sentito almeno seccato?

Stranamente, si sorprese a temere più la perdita dell’amicizia di Verònique che non la punizione paterna, che sarebbe ineluttabilmente arrivata.
Bastava aspettare,di questo Christine era sicura. Una simile fuga non poteva rimanere impunita.

Richiuse gli occhi. Non solo avrebbe scontato chissà quale castigo,ma il suo brillante piano era fallito.
Non era riuscita ad andare a trovare il suo amico Raoul per Natale….e lui sarebbe stato solo, solo proprio nel giorno in cui nessuno dovrebbe sentirsi escluso, abbandonato.

Abbandonato perfino dalla sua stessa famiglia..

Sentì la porta cigolare,ed istintivamente serrò strettamente le palpebre, fingendo di dormire.

Ma non sarebbe riuscita a fingere a lungo,purtroppo: il suo stomaco brontolava come un vulcano.

Del resto, era dalla mattina precedente che non toccava né cibo né acqua.

I passi lenti e cadenzati di Gustave riempirono il silenzio della cameretta buia. D’un tratto il padre tirò le tendine, e tutto fu baciato dal bianco chiarore del cielo.
“Christine?su,svegliati…”

La bambina aprì mestamente gli occhi,e guardò con aria contrita il genitore.
Forse mostrandosi estremamente pentita,afflitta,addolorata per la pena che aveva procurato…forse sarebbe riuscita a cavarsela con poco….

“E’inutile quell’aria da santarellina,Christine.”  

La voce di Gustave sembrava molto severa,ma i suoi occhi non lo erano altrettanto.

“Hai fatto una cosa bruttissima ieri,e lo sai bene, o non faresti quella faccia. Prima di tutto perché mi hai deliberatamente mentito,e lo sai che non bisognerebbe mai mentire,tanto meno al proprio papà.”

 

Fece qualche passo attorno al lettino, come un lupo che fiuti la preda…ma giocosamente.
“E poi perché ci hai fatto prendere un gran bello spavento,a tutti quanti: madame Valerius si è affaticata troppo nel cercarti,e oggi non si sente bene; io stavo impazzendo di preoccupazione e rimorso,e per di più anche mademoiselle Millard ha dovuto rinunciare ai suoi piani per aiutarci a ritrovarti. E se non ci fosse stata lei…Non oso nemmeno pensare a cosa avrebbe potuto succederti, se non ti avessimo trovata!Era notte fonda… ma non avevi nemmeno un po’ di paura? ”

Christine scosse il capo. Aveva ragione dunque: era stata davvero Verònique ad intuire lo scopo della sua fuga. Come volevasi dimostrare…
“Papà…mi dispiace davvero,davvero tanto. Io-“

Gustave si era avvicinato all’armadio della bambina, e ne aveva tirato fuori un vestito,dopo aver curiosato un po’ fra i vari capi.

 

Era di uno stupendo color bianco avorio, di lana pesante, impreziosito da un sottile ricamo in pizzo attorno alla gola e ai polsi. Christine lo adorava,ma le era concesso di indossarlo solo in occasioni importanti.
“Ora vestiti e corri a fare colazione,sarai affamata immagino. Sbrigati,più tardi dobbiamo andare alla Messa. Dopo riparleremo con calma di tutta questa faccenda.”

Di malavoglia nonostante l’appetito, Christine obbedì.
Sperava soltanto che,per punirla,il padre non le proibisse di frequentare le lezioni di danza da Verònique. Qualunque altra cosa,ma non quella…

Mentre faceva colazione, divorando di gran gusto diverse fette di torta inzuppate nel latte tiepido, sentì il padre e la madrina confabulare nell’altra stanza,ma per quanto tendesse l’orecchio non riuscì a capire di cosa stessero parlando. Sicuramente di lei e della sua punizione…

Dopo la solenne Messa di Natale, a cui Madame Valerius non aveva partecipato perché ancora troppo debole per uscire,Christine si sentì più sollevata. Forse lo spirito cristiano di quella giornata avrebbe mitigato la rabbia di suo padre…

Si incamminò dunque verso casa, ma il padre la fermò,e la condusse ad una carrozza poco distante dal sagrato della chiesa. La sua espressione era indecifrabile.
“Sali, su. Ti avevo detto che avremmo dovuto parlare,no?”

Mentre la carrozza si incamminava lenta per le strade ammantate di neve, Gustave estrasse da una tasca del mantello il pacchettino che,la sera precedente, Christine stringeva fra le mani.

“Che cos’è?”le domandò semplicemente, una certa curiosità ironica nello sguardo.

Christine si morse il labbro inferiore,combattuta.
Negare fino all’ultimo il mio piano oppure confessare, pentirmi e giurare di non farlo più?
Si decise: meglio la verità.

“E’il mio regalo di Natale per Raoul, papà. Verònique mi ha detto che quest’anno dovrà trascorrere il Natale in collegio,perché la sua famiglia non si trova in Francia, e non ha intenzione di ritornare... Così.. avevo pensato di andarlo a trovare io. Perché non si sentisse troppo solo,capisci?” lo guardò implorante.

Christine non poteva immaginarlo,ma in quel momento, a dispetto della preoccupazione passata, Gustave era davvero molto orgoglioso di lei,e del suo animo gentile.

La carrozza accostò,e Christine riconobbe la palazzina di rue Paradise in cui abitava Verònique.
“Aspettami qui,capito?” le disse soltanto il padre,prima di balzare fuori dalla vettura,e di divorare in fretta i gradini delle scale. Christine non riusciva proprio a capire cosa stesse succedendo..

Quando Verònique aprì la porta,si trovò davanti un uomo ansimante, dai capelli buffamente spettinati e dall’aria affaticata e accaldata,ma il cui sorriso non era mai stato più sincero e affascinante.

“Non dite nulla,mademoiselle,lasciatemi parlare” interloquì lui a fatica, senza neppure notare la presenza di Julienne Giry,che osservava incuriosita, alle spalle di Verònique.

 

“Ieri sera mi avete davvero aiutato,e non vi ho ringraziata nel modo più adeguato.  Ci ho riflettuto a lungo questa notte, e ho concluso che mi trovo in debito nei vostri confronti. Così,per sdebitarmi, avrei intenzione di invitarvi a fare un gita con me e Christine, in questa mattina di Natale.”

Verònique fece per parlare,ma un gesto di Gustave la ridusse al silenzio, prendendo tempo.
“Lo so che volete partire,e non conosco lo scopo del vostro viaggio. Sono certo che si tratta di qualcosa di  assolutamente importante,ma… non potete proprio rimandare? L’Inghilterra rimarrà allo stesso posto anche l’anno venturo, no?” le sorrise di nuovo,in quel suo modo franco.

“Non volete farci compagnia, in un giorno tanto importante?Christine ne rimarrebbe delusa..”

Verònique gli indicò la valigia già pronta nel piccolo corridoio, balbettando incoerentemente.
“Io,io….vedete,monsieur Daaè,ho già preparato…e poi,avevo deciso di… insomma..”

Julienne,estremamente divertita,a quanto pareva, dalla situazione, si fece avanti e posò una mano sulla spalla dell’amica , rivolgendosi a Gustave col sorriso sulle labbra.
“Perdonatela,monsieur Daaè,ha dormito molto poco questa notte…ed è ancora un po’confusa. Sono certa che accetterà con piacere il vostro invito,non è vero Verò?”le chiese,scuotendola leggermente, denotando quasi una certa impazienza.

Poi tese la mano verso l’uomo, con cordialità e naturalezza.

 

“E’ stato tale il pasticcio di ieri che non ho ancora trovato il tempo di presentarmi! Voi dovete essere il celebre monsieur Daaè. Verònique  mi ha parlato molto di voi…”sorrise, e Gustave percepì una strana allusione, dietro quelle parole.   “Il mio nome è Julienne Giry,e quella piccola peste che sentite urlare è mia figlia Marguerite.”

Gustave le strinse affabilmente la mano, portandosela cavallerescamente alle labbra.

“Anch’io ho molto sentito parlare di voi, Madame Giry. Vi ringrazio per l’aiuto che ci avete offerto ieri sera: ci avete aiutati a ritrovare coraggio, un elemento prezioso. Per sdebitarmi,posso invitare anche voi alla nostra piccola gita fuori porta?”

Madame Giry lo fissò dubbiosa, seppure visibilmente tentata.
“Innanzitutto, chiamatemi Jiulienne,ve ne prego. Gli amici di Verònique sono miei amici. E poi…Perdonate monsieur,ma alla mia età è bene conoscere la meta del viaggio prima della partenza. Onde evitare di diventare un peso,ovviamente. Sapete, con la bambina…”

Gustave assentì.
“Certo Julienne…ma ricambiate la cortesia, chiamandomi Gustave. Dunque..Il mio intento era di regalare a mia figlia Christine, la piccola fuggiasca, ciò che apparentemente ella più desidera in occasione del Natale.

Una giornata con il suo amico,il giovane Visconte Raoul de Chagny. Il ragazzo pare che sia rinchiuso anche quest’oggi in un orrido collegio poco fuori Parigi,solo e abbandonato a sé stesso.. non è vero mademoiselle?” Scherzò.

“Così,pensavo che anche mademoiselle Millard,essendo la sua governante durante l’estate, avrebbe rivisto volentieri il suo pupillo. E,al ritorno, a casa mia è pronto un pasto principesco che basterebbe tranquillamente per noi tutti. Che dite,signore? L’offerta vi pare allettante?”

Julienne esitò per qualche secondo,prima di rispondere.

Da un lato quell’uomo le ispirava grande fiducia,e giudicava una buona cosa il fatto che Verònique lo frequentasse:e quindi non era il caso di intromettersi con la sua inopportuna presenza.

Non s’era mai osata di muover critiche alla vita ritirata dell’amica,per il fatto che lei stessa,dopo la morte del marito,si era rinchiusa in una specie di dorato esilio volontario. Non aveva mai avuto nessuna intenzione di uscire con altri uomini.

Ma la loro situazione era differente: Julienne era stata sposata,anche se per troppo poco tempo, e di quell’amore stroncato così giovane le rimanevano dolci ricordi,ed una figlioletta da crescere,e sul cui affetto poter fare affidamento. Verònique non aveva nulla a testimonianza del passato,se non i suoi stessi ricordi, le sue illusioni,le sue speranze di ragazza.

Nulla…

D’altro canto,però,non sapeva quanto l’amica si sarebbe sentita a suo agio,senza alcuna protezione.
Le aveva raccontato di aver confessato a quell’uomo ciò che provava per lui,l’estate precedente, e di esserne stata respinta,se non come amica. Le aveva poi rivelato di voler visitare la tomba di Robert,per chiudere definitivamente quel periodo della sua vita.

Julienne non approvava affatto quel viaggio a ritroso nel tempo e nel dolore,e glielo aveva espresso chiaramente. Erano passati due anni,perché riaprire vecchie ferite?

Julienne pensava a sé stessa.

Il suo senso pratico l’aveva strappata presto alle lacrime, e non certo perché la sofferenza si fosse sopita. No, non c’era giorno in cui Julienne,aprendo gli occhi,non sperasse di aver sognato, e non credesse di rivedere il suo Emile accanto a lei.

Aveva però deciso di mantenere i propri occhi asciutti, per non rattristare la piccola Meg, che non avrebbe mai assaporato il bene di conoscere il proprio padre.
E poi, detestava visceralmente l’affettata compassione dei suoi colleghi.

Non voleva dar loro la soddisfazione di considerarla una povera vedova incapace di reagire e di badare a sé stessa… no, fosse stato anche solo per quello, non si sarebbe data per vinta.

In effetti,una piccola gita fuori città non avrebbe potuto distorcere l’equilibrio fra quei due.
Innanzitutto,ci sarebbe stata la piccola Christine,la figlia “fuggiasca” di Gustave Daaè.
E comunque, durante una visita in un collegio non ci saranno certo delle dichiarazioni d’amore,sorrise fra sé e sé.

“Da parte mia accetto volentieri il vostro invito, monsieur Daaè”rispose prima che Verònique potesse opporsi. “Se non vi disturba la mia presenza e quella di mia figlia,saremo liete di passare il Natale insieme a voi e alla vostra Christine, in questa strana avventura che proponete.”

Gustave fissò speranzoso Verònique. Sapeva di aver già vinto quella sfida.
La ragazza non potè  più obiettare,e preso il mantello e il cappello gli disse semplicemente “Andiamo”.